Il 25 Aprile è un test per capire se siamo capaci di riconoscere che la democrazia ha smesso di essere un valore, per diventare un posto dove i valori li recitiamo mentre li lasciamo marcire.
La Resistenza non è un santino ne conformismo. È il prezzo della verità, costi quel che costi. Quando Mussolini fece assassinare Matteotti, lo fece perché chiamava le cose col loro nome quando quasi tutti pensavano “vediamo come va”. Il fascismo arriva quando la società decide che la violenza è “un eccesso”, che l’arroganza è “stile”, e che la menzogna è “narrazione”.
Oggi siamo tornati lì: non serve più il manganello in piazza se basta un algoritmo e un branco di troll auto generati per trasformare chi dissente in un idiota, un traditore, un “povero comunista”.
Gramsci lo capì per primo: la vera partita si gioca sull’egemonia. Sul linguaggio. Sulle parole che diventano trappole. E infatti oggi non ti vietano di parlare: ti sommergono, ti ridicolizzano, poi ti derubricano.
Pasolini - questa rumenta - l’avrebbe chiamata per nome: omologazione (spacciata per modernità). E l’omologazione è sempre obbedienza, solo più elegante.
Il potere più pericoloso non è quello che ti picchia: è quello che ti educa, ti uniforma, ti rende prevedibile. Oggi non ti spengono la voce: ti riscrivono il vocabolario e poi ti chiedono di sentirti libero.
La tecnologia è la forma moderna della disciplina: ti dà l’illusione della libertà mentre ti seleziona la realtà, ti cuce addosso la paura, ti consegna una caricatura del mondo e poi ti chiede di applaudirla.
L’anarchia dell’800 non era folclore, ma una cosa spaventosamente seria: l’idea che la libertà sia una responsabilità personale, non un servizio pubblico. Non c’è libertà senza giustizia.
Oggi invece vorremmo la democrazia come fosse Amazon o Netflix: comoda, personalizzata, senza fatica. Ci indigniamo a consumo, poi torniamo a scorrere… nel “flow”. E intanto chi ha capito il gioco ci governa proprio così: a colpi di paura e con una mano sull’algoritmo.
Gobetti definì il fascismo “autobiografia della nazione”. Il fascismo non è un meteorite: è una malattia che attecchisce quando una società preferisce l’obbedienza al conflitto.
E oggi il conflitto viene dipinto come “estremismo”, mentre l’inerzia viene venduta come “buonsenso”. Il dissenso disturba, la denuncia porta sfiga, la richiesta di diritti è “ideologia”, mentre la solidarietà è buonismo.
La morfina della mente.
E guai a chi te la toglie.
Storia di un impiegato racconta come il potere ti lascia giocare alla rivoluzione e poi ti rimette al tuo posto, dentro una gabbia che spesso ti costruisci da solo.
Ecco: la tecnologia è la gabbia perfetta perché è morbida. Non ti spezza: ti addormenta. Ti fa credere di scegliere mentre ti indirizza. Ti fa credere di capire mentre ti serve semplificazioni tossiche.
La disumanizzazione degli eccidi in Medio Oriente non inizia con l’orrore. Inizia con le parole, con l’indifferenza, con l’idea che alcuni valgano meno. L’odio coltivato in serra come il basilico.
Oggi lo vedi dappertutto: poveri trattati da colpevoli; dissidenti trasformati in bersagli; indifferenza verso i disperati… anzi fastidio. Diritti trasformati in privilegi.
E noi lì, a chiedere “ordine”. L’ordine contro i deboli, sempre contro chi non conta.
La Resistenza non finisce: cambia forma.
E oggi la destra ha trovato la sua scorciatoia: cavalcare le paure antiche con strumenti nuovi. La paura dell’altro. La paura del diverso. La paura della complessità. La paura della libertà mentre blaterano di libertà, che è sempre faticosa.
Perché qui non è in gioco “destra” o “sinistra”. È in gioco se siamo ancora capaci di riconoscere l’odore del tempo quando il tempo ricomincia a marcire…. è marcio.
Buon 25 Aprile significa, quindi, buona resistenza. Anche oggi.
Perché il problema non è che la storia possa ripetersi. Il problema è che noi, comodamente seduti sul volo low cost col cellulare in mano e la serie preferita, stiamo facendo finta di non riconoscerla.