Gli uni contro gli altri
La mia detenzione cominciò nel carcere di Khalil, noto come “il mattatoio” per i metodi di tortura praticati dagli ufficiali dell’intelligence, che ho sperimentato in prima persona. Nei circa due mesi trascorsi nell’unità per gli interrogatori ho subìto vari tipi di violenze: sono stato pestato brutalmente, appeso al muro, incatenato per ore seduto su un piccolo sgabello, esposto al freddo estremo fino a perdere conoscenza e minacciato di stupro. In seguito mi trasferirono da un carcere all’altro, spesso tenendomi in isolamento.
Se all’epoca del mio arresto le carceri erano relativamente vivibili, era solo grazie alla lunga storia di attivismo dei prigionieri palestinesi, che risaliva al 1967. La prigione era un ambiente estremamente politicizzato, forse anche più dei territori occupati all’esterno. Quando arrivai, c’erano detenuti appartenenti a più di dieci partiti – nazionalisti, comunisti e islamisti – con una netta maggioranza di esponenti di Al Fatah. I prigionieri di varie affiliazioni convivevano nelle stesse sezioni, ma in stanze separate. Nonostante le loro divergenze ideologiche, collaboravano per affrontare le autorità carcerarie. Come molti detenuti, consideravo la prigionia una fase della lotta. Ho partecipato a cinque grandi scioperi della fame, a cominciare dal 1995, quando più di mille di noi digiunarono per diciotto giorni per contestare gli accordi di Oslo, che non comprendevano una soluzione adeguata alla questione dei prigionieri. Lo sciopero più grande, nel 2017, durò quarantuno giorni. Io ero uno degli organizzatori nel carcere di Hadarim. Chiedevamo alla Croce rossa di annullare la sua decisione di tagliare i finanziamenti per le visite dei familiari, ridotte da due a una al mese, ma invano.
Come molti detenuti, consideravo la prigionia una fase della lotta
Anche se non riuscimmo a ottenere quello che chiedevamo, raggiungemmo uno stato di dignità e di coesione. La solidarietà era la nostra risorsa più grande. Per questo le autorità l’hanno presa di mira quando è cominciata la guerra. Ogni dimostrazione di azione collettiva è stata affrontata con un’ondata travolgente di violenza. Se un prigioniero era picchiato e i suoi compagni di cella cercavano di intervenire, erano sottoposti allo stesso trattamento (i compagni di cella si stringevano intorno al mio corpo esile quando le guardie ci picchiavano, finché la punizione non è diventata troppo dura). Poiché anche il minimo suono o gesto poteva essere interpretato come una protesta, presto abbiamo cominciato a restare in silenzio quando commettevano atrocità a portata d’orecchio o sotto i nostri occhi. La sopravvivenza è diventata la nostra unica parola d’ordine. Ogni prigioniero doveva costantemente proteggere se stesso, in ogni modo possibile. Costretti a salvare noi stessi in quanto individui, abbiamo smarrito i nostri legami collettivi. Peggio ancora, ci siamo rivoltati gli uni contro gli altri. Una notte sono stato svegliato dal rumore di un mio compagno che si aggirava per la cella. Ha recuperato i due pezzi di pane che avevo nascosto sotto il letto e li ha mangiati. Non potevo fare niente. Alto e robusto com’era, avrebbe potuto facilmente sopraffarmi.
Stavo leggendo Cecità quando c’è stato il 7 ottobre. Il romanzo di José Saramago è ambientato in un manicomio sudicio e affollato, durante un’epidemia in cui tutti perdono misteriosamente la vista. Descrive come le gerarchie sociali e la sete di potere s’impongono a un livello perverso quando le persone sono ammassate in totale isolamento. Nei mesi successivi ho sperimentato quella situazione sulla mia pelle. Ho visto come le persone sono state trasformate da forme estreme di oppressione e paura, al punto da comportarsi in modi che le rendevano irriconoscibili. Il regime di guerra aveva reso meccaniche tutte le nostre azioni e reazioni. Quando le guardie entravano nella sezione rimanevamo in silenzio e immobili, agivamo collettivamente ma senza un coordinamento. Appena sentivamo aprirsi la porta della cella cercavamo tutti un posto in cui nasconderci. Quelli abbastanza fortunati da stare sul letto si riparavano con le coperte; quelli che dormivano sul pavimento balzavano in piedi verso un angolo, alcuni addirittura cercavano di infilarsi sotto i letti. Mangiavamo sempre di fretta nel caso in cui ci fosse un’incursione improvvisa e il nostro cibo finisse nella spazzatura. Dormivamo indossando tutti i nostri indumenti, per paura che potessero confiscarceli in un’ispezione a sorpresa.
