Non servono aggettivi. Jannik Sinner ha vinto Wimbledon, e lo ha fatto come si deve: giocando meglio, pensando meglio, dimenticando la scoppola di un mese fa — avrebbe ucciso un elefante.
Per anni abbiamo guardato quel campo come si guarda una vetrina troppo cara. Ci siamo detti che non era roba nostra. Che il prato inglese fosse per altri, per chi aveva più storia, più muscoli, più abitudine. E invece oggi c’è un ragazzo di San Candido che ha messo ordine nel caos, che ha battuto Alcaraz senza urlare, che ha fatto sembrare possibile ciò che per decenni è stato solo un’illusione.
E mentre lui alza il trofeo, penso a chi mi ha insegnato a guardare il tennis con occhi diversi:
Roberto Lombardi, che spiegava il gesto tecnico come fosse una formula elegante. Il suo documentario sul “pre-senso”, il parallelo tra MJ, Diego Maradona e Andre Agassi, ha cambiato il modo in cui guardo (e amo) lo sport.
Rino Tommasi, che sapeva che i numeri raccontano più di mille telecronache. Se vi stanco il cervello cercando di sostenere con le cifre il mio pensiero, lo devo a lui.
Gianni Clerici, che avrebbe commentato tutto con un “ma pensa”, e poi sarebbe partito per una digressione su un torneo giocato nel ’52 in una villa di campagna. Secondo me del tennis gli interessava il giusto (cit.)… un modo, l’ennesimo, per sfangare un po’ di gnocca cotonata.
Sinner ha vinto Wimbledon. Lo ripeto perché fa strano. Perché non ci credevamo. Perché ci sembrava impossibile. E invece è successo.
E se è successo questo, allora sì: c’è speranza anche per il Genoa di vincere uno scudetto.
Perché il tennis, come la vita, ogni tanto sorprende. E quando lo fa, lo fa col botto.