Ho letto tutti i commenti: secondo me il punto si chiarisce ancora meglio.
Non stiamo parlando del bisogno infantile di avere il presidente in televisione ogni tre giorni a raccontare il mercato, promettere acquisti, giurare che nessuno parte e spiegare le trattative ai procuratori in diretta.
Stiamo parlando di un’altra cosa: il Genoa, oggi, non ha una voce riconoscibile.
E la differenza è enorme.
Perché è vero quello che dice Layos: le ultime volte in cui Blazquez ha parlato su temi sensibili, la comunicazione è stata quantomeno infelice. “A gennaio non vendiamo nessuno dei big” e poi parte Dragusin. Lo tsunami 777 raccontato come se per il Genoa non cambiasse nulla. Il sarcasmo su Adamoli - che continuo a disistimare profondamente ndr - mentre il problema, purtroppo, non era la domanda del giornalista ma la realtà che stava arrivando addosso alla società.
Da lì nasce una cosa peggiore del silenzio: la perdita di fiducia nella parola.
Perché puoi anche parlare poco. Ma se quando parli dai l’impressione di minimizzare, svicolare o prendere in giro chi fa domande legittime, poi non ti puoi stupire se la volta dopo la gente non ti chiede più comunicazione: ti chiede conto.
E infatti il tema non è andare da Brenzini o non andarci. Non è scegliere il salotto più comodo, la domanda più morbida, il giornalista più simpatico o la passerella più innocua. Anzi, se la comunicazione deve essere solo un’intervista da Brenzini meglio lasciar perdere.
Il tema è costruire una comunicazione istituzionale seria.
Una società adulta non deve raccontare tutto. Deve però far capire che ha una linea, dei vincoli e delle priorità. Che sa distinguere ciò che può dire da ciò che non può dire. Che quando non può dire una cosa, la formula è semplice: “è un tema delicato, non possiamo entrare nei dettagli”.
Fine.
Non serve fare i fenomeni. Non serve fare sarcasmo. Non serve trattare chi chiede chiarimenti come l’ubriaco del bar che disturba il consiglio di amministrazione.
Perché poi il paradosso è questo: il Genoa, sulla carta, qualcosa da raccontare ce l’ha eccome.
Ha cambiato proprietà. Ha dovuto uscire dalle macerie di 777. Ha un aumento di capitale alle spalle. Ha un piano di riequilibrio. Ha ancora un modello molto dipendente dalle plusvalenze. Ha il tema stadio appeso a metà tra annunci, rallentamenti, formule societarie e nebbia amministrativa. Ha il tema campi di allenamento promessi e non ancora resi leggibili. Ha un settore giovanile che può essere raccontato come risorsa tecnica oppure come risorsa economica: ma le due cose non sono identiche, e se fai finta che lo siano prendi in giro la gente.
Perché Layos ha ragione anche su questo: se mi dici che il vivaio serve a produrre valore economico, posso arrabbiarmi ma capisco. Se mi dici che il vivaio serve a costruire la squadra dei “badiani” e poi vendi il primo ragazzo forte che esce, allora mi arrabbio il doppio. Non perché non capisca il bilancio, ma perché mi hai venduto una narrazione diversa dai fatti.
E nel calcio, alla fine, il conto lo presentano sempre i fatti.
Qui entra anche il punto di Giammi: ma quante società comunicano davvero così? Poche. È vero. Ma non è una giustificazione, è parte del problema.
Il calcio italiano comunica molto e spiega pochissimo. Produce contenuti, non indirizzo. Reel, maglie, backstage, frasi sulla passione, iniziative commerciali, conferenze a margine, parole da brochure. Poi quando si tratta di dire quale modello di club si vuole costruire, cala il silenzio.
Però attenzione: molte società, anche senza fare trattati di economia aziendale, una presenza la fanno percepire. Marotta non svela segreti, ma parla. Carnevali non racconta tutto, ma dà una linea. Sticchi Damiani e Corvino a Lecce spiegano un mondo, anche quando non dicono niente di esplosivo. Il Torino vive comunque dentro un ecosistema comunicativo continuo. I Percassi, i Pozzo, Commisso e Barone, Galliani: gente diversissima, spesso discutibile, a volte persino logorroica, ma presente.
Presente non significa trasparente fino alla nudità. Significa che il tifoso percepisce una cabina di regia.
Nel Genoa, oggi, questa percezione manca.
Blazquez e Sucu li vedi se li inquadra DAZN. Zangrillo (altro che disistimò profondamente ndr) almeno parlava, anche quando diceva cose discutibili. Oggi invece la società sembra spesso fisicamente presente e politicamente assente. Sono allo stadio, sono agli eventi, sono alle presentazioni, sono alle assemblee. Ma il tifoso li vede passare, non li sente guidare.
E questo è strano. Molto strano.
A maggior ragione perché Sucu, formalmente, non si è mai davvero presentato alla piazza. Un minuto sui canali ufficiali non è una presentazione. Due frasi a margine di una conferenza sulla Romania o in ritiro non sono un programma. Qualche comparsata non è una linea. Parlare in Romania e poi non replicare in Italia non aiuta. Lasciare che certi passaggi arrivino per frammenti, traduzioni, mezze frasi o interviste laterali è il modo migliore per alimentare sospetti anche dove magari non ce ne sarebbe bisogno.
