I problemi - rispetto alle ambizioni- ci sono e negarlo sarebbe sciocco. Sismo esposti fino all’ultimo al rischio che qualcuno venga a bussare per i pochi giocatori che non vorremmo vedere partire. In campo siamo indietro con gli acquisti in grado di farci crescere in warm up oppure in fase di recupero. Ma li abbiamo.
Quindi ritardo, si, ma oggettivamente meglio dello scorso anno.
La squadra oggi ha una sua logica e il ritardo è figlio, anche, di fattori che col Genoa c’entrano relativamente.
Lo scandalo di un un mercato che chiude dopo la seconda giornata di campionato, costringendo gli allenatori a preparare partite ufficiali con rose che possono ancora essere stravolte. A questo aggiungiamo che il calcio italiano è ormai ridotto ad aspettare gli avanzi del tavolo inglese e delle altre grandi baldracche europee — Real, Barça, Bayern, PSG e compagnia cantante — e il nostro mercato, quello dei giocatori che possono davvero spostare qualcosa, finisce per cominciare intorno al 20 agosto.
Ed è persino giusto aspettare, se l’alternativa è comprare tanto per comprare. I Ferguson, i Lucca — cito due nomi usciti, non sapendo naturalmente se interessino davvero al Genoa, visto che la società ha sviluppato la sacrosanta abitudine di non spifferare facendo impazzire i giornalai — e in generale i giocatori capaci di fare la differenza diventano accessibili quando le squadre più ricche hanno finito di apparecchiare. Il problema è che in Italia, per le ragioni di cui sopra, questo avviene agli sgoccioli.
Noi nel frattempo siamo costretti a sperare che nell’ultimo giro di valzer nessuno inviti a ballare due o tre dei nostri pilastri: i due noti e, a questo punto, aggiungerei Marcandalli. Ma mentre aspettiamo potremmo anche guardarci intorno senza bisogno di un autobotte di Xanax: rispetto a un anno fa il Genoa è molto più formato. Ha difetti, certamente, ma ha anche un senso, un’identità, una struttura e delle alternative. Poi può migliorare parecchio e, secondo me, deve farlo.
Invece noi siamo, al solito, allo psicodramma. Produciamo uno spauracchio dietro l’altro. Ieri il Real Ascoli, domani il Napoli, dopodomani il nuovo acquisto che dopo quarantacinque minuti non avrà ancora saltato tre uomini sparandola nel sette e verrà sottoposto alla TAC. L’ansia sembra essere il carburante rinnovabile della piazza genoana: non si esaurisce mai e, soprattutto, si produce in casa.
La più naturale delle cose controproducenti. Ci ansiamo per i nuovi come se non avessimo mai visto campioni impiegare mesi per ambientarsi e bidoni partire a razzo prima di rientrare mestamente nella propria dimensione.
Giudichiamo una squadra il 17 agosto, cosa impossibile di per se, sapendo che tra quindici giorni potrebbe essere diversa e trasformiamo ogni apparizione in un referendum sulla proprietà, sul direttore sportivo, sull’allenatore e possibilmente sul futuro dell’umanità.
Sostenere che questa squadra, per quello che è oggi e fermo restando che il mercato può ancora migliorarla o peggiorarla, non sia in linea con il miglioramento che auspicavamo un anno fa mi sembra tecnicamente una bestemmia. Non significa che sia abbastanza, che il mercato sia da applausi o che la proprietà abbia dimostrato di possedere le risorse necessarie per portarci dove vorremmo. Significa semplicemente guardare quello che c’è senza obbligarlo a confermare quello che avevamo già deciso di pensare.
Siamo invece talmente infighiti nel “vorrei ma non posso” che qualsiasi ragionamento non contenga misciu, indegni, sveglia! e il resto del campionario dell’ansiato viene immediatamente classificato come appiattimento filo societario. Prendere atto dei problemi e contemporaneamente riconoscere quello che di buono è stato fatto diventa addirittura rilanciare al ribasso, quasi che l’ambizione si misurasse dalla velocità con cui si dà il benservito a chi c’è per mettersi ad aspettare Godot.
Sarebbe sacrosanto se avessimo davanti qualcuno che opera contro gli interessi del Genoa. Lo abbiamo conosciuto, sappiamo riconoscerlo e in quel caso le barricate sarebbero il minimo sindacale. Ma non mi sembra questa la fotografia di oggi. Vedo una gestione con limiti evidenti, risorse sulle é più che legittimo avere dubbi e la necessità di accelerare, ma vedo anche un Genoa che rispetto a quello trovato è stato risanato, organizzato e tecnicamente ricostruito.
Buttare via tutto al buio non è necessariamente ambizione. Può essere semplicemente un’altra forma dell’ansia genoana: siccome quello che abbiamo non corrisponde a quello che desideriamo, immaginiamo che quello che non conosciamo debba necessariamente essere migliore.
Mancano quindici giorni e può ancora succedere parecchio, nel bene e nel male. Mi limito ad augurarmi — sgrat — di assistere tra qualche mese alle consuete inversioni a U, quando quelli che oggi sono ravatti diventeranno improvvisamente imprescindibili e quelli che bisognava vendere a qualunque costo saranno diventati patrimonio da difendere con la vita.
Nel frattempo provo soltanto a non scambiare l’ambizione con l’insoddisfazione permanente e l’ansia con l’analisi ❤️💙