Cari Edo e Taliban
C’è un senso di verità cruda e condivisibile nelle affermazioni di Edo, anche se espresse con toni esasperati. La disuguaglianza non è più un effetto collaterale del sistema, ma la sua condizione strutturale. E, sono d’accordo, il problema non è chi guadagna troppo, ma chi guadagna troppo poco per vivere con dignità. Il capitalismo ha smesso di distribuire, ha continuato a concentrare senza remissione con bulimia incontrollabile, mentre nessuno sembra più in grado di opporsi.
Taliban: il calcio, che per decenni ha rappresentato una forma di abilitatore sociale per il capitalismo, oggi si trova in bilico. Storicamente, era un settore in perdita, sì, ma con una dimensione sostenibile: i capitalisti investivano cifre relativamente contenute per ottenere consenso, influenza e radicamento territoriale. Il calcio serviva a costruire reputazione, a legittimare potere, a parlare alle masse.
Oggi quella dimensione è stata spazzata via. I numeri sono diventati giganteschi, non per effetto del mercato reale, ma per via del moltiplicatore finanziario. E qui sta la connessione tra i due piani, quello economico generale e il mondo del “pallone”.
La finanza ha trasformato ogni asset in leva, ogni club in veicolo, ogni giocatore in una sorta di brand trainato dalla narrazione calcistica necessaria al sistema promozionale. E così, ciò che può essere assimilato al profitto — che sia un calciatore, un influencer, un CEO — assume compensi assurdi, mentre i mestieri di servizio, come i medici o gli insegnanti citati da Edo, vengono sistematicamente sottovalutati. Non perché valgano meno, ma perché non generano moltiplicatori: non sono “bancabili”.
Il calcio europeo cercherebbe pure un equilibrio: i ricavi crescono più dei costi, si introducono regole di disciplina finanziaria, si parla di sostenibilità. Ma tutto questo viene travolto da ondate esterne di investimento propagandistico, come è accaduto con la Cina e ora con l’Arabia Saudita. In assenza di regole globali condivise, il sistema è vulnerabile. Non basta che la UEFA imponga tetti ai bilanci: se altrove si comprano “campioni” - sarebbe meglio dire scartine dei top club - a peso d’oro per ragioni di soft power, il mercato salta. E con esso, la credibilità del modello.
Questa dinamica non è isolata. È lo specchio di un capitalismo sempre più polarizzato, dove le logiche economiche vengono piegate agli interessi geopolitici, e dove il profitto non è più il fine, ma il mezzo per esercitare influenza. Il problema non è solo economico, è politico e sistemico. E ciò che manca oggi è un contrappeso credibile.
C’è chi lo definisce “neoliberismo estremo”, a rappresentare l’abbandono di ogni compromesso sociale con lo smantellamento delle conquiste imposte dai movimenti operai del XX secolo. Vero.
Personalmente preferisco la definizione di “capitalismo neofeudale” che ho letto da un certo Jodi Dean. La micro-élite di miliardari domina la massa nel settore dei servizi. Nel mentre, cari amici miei, non è solo il calcio in perdita strutturale ma l’intero sistema produttivo. Cioè il motore degli stipendi dei poveri cristi a cui non guarda più nessuno. Con le masse, rincretinite dalle potenti armi di distrazione digitali, che si buttano a destra in braccio ai servi sciocchi del capitale, quali sono sempre stati fascisti e fascistoidi.
Per decenni, quel contrappeso è stato rappresentato dal comunismo, non solo nelle sue declinazioni rivoluzionarie occidentali, ma soprattutto nelle nazioni socialiste che, pur con tutte le contraddizioni del caso, hanno imposto al capitalismo globale dei limiti. Il socialismo nazionalista Vietnamita, mai realmente compreso né “cagato” in Occidente da chicchessia, sconfiggendo una dietro l’altra Francia e Stati Uniti, ha rappresentato un monito per mezzo secolo. Soprattutto avendo scatenato anticorpi presenti nelle società occidentali, ormai sconfitti e ridotti a macchietta. L’unico sentimento che inducono le sinistre in Europa, lo leggiamo nei post su QdM, è frustrazione mista a scherno.
La narrazione del “2%”, senza personalizzare, non è altro che la dimostrazione di come la rabbia sia stata trasformata in rassegnazione. Non a caso associata all’apatia verso il calcio, storicamente veicolo di associazione tra il capitalismo e le masse. Il calciatore come operaio che “ce l’ha fatta” o il rocker come il tossico che sputa in faccia le contraddizioni del sistema al direttore di banca. E i figli ribelli con la siringa piantata nelle vene.
Cosa accomuna Giovanni Agnelli all’operaio in linea di montaggio: ma la Juve, signore e signori! Le narrazioni sono importanti… ve lo blatero da due o tre estati.
Oggi, però, anche quei modelli hanno ceduto: adottano strutture para-capitalistiche, competono sullo stesso terreno, e finiscono per alimentare lo stesso meccanismo che un tempo contrastavano. Il risultato è che il capitalismo non ha più freni. Non ha più paura. Non ha più bisogno di giustificarsi.
E mentre il sistema si radicalizza, le democrazie occidentali si indeboliscono. Non per mancanza di strumenti, ma per erosione del consenso razionale. Il dibattito pubblico è dominato da posizioni estreme, irragionevoli, ma efficaci. Il cittadino medio è assuefatto, non si scandalizza più. Ogni giorno si accetta un piccolo cedimento: una norma che restringe i diritti, una legge che premia i forti, una retorica che criminalizza il dissenso. E così, un pezzetto alla volta, i presidi democratici collassano.
Nemmeno più i tossici si ribellano, cercano di fare il grano invece di sputtanarlo. Sono imprenditori.
Il sistema reggerà ancora? Forse. Ma non perché sia solido. Solo perché non c’è nessuno che lo voglia davvero cambiare. Sembra solo una questione di tempo.
Cordialmente