DaniloLR Visto che qui sopra non ci sono tanti giovanotti alzi la mano però anche chi non è mai stato ad un passo dal diventarlo. Ci vuole un attimo. Essere genoano necessita di perseveranza, ostinazione e la pazienza di Giobbe.
Ciao Danilo. Non voglio tediarti per ore con gli archetipi genoani. Ti dico solamente che il Muretto mi piace perché la sua dimensione naturale è quella del mugugno.
Gente tutta diversa che, proprio perché sente il Genoa come qualcosa di proprio, non lo consegna senza controllo a presidenti, dirigenti, allenatori, comunicatori e venditori di tappeti.
Può riempire lo stadio e, nello stesso tempo, sostenere che una società stia lavorando male; difendere la squadra dagli altri e il Genoa da chi lo amministra, senza trasformare la propria presenza in una cambiale in bianco.
Mettiamola così: la mia fedeltà non vi autorizza a prendermi per il culo.
È per questo che il mugugno svolge una funzione essenziale: impedisce all’appartenenza di trasformarsi in servilismo. Il servile confonde il Genoa con chi, in quel momento, lo gestisce. Scambia la difesa della squadra per l’assoluzione della società, la fedeltà per obbedienza e ogni critica per tradimento. Se il presidente dice che piove, apre l’ombrello anche sotto il sole. Se il mercato è povero, diventa sostenibile. Se la squadra è incompleta, è giovane. Se il progetto non si vede, è perché bisogna avere pazienza. E se qualcuno fa domande, naturalmente, rema contro.
Marco li chiamerebbe, con una definizione geniale, i “cottimisti dell’ottimismo”.
Il mugugnone tiene invece separati i piani. Sa che presidenti, amministratori, allenatori e calciatori passano; il Genoa e la sua comunità restano. Per questo sostiene al novantesimo e chiede conto al novantunesimo.
Naturalmente, anche il mugugnone ha le sue perversioni.
C’è quello che non critica più per evitare il disastro, ma finisce per aspettarlo, perché una catastrofe gli permetterebbe finalmente di dire che aveva ragione. C’è quello che trasforma ogni dubbio in certezza, ogni errore in complotto e ogni speranza in ingenuità. C’è quello che non giudica più i fatti, ma li piega alla propria sentenza preventiva: tutto è sbagliato, sempre, e chi non lo vede è un servo.
Il mugugnone sano teme che il Genoa vada male. Quello patologico ha ormai bisogno che vada male.
E poi, all’estremo della degenerazione, c’è l’anti-genoano atipico.
Spesso nasce proprio da lì: da un mugugno che ha perso il Genoa per strada e ha conservato soltanto il rancore. Non contesta più chi lo gestisce, ma chi continua ad amarlo. Non cerca più di migliorare la comunità: deve dimostrare che la comunità è malata.
Personalmente, ho tentato — con uno sforzo forse puerile e donchisciottesco — di far evolvere il mugugno per evitarne le perversioni. Ho cercato di comprendere e razionalizzare le ragioni “tecniche” dei risultati mediocri. Mi sono convinto — grazie a Enrico Preziosi — che l’unico modo di massimizzare le possibilità di godere di qualche lustro fuori scala, oltre alla mera sopravvivenza, sia mantenere il Genoa nell’alveo delle sue potenzialità oggettive. Risultato, peraltro, mai raggiunto dal dopoguerra a oggi.
Mi ritengo una variante del mugugnone, anche se vengo spesso tacciato, principalmente dagli apostati nelle varie gradazioni, di appartenere alla schiera dei servili. Cosa singolare per uno che è stato preso a sputi dai servili perché accusato di disfattismo.
La mia è una di quelle battaglie che, seppure perse in partenza, vale la pena di combattere 😀