L’episodio della Brigata ebraica costretta a lasciare il corteo del 25 Aprile a Milano sotto scorta è una radiografia del presente. Dentro c’è tutto il nostro guaio: polarizzazione, identità usate come clava, ignoranza di ritorno e un regalo - opportunamente confezionato- enorme per chi sogna di smitizzare la Resistenza.
Partiamo dai fatti, perché anche qui il caos fa comodo. La Brigata ebraica, che da anni partecipa al corteo milanese, è stata contestata, bloccata e poi fatta uscire dal percorso in un clima di insulti e grida, con accuse reciproche su patti, simboli e posizionamenti. E sullo sfondo la frase riportata — “saponette mancate” — che, al di là della disputa su chi l’abbia detta, se è stata detta, da chi, e in che forma - ha già prodotto il danno: rendendo plausibile, nella discussione pubblica sul 25 Aprile, un livello di disumanizzazione che dovrebbe essere impensabile. Se il 25 Aprile viene descritto come un luogo dove una comunità deve essere “scortata fuori” mentre altri si applaudono per la propria “coerenza”, abbiamo smarrito il perimetro.
Il primo corto circuito è quello più banale e più micidiale: Israele non è “gli ebrei”. Criticare - anche duramente - un governo è politica; trasformare quella critica in un marchio etnico è razzismo. Punto. Solo che oggi questo confine viene sbriciolato da entrambe le parti: da chi usa l’identità ebraica come scudo totale, come se contestare Netanyahu significasse profanare la memoria della Shoah, e da chi usa Gaza come licenza morale, come se portare un simbolo ebraico bastasse a certificare complicità e dunque legittimare il bersaglio. Risultato: non si discute più di politiche, responsabilità, diritto internazionale, pace; si discute per appartenenza tribale. In questo modo i fatti sfumano oppure vengano strumentalizzati. Esattamente come gli episodi arbitrali per noi tifosi. Puntualmente, infatti, un Ultras spara contro appartenenti all’ANPI.
Il secondo corto circuito è l’uso criminale delle parole (argomento caro alla Segre, sul quale concordo): antirazzismo, antisionismo, antisemitismo mescolati finché non distingui più niente. “Antisionismo” è diventata una parola-jolly: chi ci mette dentro una critica politica, chi la usa per zittire chi parla, chi la usa per autorizzarsi a disumanizzare. E l’antirazzismo, invece di fare da argine, viene ridotto a tifo: i miei oppressi buoni contro i tuoi oppressi cattivi (i palestinesi contro tutti gli ebrei, Gaza contro la Shoah, i migranti contro “gli italiani”, i poveri contro “i privilegiati”: sempre la stessa scorciatoia tribale). Così succede il capolavoro: contestare Netanyahu diventa “mancanza di memoria”, ma brandire la memoria per rendere intoccabile qualsiasi cosa scatena reazioni altrettanto cieche e rabbiose. Il pensiero critico non perde: non viene proprio ammesso. Resta la rissa.
Compare, infine, il terzo attore, quello che in questa storia non è un errore di contorno ma un beneficiario diretto: chi da anni lavora per smontare il 25 Aprile. Non ha bisogno di vincere un dibattito storico, perso in partenza: gli basta far passare l’idea che la Liberazione sia una festa “di parte”, una zuffa tra fazioni, un museo di rancori. Più il 25 Aprile è caos, più è facile dire: “vedete? è una liturgia ideologica, non riguarda tutti”. Ecco perché questo casino non è casuale: produce una sola cosa certa, la delegittimazione della Resistenza come fondazione civile condivisa.
Volendo essere adulti, servirebbe una regola minima che non sia di sinistra o di destra ma di civiltà. Si contestano governi, politiche e dottrine con argomenti, dati e responsabilità; non si colpiscono popoli, memorie di sterminio e identità con sputi morali e scorciatoie tribali. E soprattutto il 25 Aprile dovrebbe essere il giorno in cui una società dimostra di saper dire due frasi insieme senza impazzire: la Shoah è memoria non negoziabile; nessun governo è intoccabile. Il voto non è una sentenza e gli elettori possono sbagliare. Senza contare come i sistemi elettorali siano in grado di storpiarne il risultato, se parliamo di potere esecutivo.
Se non sappiamo più dire le due frasi insieme, siamo già dentro la grammatica dei tempi neri: quella dove tutto è appartenenza, tutto è “o con me o contro di me”.
Un blob informe ma non innocente. È un blob che serve. E serve sempre ai peggiori.