Estratto dal Trattato di antropologia rossoblù
Dedicato a Paololuasso, Mashiro che ha deciso di menarla nonché a Edo e Flavio ispiratori del post.
Chi abbia, come il sottoscritto, trascorso un numero sufficiente di estati tra i genoani finisce inevitabilmente per impratichirsi di un fenomeno che la scienza ufficiale, forse per mancanza di coraggio o, più probabilmente, perché guardarsi allo specchio costituisce un esercizio piuttosto complicato, non ha ancora ritenuto degno di studio.
Mentre in qualunque altro campo dell’esperienza umana gli errori accumulati producono una certa prudenza, nell’estate rossoblù accade esattamente il contrario. Più una stagione o un ciclo hanno frustrato desideri, speranze e aspettative, maggiore sarà la probabilità che il primo sconosciuto acquistato durante l’estate venga accolto come l’inizio della rinascita oppure come la prova definitiva che la società è un disastro.
Non è una questione di memoria, come si potrebbe pensare. Il genoano ricorda tutto, spesso anche troppo: Perdomo, Chagas, Eduardo, Castillo, Schöne, il trio fermano, Pratto e Centurión, le presentazioni trionfali, le interviste nelle quali emergeva una personalità fuori dal comune e i filmati consumati fino all’ultimo fotogramma per dimostrare che avevamo finalmente trovato quello giusto.
Ricorda persino le discussioni sostenute in difesa o in attacco e, se messo alle strette, potrebbe ancora ricostruire gli argomenti con cui aveva dimostrato agli scettici che non capivano un cazzo. Semplicemente, con l’arrivo del mercato, tutto questo materiale viene archiviato in una zona della coscienza dalla quale non esercita più alcuna influenza sui giudizi del presente.
Il mercato è la stagione della belina.
La belina non è una persona e sarebbe profondamente ingiusto riservare la definizione a una categoria precisa di tifosi, perché costituisce piuttosto uno stato della mente nel quale, prima o poi, può cadere chiunque. Il soggetto in esame conduce una vita normale, lavora, educa i figli, valuta investimenti o vacanze e magari deride l’ingenuità altrui; poi il Genoa acquista un esterno proveniente dalla seconda divisione di un Paese fino a quel momento conosciuto soprattutto per qualche località balneare e, nell’arco di quarantotto ore, lo stesso individuo sostiene di seguirlo da anni, ne conosce il piede debole e garantisce che, nel contesto giusto, potrà esplodere. Se ha trovato gli highlights su YouTube, nel giro di poche ore non è più un semplice tifoso: diventa l’unico osservatore europeo ad aver seguito il ragazzo dai Pulcini al professionismo.
Contrariamente alla convinzione più diffusa, la belina non nasce dall’ignoranza. Spesso possiede una cultura genoana sterminata, ricorda formazioni vecchie di quarant’anni, sa distinguere una difesa a uomo da una a zona e conserva informazioni su amichevoli estive disputate davanti a trecento persone in località austriache che qualsiasi bipede normodotato avrebbe, nel frattempo, dimenticato. Il problema non è dunque la competenza, ma la capacità prodigiosa di metterla al servizio della conclusione desiderata.
Per molti anni si è creduto che la belina sopravvalutasse semplicemente i calciatori appena arrivati. Gli studi successivi hanno consentito di raggiungere una conclusione più precisa: la belina non sopravvaluta il giocatore, ma il bisogno che ha deciso di affidargli. Se manca da anni un leader, il nuovo acquisto possiederà inevitabilmente carisma e personalità; se manca un centravanti, ogni gol segnato in un campionato remoto verrà analizzato come manifestazione di un istinto predatorio; se manca un regista, tre passaggi montati in sequenza e accompagnati da musica epica basteranno a dimostrare una visione di gioco superiore. Oppure accade il contrario: se si è messo in testa che il presidente è misciu, anche Van Basten sarebbe catalogato come un ravatto clamorosamente sopravvalutato.
Il calciatore reale, a quel punto, perde progressivamente importanza. Al suo posto viene costruita una figura molto più utile, modellata sulle necessità emotive e tecniche del momento, alla quale vengono attribuite qualità che nessun osservatore potrebbe ancora conoscere, ma che la comunità riconosce immediatamente come vere. È il passaggio nel quale il desiderio smette di essere una speranza e acquisisce la dignità di una relazione tecnica.
Da qui deriva la Prima Legge dell’antropologia rossoblù: la belina tende ad avere ragione sul problema e torto sulla soluzione.
La prima verifica sperimentale della Prima Legge si ebbe con l’arrivo dei tre uruguaiani. José Perdomo — complice il Prof — fu immediatamente individuato come l’uomo destinato a cambiare il centrocampo del Genoa: aveva temperamento, leadership, esperienza internazionale e, soprattutto, rispondeva alla perfezione al bisogno di immaginare un nuovo capo popolo. Possedeva inoltre un destro da fermo capace di evocare, addirittura , Felice Levratto lo Sfondareti.
Rubén Paz aggiungeva prestigio all’operazione, mentre il papero Aguilera veniva accolto con la cortese attenzione riservata a chi deve portare la borsa al capitano e, soprattutto, non rompere i coglioni. Non era un giudizio assurdo a priori, e proprio questo rende l’esperimento particolarmente significativo: era il giudizio prevalente, sostenuto da tifosi, commentatori e giornalisti che riuscirono compatti ad avere l’opinione giusta sul giocatore sbagliato.
