Uno, due, tre… casino.
Poche sillabe per riassumere l’effetto dei risultati di inizio stagione: una palla pesantissima che rotola sulla pista, potente, fino ad abbattere tutti i birilli. Strike!!!
Quanto accaduto è abbastanza chiaro a tutti su QdM. Lo abbiamo commentato per quattro anni, giorno dopo giorno. Il progetto di risanamento e rilancio a stelle e strisce si è interrotto a meno della metà del guado. Il blackout ci ha fatto rischiare un impasse pericolosa con A-CAP. Peccato che la soluzione Blasquez—di cui abbiamo chiari gli effetti ma non il movente—non abbia smosso l’impasse, generandone una di natura diversa. Ma sempre di stallo si tratta.
Sono bastate otto giornate maledette a far dimenticare a (quasi) tutti che nel Genoa CFC sono stati immessi circa 200 milioni, oltre ai 70 scontati nella transazione. Gli effetti di questa cura da cavallo si vedranno in futuro, a patto che si trovi continuità gestionale e una proprietà solida, capace di investire, libera da condizionamenti legali.
Leggo chi considera la Serie B una Waterloo. Certamente sarebbe un problema, ma largamente inferiore a quelli affrontati in passato, quando la differenza di ricavi tra le categorie veniva divorata da stipendi per gente fuori rosa o da oneri finanziari insostenibili per qualsiasi società del nostro taglio. Fermo restando che si debba far di tutto per evitarla: di tutto tranne sbriciolarsi in contestazioni o pulsioni di oblio come ai tempi del delinquente.
Mashi mi direbbe che in questa ricostruzione manca il sogno. Naturalmente ha ragione. La gente vuole risultati degni e calciatori che fanno innamorare. A me, personalmente, fa tristezza sentire gridare “uomini di merda” contro un gruppo che include alcuni tra i professionisti più seri visti negli ultimi trent’anni. Staff compreso.
Le posizioni velleitarie imperano: fiumi di giudizi sui singoli—di cui dovrebbe importare relativamente—corroborano mistificazioni belle e buone sulla situazione reale e sull’operato di squadra e società.
Chi ha tifato e tifa per il disastro—era ad esempio contrario alla transazione, pena il fallimento—sbuca dal silenzio per soffiare sul fuoco. Gliene sarà mai fregato qualcosa? La maggioranza di quelli che sostenevano che la squadra avesse il minimo indispensabile per salvarsi si danno al massimalismo una giornata via l’altra, come se ci fossimo dimenticati cosa scrivevano non più di due mesi fa.
Chi condivide queste righe se ne sta—in larga maggioranza—zitto o smoccola per i fatti suoi.
Sul “non c’è un euro” ho già commentato sopra. Sui singoli—DS, allenatori, giocatori—ho personalmente poco da recriminare. Prima dello stallo, hanno fatto più o meno tutti il loro.
Ottolini, ad esempio, ha sicuramente beneficiato di Gudmundsson e Frendrup, pescati da Spors. Ma Dragusin, Retegui e De Winter li ha presi lui. Non essendo corrispondente alla beatificazione di Spors, pochi lo ricordano. Stesso dicasi per Gilardino e Vieira, fermo restando che di errori non ne commette esclusivamente chi, nella vita, non ha mai combinato un belino.
I genoani meritano di più. Sarei anche d’accordo, se questo non presupponesse di mandare a puttane il poco che hanno. Perché non conosco il limite al peggio.
Nessuno nega gli sfoghi, ci mancherebbe. Però preferirei un rosario di bestemmie rispetto alle mistificazioni che—quelle sì—fanno danni irreparabili, dando la stura a personaggi poco edificanti, capaci di compromettere il futuro.
Non c’è niente da fare, da sempre: ci sono personaggi che conoscono molto bene la piazza e si ritagliano spazi cavalcando gli aspetti deleteri—presenti dappertutto—attenti unicamente al loro lurido orticello.
Quindi benissimo i poeti e lo sfogo per la fine di un sogno, seppur con due anni di ritardo.
Ma ora basta con le narrazioni tossiche, con le ricostruzioni fantasiose, con i personaggi che si nutrono del caos per tornare a galla. Il Genoa ha già pagato abbastanza per le mitologie sbagliate e le guerre di posizione.
Serve lucidità, non isteria. Serve memoria, non revisionismo. Serve rispetto per ciò che è stato fatto, non il solito riflesso pavloviano del “tutto da buttare”.
Perché chi oggi invoca il fuoco purificatore rischia di bruciare anche l’ultima trave rimasta in piedi. E a quel punto non ci sarà più nulla da salvare. Né da contestare.
Solo da rimpiangere.