I vostri voti alla stagione me li sono letti, riletti e riflettuti. Avevo anche iniziato la mia versione… riflettendo ho deciso di fare diversamente, di dare il voto ai voti. Più umilmente ho provato a ragionare sul movente delle valutazioni e sono qui a sottoporvi il risultato:
non abbiamo bisogno di vincere per sentirci genoani. Lo siamo comunque, prima, durante e dopo i risultati. Ed è proprio per questo che non ci sentiamo obbligati a essere indulgenti. Anzi. Più il Genoa ci appartiene, più pretendiamo di guardarlo senza bugie.
Per molti questo è pessimismo. Per altri è masochismo. Per me è serietà. È il rifiuto di addolcire ciò che non va solo perché lo si ama.
Noi non chiediamo necessariamente di vincere. Chiediamo di non essere presi in giro. Chiediamo di non dover chiamare soddisfazione ciò che soddisfazione non è.
Questa architrave della nostra identità va rivendicata, non corretta. Non vogliamo essere addomesticati, né ci interessa farci raccontare che galleggiare sia costruire. La nostra severità nasce qui: dal rifiuto della menzogna prima ancora che della sconfitta.
Ma proprio perché questa architrave è così vera, bisogna avere il coraggio di dirne anche il lato pericoloso.
Perché lo stesso atteggiamento che ci difende dall’autoinganno, se non viene governato, può diventare una trappola. Può scivolare dalla severità alla chiusura, dalla lucidità alla sfiducia automatica - posizione ben presente su QdM e tra i genoani veri, non tra i “veri genoani” - dal rifiuto della propaganda alla sottovalutazione di qualunque segnale di crescita. Può diventare tossico.
La tossicità comincia quando noi, pur di non concedere nulla alla retorica, smettiamo di distinguere. Quando trattiamo allo stesso modo la presa in giro e il tentativo serio. Quando mettiamo nello stesso sacco il compromesso basso e il passo intermedio. Quando per paura di essere delusi ancora una volta decidiamo che non valga la pena riconoscere neppure ciò che merita di essere riconosciuto. A quel punto l’architrave non sostiene più: il cemento senz’acqua è durissimo, ma crepa per poi spezzarsi. Non protegge più dalla mediocrità: la rende inevitabile.
Distinguere significa non chiamare soddisfazione ciò che soddisfazione non è, ma anche non rifiutarsi di vedere una differenza tra chi ci blandisce e chi ci riconosce.
Tra chi usa parole vuote e chi tocca un nervo autentico. Tra una stagione semplicemente sopravvissuta e una stagione che magari non basta ancora, ma apre un principio di connessione, di identità, di prospettiva. Distinguere significa non abbassare il giudizio, ma affinarlo. Non fare sconti, ma nemmeno usare la severità come una clava contro tutto ciò che non coincide subito col massimo desiderabile.
Se perdiamo questa capacità di distinzione, la nostra serietà si degrada in condanna alla mediocrità. Perché finiamo per produrre un effetto paradossale: nel tentativo di non farci ingannare, rendiamo irrilevante anche il bene che prova a emergere. E così facendo offriamo alla società, agli allenatori, ai dirigenti il miglior alibi possibile.
Perché se tutto viene trattato come inadeguato allo stesso modo, allora niente è davvero chiamato a crescere. Tutto viene risucchiato in un indistinto grigio dove il galleggiamento e il tentativo autentico ricevono la stessa sentenza.
Ed è questo il punto in cui una caratteristica nobile si rovescia nel suo contrario. La severità, che nasce per opporsi alla mediocrità, finisce per diventare il clima perfetto in cui la mediocrità può durare indisturbata. Perché una piazza che non distingue più non orienta, non spinge, non premia, non punisce davvero: semplicemente sfiducia in anticipo. E la sfiducia in anticipo, per quanto comprensibile, non è una forma alta di coscienza. È una resa mascherata.
In tutto questo si inserisce l’oratoria, tanto apprezzata, di De Rossi.
Perché De Rossi, dopo decenni, ha toccato questo tratto identitario. Non ha semplicemente parlato bene: ha parlato al punto esatto in cui noi teniamo insieme amore e verità. Ci ha riconosciuti senza blandirci. Ha evocato coraggio, orgoglio, rifiuto della subalternità. Ha rimesso in circolo una lingua che sentiamo nostra, o almeno rispettosa della nostra struttura emotiva. Ed è per questo che piace.
Ma proprio per questo diventa fondamentale distinguere.
Perché se non distinguiamo, se mettiamo anche lui dentro la solita massa indistinta del “tanto finisce sempre allo stesso modo”, allora non stiamo difendendo la nostra identità: la stiamo sterilizzando. Non stiamo esercitando serietà: stiamo cancellando la possibilità stessa che qualcosa di diverso venga riconosciuto mentre accade. E questo non ci rende più forti.
Naturalmente il rischio opposto esiste eccome. Toccare queste corde senza piena consapevolezza è pericoloso, soprattutto per chi, come De Rossi, entra in profondità nel rapporto con la piazza. Perché se evochi certe cose e poi non hai il contesto, la società, la struttura o perfino la coscienza per sostenerle, il ritorno può essere durissimo. Possiamo sopportare quasi tutto, ma non il contrasto troppo netto tra una lingua alta e una realtà bassa. Non la sensazione che sia stata chiamata in causa la parte più seria del nostro amore per poi ricondurci, nei fatti, al solito compromesso tiepido.
Ma proprio qui serve ancora una volta distinguere.
Perché distinguere non significa essere indulgenti, cottimisti dell’ottimismo o servi sciocchi. Significa capire se siamo davanti a una truffa emotiva, a uno schermo per chi ci sta ingannando, oppure a un processo vero ma incompleto. Significa chiederci se qualcuno stia usando certe corde come scorciatoia di consenso, oppure se stia provando davvero a costruire qualcosa che però ha bisogno di essere accompagnato. Significa, in sostanza, non assolvere nessuno, ma nemmeno schiacciare tutto sotto il peso della nostra memoria ferita.
Facciamo bene a dire: non costringeteci a chiamare soddisfazione ciò che soddisfazione non è. Ma dobbiamo aggiungere un altro passaggio, altrettanto importante: non costringiamo noi stessi a chiamare mediocrità tutto ciò che mediocrità non è ancora. Perché se salta questa distinzione, allora il nostro filtro sulla realtà non è più uno strumento di difesa. Diventa un meccanismo che ci condanna a restare sempre uguali a noi stessi, sempre un passo prima della fiducia, sempre pronti a riconoscere il peggio, mai capaci di riconoscere il possibile.
E allora sì, quello che nasce come “ti amo, ma non raccontiamoci delle musse” si fa tossico. Non perché amiamo troppo il Genoa, ma perché smettiamo di distinguere tra chi lo riduce e chi, pur con limiti e rischi enormi, prova almeno a rialzarlo.
Questo è il punto: facciamo bene a non essere indulgenti. Ma proprio per questo abbiamo il dovere di essere precisi. Di distinguere. Perché solo distinguendo possiamo evitare che la nostra qualità più alta — il rifiuto di mentire a noi stessi su ciò che vediamo — si trasformi in una condanna preventiva. E solo distinguendo possiamo impedire che la paura della mediocrità finisca, paradossalmente, per garantire alla mediocrità un regno senza opposizione credibile.
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