Ciao Danilo,
quello che tu chiami “lacrime e sangue” io lo definirei sopravvivenza annuale: il dover coprire, stagione dopo stagione, quello sbilancio strutturale tra costi e ricavi che su queste pagine abbiamo identificato e vivisezionato in tutti i modi.
Per questo il punto non è chiedere una confessione pubblica di un altro anno di sofferenza. Il punto è chiedere una direzione leggibile per uscire da questo stallo. Stallo che purtroppo — e qui infatti spesso si discute — non dipende da loro, ma è in larga parte strutturale alla nostra piazza, ed è il vero motivo per cui soffriamo da decenni. Poi capisco che qualcuno abbia avuto un ciclo “vincente”, mi dispiace che non sia successo a noi, ma tecnicamente continuo a considerarlo più un incidente statistico che un modello replicabile. Il CFC va messo in sicurezza, come lo sono Udinese o Torino. E lì, giustamente, mi viene opposta la metafora della marmotta.
In questo senso lo stadio diventa fondamentale. E qui, rispondendo a Mashiro e Maurizio, concordo con il primo sul fatto che delle intenzioni della politica si sappia abbastanza. Quello che manca davvero è chiarezza su quanto voglia fare il Genoa, quanto lo consideri centrale, con quale urgenza, con quale capitale e con quale visione industriale.
Se il Genoa decidesse davvero di investire, la posizione della Sindaca andrebbe in difficoltà. Perché la tutela politica del “patrimonio pubblico” delle due squadre regge finché hai davanti due ectoplasmi morosi che non intendono investire un euro. Va molto più in crisi se uno dei due decide di metterci capitale vero, con un’idea chiara di superare lo stallo e di trasformare lo stadio nel fattore capace di sostituire - unito alla crescita di altre fonti di ricavo possibili al Genoa come sponsor seri a partire dalla proprietà stessa, in attesa dell’Europa - la necessità di ricavare dal mercato, any given year, il 30% del fatturato annuale. E si badi bene, visto che abbiamo studiato 😉, che questo tipo di investimenti sono quelli che i regolamenti consentono e anzi supportano a differenza del monte ingaggi al 110% dei ricavi operativi (quelli al netto del mercato).
Sulla maglia del Bologna c’è Saputo e del Sassuolo c’è Mapei per precisi motivi economici e regolamentari. Su quella del Genoa, che prende un inezia, tanto vale scriverci Norton Cuffy o Frendrup. Giocatori che potrebbero restare (ancora) al Genoa nel mondo reale, concreto e pragmatico.
A quel punto sì che accetterei una transizione verso un modello sostenibile, dove il mercato diventa il propulsore dello sviluppo: vendi il campione a cui non puoi dare 6 o 10 l’anno e con quella cessione finanzi una squadra che compete dal sesto al decimo posto. Adesso invece siamo costretti a vendere giocatori che vanno a prendere da 2 a 4, che sono esattamente quelli che dovremmo essere noi in grado di garantirci per cambiare fascia in campionato.
Mi direte che sono cose trite e ritrite. Però, leggendo il post di Danilo, (una delle mie letture preferite ndr), mi viene da dire che sono io — quello che passa per filo societario perché apprezza le fondamenta del lavoro fatto per il salvataggio e la stabilizzazione — a fare il discorso più rivoluzionario.
Perché se mi parlano di investimenti in funzione della sostenibilità, io vorrei che mi confermassero che quegli investimenti li stanno pianificando davvero. E non sono investimenti banali, pur non chiedendo di pagare il prepensionamento a Dybala 😁. Invece, venendo nel vostro carruggio, l’impressione che mi danno è un’altra: che stiano pianificando il modo di far girare calciatori all’infinito, costruendo una base di giovani tale da costituire una riserva a basso costo sempre pronta all’uso.
Mi può anche stare bene, se me la racconti come fase evolutiva o come fonte strutturale di auto finanziamento anche in funzione - in combinazione - dei regolamenti che Mashi ci ha insegnato a guardare.
All’infinito, anche no. Grazie.