Ha preso dalla Primavera il treno di una promozione che allora consideravamo fondamentale, senza renderci pienamente conto che non prenderlo avrebbe significato non la fine dei 777 ma la fine del CFC 1893, e ha fatto il suo.
C’è chi legittimamente pensa che il fallimento sarebbe stato meglio dell’enorme spreco di risorse per pagare il conto del delinquente. Secondo me sottovalutando la complessità di gestire decentemente e di trovare qualcuno disposto a farlo a Genova. Basta guardare dalla finestra chi è ripartito con debiti, mondati dalla procedura fallimentare, pari a meno di un sesto dei nostri che stanno facendo l’ascensore. Ma è un altro discorso.
Non ci ha mai mancato di rispetto, non ci ha fatto fare brutte figure né ha mai mostrato atteggiamenti non condivisibili. Si è fatto montare da Zangrillo — che se lo era intestato nelle note dinamiche conflittuali — contro quello che era il vero plenipotenziario del Genoa, e lo fatto difendendo genuinamente la competitività della squadra. Ha pagato il primo conto del disinvestimento necessario a rientrare dal salasso della B — il più salato, in termini di peggioramento relativo tra un’annata e l’altra — nel crocevia tra il sogno americano e l’amministrazione controllata.
Senza buttare fiele, ringraziando e andando avanti.
Come possa essere diventato l’ossessione di qualcuno, eletto a zimbello e sistematicamente perculato, rimane per me un mistero da psicologia applicata. Fastidiosa se comportarsi bene contasse qualcosa. E non mi si parli di soldi che quelli normalmente inducono a comportarsi male.
Fermo restando l’auspicio che il Parma finisca dietro di noi in classifica per ovvie ragioni, e detto che i ducali sono, insieme al Verona, una delle tifoserie che considero peggiori, Gilardino meriterebbe soltanto un grande in bocca al lupo e il rispetto dei genoani.
Ma tant’è…