Il resto appartiene alla storia. Perdomo e Paz scivolarono progressivamente ai margini del racconto - sarebbe meglio dire delle menate da parte di chi ci vuole male - mentre il comprimario, diventato nel frattempo il Pato, entrò nei cori e nei cuori, segnò ad Anfield e finì per rappresentare una delle gioie più grandi che il Genoa abbia regalato nell’ultimo mezzo secolo. L’esperimento avrebbe dovuto produrre prudenza nelle generazioni successive, ma la belina possiede la rara qualità di considerare ogni precedente un caso particolare e ogni nuova illusione una categoria autonoma.
L’esperimento venne pertanto archiviato come non significativo. Perdomo era un caso particolare. Qualche anno prima Chagas, conosciuto anche come Eloi, rappresentava il fenomeno brasileiro del Mundialito che palleggiava coi limoni. Figurarsi con un pallone. Più recentemente Eduardo era il portiere della nazionale portoghese e dunque, secondo una logica difficilmente contestabile prima di vederlo all’opera, doveva necessariamente essere una saracinesca. El Tigre Castillo portava nel soprannome una ferocia che il campo si incaricò di ricondurre a proporzioni più domestiche. Schöne arrivava dall’Ajax e da una semifinale di Champions, curriculum sufficiente a convincerci che il tempo, il contesto e le condizioni fisiche fossero dettagli burocratici.
La belina, naturalmente, non agisce da sola. Intorno a lei si forma ogni estate un ecosistema perfettamente organizzato, all’interno del quale occupa un ruolo fondamentale il giornalista tifoso, figura capace di anticipare il giudizio corretto purché venga applicato al calciatore sbagliato. Dopo il primo allenamento registra personalità e qualità fuori categoria; dopo il secondo riferisce che il tecnico lo considera centrale; dopo qualche mese, quando la realtà ha ormai svolto il proprio lavoro, ricorda con sobrietà che i limiti del ragazzo erano apparsi evidenti fin dall’inizio.
Non è sempre malafede, ma una forma molto evoluta di adattamento retrospettivo. La retrospettiva costituisce infatti uno degli strumenti più raffinati della critica calcistica: consente di avere avuto sempre ragione.
Seconda Legge. La belina non ama mai da sola: ha sempre bisogno di testimoni.
Accanto al giornalista prosperano l’amico che segue da sempre il campionato uruguaiano, anche se nessuno lo aveva mai sentito nominare prima di quella settimana; il conoscente con un parente residente casualmente nella città natale del giocatore; l’esperto di calcio internazionale che ha visionato tre minuti e quarantadue secondi di immagini, ignorando che nei filmati celebrativi nessuno inserisce i controlli sbagliati, le partite anonime e il momento in cui il protagonista viene sostituito al quarantaseiesimo tra l’indifferenza generale o, nei campionati più partecipati, sotto una grandinata di pomodori.
Il sistema è talmente efficiente che nessuno ha bisogno di mentire. Il giornalista conferma la belina, la belina certifica il giornalista e il consenso così prodotto diventa, almeno fino alla prima partita ufficiale, più resistente di qualunque prova contraria. Talvolta perfino il giocatore finisce per crederci, caricandosi sulle spalle il compito di risolvere problemi che la società non era riuscita ad affrontare per anni e che gli vengono affidati prima ancora che abbia trovato casa a Genova.
L’aspetto più interessante, tuttavia, emerge quando il meccanismo funziona al contrario. Il giocatore accolto con diffidenza viene inizialmente tollerato, quindi apprezzato, successivamente amato e infine utilizzato come prova definitiva dell’incompetenza di chi lo ha lasciato partire. A quel punto le stesse persone che ne avevano contestato l’acquisto sono in prima fila a strapparsi le vesti, senza che il giudizio iniziale venga mai richiamato agli atti. La memoria rossoblù è prodigiosa nel conservare i torti subiti e molto più selettiva quando si tratta di ricordare le proprie perizie tecniche.
È difficile stabilire se tutto ciò dipenda da un difetto del ragionamento o da un eccesso di speranza. L’esperienza suggerirebbe prudenza, ma le stagioni peggiori sembrano produrre l’effetto opposto: più a lungo la realtà ha negato al genoano ciò che desiderava, più facilmente il primo acquisto estivo verrà incaricato di restituirglielo. Non serve dichiararlo apertamente, perché basta osservare la velocità con cui un calciatore sconosciuto diventa prima interessante, poi forte, quindi imprescindibile e infine la prova che questa volta la società ha finalmente capito tutto.
La belina, in fondo, non sopravvaluta mai soltanto il giocatore: sopravvaluta ancora una volta il bisogno che ha deciso di affidargli.
La pubblicazione di questo studio non produrrà verosimilmente alcun effetto sulla popolazione osservata. La belina è impermeabile all’esperienza, soprattutto alla propria, e sarebbe ingenuo pensare che qualche pagina possa ottenere ciò che non sono riusciti a fare decenni di mercati, bidoni, rimpianti e video su YouTube. Del resto, mentre il lettore giunge alla conclusione, un nuovo acquisto avrà probabilmente già sostenuto il primo allenamento e il giornalista tifoso ne avrà intravisto la personalità.
A quel punto qualcuno, dopo aver ricordato che Perdomo era un’altra storia, Eduardo arrivò in circostanze particolari e Schöne fu semplicemente sfortunato, pronuncerà con assoluta convinzione la formula che consente alla belina di attraversare indenne le generazioni:
«No, no… questo è diverso».
Poi, naturalmente, andatevene un po’ affangala. ❤️💙