Le risse erano diventate regolari. Scoppiavano per disaccordi di poco conto: una porzione di marmellata divisa in modo inappropriato, una doccia durata più di quattro minuti (che avrebbe impedito agli altri prigionieri di avere il loro turno), una preghiera ad alta voce che avrebbe potuto attirare l’ira della guardia. Inizialmente io provavo a disinnescare le liti, perché inevitabilmente avevano come conseguenza una punizione collettiva. Essendo uno dei prigionieri più anziani e rispettati, i miei compagni di cella tendevano ad ascoltarmi.
Finché un giorno ho cercato di separare due uomini che si stavano picchiando con una furia sfrenata e ho preso un pugno in faccia, talmente forte che ho perso i sensi. Quando sono rinvenuto mi sono accorto che le mie ciabatte erano rotte: un disastro. In carcere le ciabatte sono preziosissime: se non le hai non puoi camminare sui pavimenti luridi dei bagni. Ho dovuto aspettare mesi per riuscire a trovarne un altro paio, da un prigioniero che stava per essere scarcerato.
Il cortile era un luogo di frequenti conflitti. A terra era stata tracciata una linea gialla parallela alle quattro mura, che riduceva di un quarto lo spazio totale. Se qualcuno superava la linea erano puniti tutti: ci rispedivano in cella, oppure ci costringevano a stare stesi con il naso schiacciato sul pavimento. Se giravi la faccia anche di poco, nel tentativo di appoggiare la guancia a terra per alleviare la pressione, arrivava il pestaggio.
Per questo bisognava affrontare il cortile in modo responsabile. Ma c’era un prigioniero – lo chiamavamo “il piantagrane” – che rifiutava di farlo. Per tre volte ha deliberatamente attraversato la linea gialla. La prima la guardia non l’ha visto e gli abbiamo detto di non rifarlo. La seconda è stato scoperto e ci hanno costretti a stare stesi a terra per due ore. Allora i compagni di cella gli hanno dato un avvertimento più duro: “Non farlo! Saremo puniti tutti!”. Quando è stato beccato per la terza volta, prima ancora che le guardie intervenissero un gruppo di detenuti l’ha afferrato e ha cominciato a picchiarlo. A causa di questo errore, ci hanno riempiti di gas lacrimogeni e rispediti in cella. Quella notte i suoi compagni l’hanno picchiato senza pietà fino a farlo sanguinare.
Non si poteva fare lo stesso con le decine di detenuti con disturbi mentali, che erano semplicemente incapaci di comprendere la nuova situazione. Gli interminabili pestaggi e punizioni li turbavano a tal punto che alcuni piangevano e gridavano tutto il giorno, procurando ulteriori guai ai loro compagni di cella.
Le guardie erano tutto ciò che vedevamo e sentivamo; la loro presenza minacciosa era l’unico segno del nostro esistere nel tempo e nello spazio. Se si allontanavano per un po’, perdevamo i nostri punti di riferimento. Era come se scomparissimo quando non eravamo sotto il loro sguardo, come se evaporassimo quando non ci picchiavano.
Le autorità carcerarie ci avevano privati della nostra umanità, ci trattavano come animali in un esperimento scientifico. Non eravamo altro che entità biologiche, non più autorizzate a prendere parte alla cultura umana, che avrebbe potuto rafforzare la nostra determinazione. Ci facevano patire la fame, ci privavano del sonno con le ispezioni, esponevano i nostri corpi al freddo. Controllavano le nostre emozioni assicurandosi che non avessimo nulla di cui essere felici. Gestivano il nostro recupero fisico tenendoci le ferite aperte e sanguinanti. Confondevano la notte con il giorno, alterando i nostri ritmi circadiani. Decidevano chi sarebbe sopravvissuto e chi sarebbe morto, e uccidevano ogni desiderio di vita.
