Questo post, ispirato da G.Threepwood è a lui dedicato… e al mitico Edo
Un nostro amico, che qui si fa chiamare Guybrush Threepwood, mi ha fatto un bellissimo complimento. Un complimento spropositato, del quale lo ringrazio, ma che mi ha sbloccato un racconto di cui avevo fantasticato da un po’ di tempo. Vediamo se riesco a non fargliene pentire.
La faccenda è complicata dal fatto che Guybrush si chiama come mio nonno. Per noi era Nanni, e ormai sono quarant’anni che non posso più chiamarlo così. Quando ho letto quel nome, dunque, il pirata è arrivato secondo. Il primo a presentarsi è stato lui.
Da subito il suo nickname mi aveva incuriosito. E mi sono ricordato di una cosa che chi ha giocato a Monkey Island conosce bene: puoi metterti in viaggio per cercare un tesoro e scoprire, alla fine, di non essere affatto sicuro di cosa stessi cercando. Come nella vita.
Guybrush aveva attraversato isole, messo insieme pezzi di mappe, sfidato LeChuck e inseguito Big Whoop. Un nome così non poteva nascondere quattro monete in una cassa marcia: prometteva il tesoro per cui valeva la pena continuare a cercare, anche quando non sapevi più bene dove fossi finito. Poi Guybrush esce dall’avventura e si ritrova in un parco divertimenti. Ci sono i suoi che aspettano, le attrazioni, altri bambini. Di Big Whoop resta il nome scritto su un’insegna. Anni dopo, nello stesso parco, due bambini riprendono il gioco da dove lo avevamo lasciato noi. Uno è il figlio di Guybrush.
Non so se vi sia mai successo di sentirvi presi per il culo da una storia e, nello stesso momento, di non volerle bene un cicinin meno. Oltre al Genoa intendo. Io, davanti a quel parco, ci sono rimasto male. Volevo che l’isola fosse un’isola, che il tesoro ci fosse davvero. Solo dopo ho pensato a quei due bambini: per loro le attrazioni non chiudevano l’avventura. Erano il posto da cui cominciava. Mi sono ricordato di quante volte avevo fatto lo stesso senza bisogno di un parco, e di quanto poco mi fosse bastato.
Nelle campagne di Roncolongo, dove passavo l’estate tra merde di vacca e alberi di mele selvatiche, non c’erano velieri. Non c’erano nemmeno palme, a dire il vero. C’erano boschi, trattori, mille buchi e fienili in cui nascondersi e adulti che prima o poi ci chiamavano perché era ora di tornare. Per noi era sufficiente. Quegli anfratti dietro alle balle di fieno potevano essere la baia di un’isola che nessuno aveva ancora esplorato; bastava che uno partisse di corsa e un altro gli gridasse dietro perché la spedizione avesse inizio. Anni dopo, su uno schermo, abbiamo fatto la stessa cosa con un pugno di pixel. Sapevamo benissimo che erano pixel. Continuavamo a vedere il mare.
Prima di Guybrush, per me, c’erano stati Sandokan e le tigri di Mompracem. C’erano Tremal-Naik e Kammamuri, che attraversavano la giungla con quella fedeltà assoluta che nei romanzi sembra naturale e nella vita si scopre essere rarissima. E c’era una scena che mi è rimasta addosso più delle vittorie: il bombardamento di Mompracem. Sandokan guarda dalla rupe la flotta arrivata a cancellarlo. Inglesi, olandesi, spagnoli, perfino i prahos del sultano di Varauni. Lui ha un’isola, qualche centinaio di uomini e dei cannoni che spara finché riesce a tenerli in piedi. La bandiera dei pirati cade già al primo colpo. Sandokan capisce come finirà, e combatte lo stesso.
Per un po’ quelli di Mompracem danno alla flotta più di quanto la flotta avesse messo in conto. Poi arrivano altri incrociatori, saltano le trincee, cadono i cannoni. Yanez deve dirgli che è finita. Sandokan ordina la ritirata e Salgari scrive che la stella di Mompracem si è spenta per sempre. Da ragazzo avrei voluto entrare nel libro a contestare, come trovarsi in tribuna al Ferraris per cercare il ladro di sogni: dopo tutto quel sangue, non poteva finire così. Oggi mi resta impressa soprattutto la fatica che deve essergli costata salvare i suoi uomini, accettare la sconfitta e portarli via da un’isola che amavano. La battaglia contro l’Union Jack era persa in partenza. Averla combattuta non restituisce Mompracem ai tigrotti, ma è parte della ragione per cui, tanti anni dopo, ci ricordiamo ancora di loro.
