Mister_No
Dev’esserci un bacillo. Il bacillo dell’isteria.
Probabilmente si genera nei forni della focaccia o nelle serre del basilico, a determinate condizioni di temperatura e umidità. Poi entra in contatto con quel particolare microclima prodotto da una maglia rossoblù, una sciarpa del Genoa e quattro risultati di merda consecutivi, e scatena la reazione. Isteria collettiva e immediata caccia al colpevole.
La cosa curiosa è che tra le parole che fanno incazzare di più il genoano c’è frustrazione. Puoi dirgli che non capisce un cazzo di calcio, che il centravanti per cui stravede è una pippa o che l’allenatore osannato fino a un mese andrebbe accompagnato a Parma e lasciato lì. Si discute.
Ma prova a dirgli che è frustrato. Apriti cielo!
Eppure mangiare merda per ottant’anni sarebbe frustrante anche per il Mahatma Gandhi, figuriamoci per uno che entra al Ferraris ogni domenica convinto che questa volta possa finalmente cominciare una vita diversa.
Forse il problema è linguistico prima ancora che psicologico.
Viviamo in un’epoca curiosa, nella quale alcune parole sono state completamente riabilitate e altre sono diventate impronunciabili. “Ignorante” ha fatto una carriera straordinaria: oggi una macchina, un motore, una giacca e perfino una carbonara possono essere “ignoranti”, ed è un complimento. “Cattivo” è magnifico se riferito al rumore di una moto, “assurdo” significa bellissimo, “devastante” può essere un centravanti e “illegale” un gol.
Nel frattempo altre parole hanno fatto il percorso contrario.
Dai dell’insicuro a qualcuno e difficilmente ti racconterà serenamente le proprie incertezze. Digli che è permaloso e probabilmente si offenderà dimostrandoti sul posto che avevi ragione. “Invidioso” non descrive quasi più un sentimento umano: è diventato una sentenza morale.
E poi c’è “frustrato”: se ti dico deluso, probabilmente annuisci. Se ti dico frustrato, ti incazzi. Eppure in entrambi i casi c’è qualcosa che desideravi e che la realtà non ti ha dato.
Ma il caso più divertente è rassegnato.
Io mi incazzerei molto di più se qualcuno mi desse del rassegnato anziché del frustrato. La frustrazione presuppone almeno che io voglia ancora qualcosa; la rassegnazione significa che ho smesso di credere di poterla ottenere.
Eppure provate a scrivere su un Muretto genoano: “Siete rassegnati.”
Non si offenderà quasi nessuno. Anzi, arriveranno in parecchi a spiegare perché, dopo tutto quello che hanno visto, hanno sacrosante ragioni per esserlo: retrocessioni, presidenti, arbitri, promesse, mercati, centravanti mancati e probabilmente qualche episodio del 1973. Una minuscola minoranza ribatterà.
Provate invece a scrivere: “Siete frustrati.”
Devi cambiare identità e possibilmente provincia.
Misteri della linguistica e della percezione: ci offendiamo per la parola che dice che desideriamo ancora qualcosa e accettiamo quella che suggerisce che abbiamo smesso di sperarci.
E invece la frustrazione, nel nostro caso, è tremendamente precisa: desideri qualcosa, provi a raggiungerlo e la realtà continua a mettersi in mezzo.
Se questa non è una discreta sintesi della storia del Genoa, non so quale possa esserlo.
Una domenica pensi di aver trovato la strada e quella dopo prendi una mazzata. Ti rialzi, ricominci a fare conti, formazioni, classifiche, mercati, punti possibili. Poi arriva un’altra mazzata.
Quello che ci accade è frustrante. La nostra reazione alla frustrazione, invece, è probabilmente una delle cose più belle che abbiamo.
Perché la nostra caratteristica non è aver sofferto. Di tifoserie che hanno sofferto è pieno il mondo. È la capacità quasi irragionevole di rilanciare il sogno dopo ogni mazzata, come se la precedente non avesse dimostrato proprio niente. Roberto Scotto sapeva bene quando alzarsi per esaltare la ribellione alla rassegnazione. Quanto ne andiamo fieri.
Ci deprimiamo, mugugnamo, individuiamo un colpevole e possibilmente anche il suo sostituto entro mezzanotte. Giuriamo che non ci fregheranno mai più. Poi arriva la partita successiva e siamo nuovamente lì, perfettamente disponibili a farci fregare.
Forse è proprio per questo che ci incazziamo tanto.
Non perché non siamo frustrati, ma perché non siamo rassegnati.
E sono due cose quasi opposte.
La rassegnazione abbassa il desiderio fino all’altezza della realtà. La frustrazione nasce dalla distanza che continua a esserci tra la realtà e quello che vorremmo. E noi quella distanza, invece di eliminarla smettendo di desiderare, continuiamo testardamente a riempirla di aspettative.
Il problema arriva quando pretendiamo di guarire dalla frustrazione trovando immediatamente un colpevole. Allora quattro partite diventano una crisi, settembre diventa maggio, una formazione sbagliata dimostra che l’allenatore ha perso il cervello e la prossima trasferta diventa “l’ultima spiaggia”.
Per questo rivendico persino il diritto alla frustrazione.
Sono frustrato perché vorrei vedere il Genoa molto più in alto di dove l’ho visto per gran parte della mia vita. Sono frustrato perché ogni volta che intravedo qualcosa di bello vorrei che durasse. Sono frustrato perché continuo ad aspettarmi qualcosa.
E meno male.
Mi preoccuperei molto di più il giorno in cui una sconfitta non mi facesse più un belino e una classifica mediocre mi sembrasse il nostro posto naturale.
Perché il Genoa può frustrarmi quanto vuole. Finché riesce a frustrarmi significa che non è ancora riuscito a rassegnarmi.
E dopo ottant’anni di tentativi, direi che questa partita almeno la stiamo vincendo noi. ❤️💙