Le loro ambizioni erano totalizzanti. Puntavano a controllarci e punirci sempre e ovunque. Perfino i luoghi teoricamente riservati alla giustizia erano trasformati in camere di tortura. Prima dei processi – che non si svolgevano più nei tribunali ma in locali adiacenti al carcere – i guerrieri dividevano i detenuti in gruppi da venti, li incatenavano mani e piedi, gli coprivano la faccia con sacchi neri o bende e li legavano insieme a una manichetta antincendio bianca. Poi gli uomini dovevano marciare nell’edificio, tra insulti e maltrattamenti, percosse e colpi, a volte costretti a riprodurre versi di animali, come l’abbaiare dei cani o il ragliare degli asini. Alla fine dell’udienza erano rinchiusi in sale d’attesa progettate per quattro persone, e lasciati lì, incatenati e ammanettati, fino a quando l’ultimo di loro era stato processato.
Una volta al mese mi portavano a incontrare la mia avvocata, Nadia, che stava preparando un appello contro il mio ergastolo. Il tragitto dalla cella alla stanza dei colloqui era di circa 150 metri. Mi ammanettavano i polsi e le caviglie così strettamente da farmi sanguinare (il mio corpo ne porta ancora i segni). Lungo il tragitto mi colpivano continuamente. Una volta si sono dimenticati di smettere prima di entrare nella stanza. Nadia era sconvolta. “Perché lo state picchiando?”, ha gridato. “Lascia stare”, le ho sussurrato appena mi sono seduto. “Non dire una parola. Ora ci sei tu, quindi non mi faranno niente. Ma appena te ne andrai, non mi risparmieranno”.
Nell’aprile 2024 mi hanno trasferito al carcere di Ganot, una struttura più grande nel deserto del Negev, dove era scoppiato un focolaio di scabbia. C’era almeno un malato in ogni cella. Cinque dei miei quattordici compagni erano infetti. Ho visto la malattia consumargli la carne fino a lasciar intravedere le ossa. Se non ho contratto la scabbia forse è solo perché, in segno di rispetto per la mia età, mi hanno lasciato stare nel letto più in alto senza cambiare periodicamente di posto. Le autorità carcerarie hanno ignorato l’epidemia per più di un anno, facendola diffondere, fino a quando alcuni guerrieri sono stati contagiati.
Questo genere di incuria ha provocato la morte di circa cento prigionieri palestinesi in Israele dal 7 ottobre (questo numero non comprende gli abitanti di Gaza rastrellati durante la guerra e uccisi in strutture di detenzione temporanee, come il campo di Sde Teiman). Decine di prigionieri, uomini e donne, sono stati violentati o hanno subìto abusi sessuali, ma la grande maggioranza dei crimini non è stata denunciata, perché le vittime temevano di essere macchiate dal disonore.
Uno scherzo crudele
Ancora oggi nelle carceri israeliane si vive in queste condizioni. Io sono uno dei primi prigionieri che ha potuto scriverne. Il motivo del mio rilascio resta un mistero per me. Verso la fine del 2025, quando abbiamo cominciato a sentire dagli avvocati che “stava succedendo qualcosa”, che la libertà poteva essere all’orizzonte, il mio primo istinto è stato negare la realtà per proteggermi. Ripetevo a me stesso e a chiunque ascoltasse che non mi avrebbero mai liberato. Non l’avevano fatto nel 2005, quando circa 500 prigionieri erano stati rilasciati nell’ambito di un accordo tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas. E neppure nel 2011, quando Hamas aveva ottenuto la scarcerazione di mille prigionieri in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. Ai loro occhi il mio presunto crimine era troppo grave: Israele non può tollerare la morte di un ufficiale dello Shin bet. “Fatti forza”, mi dicevo. “Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte”. Più aspettative mi sarei fatto, più grande sarebbe stata la delusione.