Powers, più tardi, mi ha portato su un’altra rotta. In “On Stranger Tides “John Chandagnac è un burattinaio diretto in Giamaica per fare i conti con uno zio che ha rubato l’eredità di suo padre. Il suo programma finisce quando i pirati prendono la nave: per restare vivo deve unirsi a loro, diventa Jack Shandy e si ritrova dentro una storia di magia, di morti che non stanno al loro posto e di uomini disposti a tutto per raggiungere la Fonte della Giovinezza. Mi piace quel punto di partenza così poco eroico. Uno sale a bordo per sistemare una faccenda di famiglia e il mare lo porta altrove. Ma è Salgari che mi ha insegnato per primo a salire su una nave senza chiedere garanzie sul ritorno. Bastava aprire un libro, così come anni dopo sarebbe bastato accendere un computer: il viaggio cominciava con pochissimo, e una volta cominciato diventava enorme.
Qui, per me, Monkey Island smette di essere soltanto un gioco. Perché a una certa età il parco lo riconosci subito. Vedi il legno dietro la facciata, sai quanto costa il biglietto, hai imparato che certi passaggi non conducono in un’altra dimensione. Non puoi più fingere di non vederlo, e forse non sarebbe neppure giusto. Però puoi ancora ricordare l’avventura che ci hai vissuto dentro, e puoi raccontarla a tuo figlio senza chiedergli di credere che le assi fossero oro.
Con il Genoa il punto doloroso è questo. Noi la stella la vogliamo! La cantiamo da una vita, e non per modo di dire. Io vorrei vederla sulla maglia, come tutti voi. Quando però guardo la distanza fra quel desiderio e quello che abbiamo davanti, mi accorgo di quanto sia facile passare la vita a immaginare il Genoa che dovrebbe esserci e perdere di vista quello con cui andiamo allo stadio ogni domenica. E quello che abbiamo davanti va guardato bene: non diventa più bello se gli disegniamo sopra un fondale caraibico.
Quel Genoa ci fa incazzare, spesso con sacrosanta ragione. Ci ha chiesto una pazienza che non avremmo mai pensato di possedere e, certe volte, ci offre davvero pochissimo in cambio. Sarebbe falso chiamare tesoro ogni briciola, come sarebbe falso dire che la stella non conta perché ci siamo commossi per un gol in una stagione mediocre. Conta eccome. Possiamo desiderarla, pretendere che si provi ad avvicinarla e intanto non buttare via quello che la strada ci dà. È un equilibrio scomodo, lo so. Io per primo certi giorni vorrei soltanto mandare tutti affanculo e tornare quando avranno costruito una squadra all’altezza della maglia.
Forse per questo oggi, del bombardamento di Mompracem, mi colpisce più la ritirata dell’assalto. Sandokan è ancora la Tigre quando smette di sparare. Ha perso l’isola, e non può raccontare ai suoi uomini che quella fosse una vittoria; può soltanto portarli fuori vivi e trovare un’altra rotta. Noi non siamo in guerra con nessun impero, sia chiaro, e confondere il calcio con la vita sarebbe un altro modo di farsi fregare dall’immaginazione. Ma qualche volta bisogna avere il coraggio di dire che la stagione è quella che è, che la stella non è dietro la prossima curva, e decidere comunque che vale la pena salire a bordo domenica.
Penso alle persone con cui ho visto le partite, ad alcune che non ci sono più e che tornano per un istante quando sento una certa canzone o rivedo un certo gol. Penso alle trasferte cominciate troppo presto al mattino e finite troppo tardi la notte, alle domeniche in cui non ci aspettavamo niente e siamo tornati a casa leggeri nell’anima anche se pieni di gol sul gobbone, alle discussioni su questo forum che mi hanno fatto conoscere qualcuno ben oltre il suo nickname. Non riempiono la bacheca. Nella mia vita, però, hanno occupato molto spazio. Penso in particolare a Edo… che non scrive da due settimane e già mi manca da impazzire.
Forse è per questo che il tuo messaggio mi ha colpito, Guybrush. Un ragazzo sceglie il nome di un pirata nato da un cumulo di pixel; io leggo il suo nome vero e ritrovo mio nonno Nanni. Poi provo a scrivergli e finisco a parlare del Genoa, di Sandokan, di una stella. Mi viene in mente il “rugiur” di Edo nel migliore dei post che abbia mai letto in trent’anni di internet… e ne ho letti a migliaia… mi sale il magone. Nessuno aveva scritto questa storia. Eppure eccoci qui.
Non so se vedremo mai la stella che vogliamo... per quanto mi riguarda probabilmente no. So che voglio continuare a volerla senza lasciare che la sua assenza si porti via tutto il resto.
Si può essere felici tifando Genoa. Qualche volta. Per qualche ora. Con le persone giuste a bordo.
E quando succede, almeno quel pezzo di viaggio è stato vero.