Poi certo, capisco anche l’obiezione: “ma tanto se parlano gli danno addosso comunque”.
Vero.
Ma questa è la vita di chi gestisce una società di calcio. Se vuoi solo applausi, apri una gelateria. Se guidi il Genoa, devi accettare che qualcuno faccia domande scomode. E se una parte della tifoseria etichetta ogni domanda come attacco al club, il problema non si risolve tacendo: si peggiora. Perché il silenzio consegna la discussione agli ultras della difesa d’ufficio e agli ultras del sospetto permanente.
Due tifoserie opposte, stesso risultato: niente ragionamento.
Anche sull’assemblea degli azionisti il tema è delicato. Formalmente è un ambito diverso, certo. Ma se togli ogni spazio di interlocuzione, se eviti le “varie ed eventuali”, se riduci anche quei momenti storicamente imperfetti ma utili di confronto, il messaggio che passa è brutale: vi vogliamo come pubblico, non come interlocutori.
E questo nel calcio moderno non regge più.
Perché i tifosi sono clienti, sì, ma clienti atipici. Comprano un prodotto che non possono cambiare. Non fanno disdetta e passano al Bologna se il Genoa comunica male. Non scelgono un altro brand se il piano industriale non li convince. Restano lì. Pagano, soffrono, si abbonano, riempiono lo stadio, difendono la storia, trasmettono appartenenza ai figli, danno valore al club anche quando il club non dà valore a loro.
Quindi sono i tuoi stakeholder. E da stakeholder non chiedono il diritto di decidere il mercato. Chiedono il diritto di capire il perimetro.
La proposta di Mashiro, al di là della fattibilità tecnica, centra un punto importante : serve un appuntamento stabile. Anche uno solo all’anno, fatto bene. Una sorta di assemblea pubblica del Genoa, separata dalle rigidità dell’assemblea di bilancio, con domande raccolte prima, temi accorpati, risposte ragionate, una parte libera, una parte preparata. Situazione finanziaria. Valutazione della stagione. Progetto sportivo. Infrastrutture. Vivaio. Stadio. Ricavi. Vincoli. Errori commessi. Obiettivi realistici.
Non sarebbe rivoluzione bolscevica. Sarebbe normale.
Poi durante l’anno basterebbero interventi periodici, anche brevi. Non mezz’ore ogni volta. Dieci uscite serie all’anno cambierebbero già la percezione. Un commento dopo il mercato. Uno dopo il bilancio. Uno sullo stadio. Uno sul settore giovanile. Uno sul centro sportivo. Uno sulla strategia commerciale. Uno sul rapporto tra sostenibilità e ambizione sportiva.
Senza promettere paradisi.
Basterebbe smettere di trattare il silenzio come una strategia.
Perché il silenzio, dopo un po’, non protegge più: accusa.
Accusa chi non parla di non avere argomenti, anche quando magari li avrebbe. Accusa chi guida di non volerci mettere la faccia. Accusa il piano di essere fragile, anche quando magari è solo complesso. Accusa ogni vendita di essere necessità disperata, anche quando potrebbe essere scelta razionale. Accusa ogni mancato investimento di essere povertà, anche quando potrebbe essere disciplina.
Il Genoa non deve raccontare le trattative. Deve raccontare il Genoa.
Che cosa vuole essere. Che cosa può essere oggi. Che cosa non può ancora essere. Che cosa sta facendo per aumentare ricavi veri. Quanto considera centrale lo stadio. Quanto crede davvero nel vivaio. Quanto del mercato servirà ancora per tenere in equilibrio la baracca. Quanto si può reinvestire. Quanto bisogna trattenere. Quanto pesa il passato. Quanto pesa ancora 777. Quanto tempo serve per uscire definitivamente da quella palude.
Poi, naturalmente, ognuno giudicherà.
Ma almeno giudicherà su una linea, non su un vuoto.
Perché oggi il rischio è proprio questo: che il Genoa stia anche facendo cose sensate, ma le lasci sembrare casuali. Che stia magari risanando, ma lo faccia percepire come ridimensionamento. Che stia magari proteggendo il futuro, ma lo comunichi come se avesse paura del presente.
E una società che non spiega il proprio progetto finisce sempre per farselo spiegare dagli altri.
Dai giornali. Dai social. Dai procuratori. Dai nemici. Dagli amici troppo zelanti. Dai difensori d’ufficio. Dai catastrofisti. Dai mezzi informati. Dai mezzi ubriachi. Da tutti, tranne che da sé stessa.
Ecco perché la richiesta non è: “venite a farvi intervistare”.
La richiesta è più semplice e più seria: mettete una voce al progetto.
Perché il Genoa non ha bisogno di un megafono.
Ha bisogno di una direzione comprensibile.
PS X Layos: ti ho dato due volte ragione ma fatti dire una cosa. Può darsi che tutte le discussioni qui sopra siano montate su quello che ascoltiamo in TV o sentiamo sui giornali. Non me ero accorto. Forse perché sono, inopinatamente, troppo auto riferito e concentrato su me stesso… ci sta. Quello che leggo e apprezzo io sono ragionamenti indipendenti e basati su valutazioni autonome o, quantomeno, critiche rispetto alla latrina che ci propinano i giornalisti sul Genoa. Fosse come dici tu, sarei scappato da un pezzo.