Ero totalmente impreparato quando una guardia si è presentata nella mia cella con la notizia. “Abu Srour, stai per essere scarcerato”, ha detto. “Preparati. Hai due minuti per raccogliere le tue cose”. La mia reazione è stata piatta e meccanica. Guardando indietro provo invidia per i prigionieri che si sono entusiasmati alla notizia della loro liberazione. Mentre raccoglievo i miei pochi averi in silenzio, i miei compagni di cella saltavano di gioia, lodavano Allah, mi baciavano sulle guance. Poi sono cominciate le suppliche: Nasser, posso prendere le tue ciabatte? Per favore mi serve un asciugamano. Sono quasi arrivati a picchiarsi per le mie camicie. Era sempre così quando un prigioniero veniva rilasciato: un altro segnale di quanto l’istinto di sopravvivenza ci avesse trasformati. Io ancora non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che fosse tutto uno scherzo crudele. Il mio sospetto è stato rafforzato dall’ultimo pestaggio, ricevuto mentre ci facevano marciare verso l’autobus della prigione, che ci ha portato al carcere di Ktzi’ot, e da lì al valico di Rafah. Io ero seduto vicino al finestrino e ho scostato la tendina, facendo immediatamente inchiodare il veicolo. Un soldato ha minacciato di spararmi se ci provavo di nuovo. Ci hanno lasciato guardare fuori solo quando siamo arrivati in Egitto.
“Mio dio, c’è un cielo!”, questa è stata la prima frase che mi è uscita di bocca quando siamo arrivati dall’altro lato. La terra, gli alberi, gli uccelli, le auto, le case, erano tutti talmente grandi che mi riempivano di stupore, come se non le avessi mai viste prima. Guardando nel grande specchietto che l’autista usa per controllare i passeggeri, ho visto la mia faccia per la prima volta in diciotto mesi.
Ho dovuto attivare tutti i cinque sensi per cogliere l’abbondanza di dettagli intorno a me. Nei trent’anni in prigione avevo abbandonato i sensi, che erano come catene che mi impedivano di dare nuovi e diversi significati alla mia esistenza circoscritta. L’immaginazione era diventata il mio sesto senso, il più importante, che mi faceva sopportare il dolore della carcerazione e rendeva possibile l’atto della scrittura. I dettagli sensoriali che mi hanno riportato al vasto mondo hanno interrotto il mio recupero del linguaggio, in un modo nuovo. Ero di nuovo incapace di attribuire un significato alla mia esistenza, al tempo e allo spazio.
In una perversa rievocazione della nostra vita carceraria, siamo stati trasferiti da un albergo all’altro, per motivi arbitrari. Siamo stati cacciati dal primo, un hotel a cinque stelle al Cairo, quando un giornale britannico ha pubblicato un articolo che avvertiva del rischio di ospitare criminali palestinesi insieme ai turisti stranieri. Nel secondo, un resort nel deserto, siamo rimasti solo due settimane, prima di essere trasferiti con la scusa che presto si sarebbe svolto un torneo sportivo internazionale lì vicino. Entrambe le volte ho sentito l’impulso di vomitare, come mi capitava sempre quando mi trasferivano da un carcere all’altro. Forse questo era il modo con cui il mio corpo protestava contro la mancanza di autonomia.
Ho deciso di scrivere perché le cose non acquistano esistenza al di fuori dei confini del linguaggio, neppure il genocidio. Devo scrivere del massacro di Gaza; dei suoi uomini, donne e bambini ridotti alla fame; del suo mare annegato e della sua capacità di risollevarsi; dell’indifferenza del mondo verso quello che è accaduto e sta ancora accadendo lì; di come le grandi potenze a stento hanno riconosciuto questo crimine. Devo scrivere dei prigionieri palestinesi, perché contro di loro è ancora in atto una guerra; le autorità carcerarie israeliane non hanno ancora dichiarato un “cessate il fuoco”.
Devo scrivere per confessare il mio desiderio di smettere di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per ogni respiro che faccio, per ogni raggio di luce che mi tocca il volto, e per tutto lo spazio che mi si è aperto davanti. Non faccio altro da sette mesi. Non ho mai smesso di chiedere perdono a Gaza e ai prigionieri palestinesi per essere sopravvissuto. ◆ fdl
Nasser Abu Srour è stato detenuto nelle carceri di Israele dal 1993 al 2025, dove ha scritto l’autobiografia, Il racconto di un muro (Feltrinelli 2024). Liberato in uno scambio di prigionieri, vive in esilio in Egitto.
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Ianna