Il Genoa parla pochissimo. O meglio: comunica tutto ciò che non disturba nessuno. Partite, allenamenti, biglietti, maglie, iniziative, frasi di circostanza. E tanti, tanti reels. La comunicazione di contorno c’è. Quella che serve per capire dove stia andando la società, esiste solo nelle note integrative al bilancio.
Lo dico subito, così evito le botte di belina che vuole il mercato in diretta sul thread del mercato con le domande di Mashiro. Nessuno pretende che Sucu racconti le trattative, dica chi vende, chi compra, quanto offre, quanto incassa o quale procuratore sta rompendo il belino per l’assistito (speriamo non quello nuovo di Frendrup). Il punto è comunicare il modello.
Perché una cosa è non scoprire le carte. Un’altra è lasciare una piazza intera dentro una nebbia permanente, dove ogni cessione sembra una svendita, ogni acquisto mancato una resa, ogni silenzio una fuga, ogni voce una verità possibile.
Il paradosso è che il Genoa un modello ce l’ha. Sta nei bilanci. Sta nelle relazioni sulla gestione. Sta in quelle frasi tecniche che il tifoso medio, giustamente, non legge: rafforzamento patrimoniale, riequilibrio finanziario, gestione accurata del portafoglio calciatori, sviluppo del vivaio, permanenza in Serie A, plusvalenze strutturali, continuità aziendale.
Ma se resta sepolto nel linguaggio da nota integrativa, non è un programma. È un reperto contabile.
Il tifoso non vive nel bilancio. Vive nello stadio, nella classifica, nella paura di vedere partire il giocatore buono appena diventa buono, nel sospetto che “sostenibilità” sia solo il modo elegante per dire “ridimensionamento”.
E allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire: questo è il perimetro. Questi sono i vincoli. Questa è la strada. Qui possiamo arrivare oggi. Qui potremo arrivare solo se crescono i ricavi veri. Questo è il ruolo dello stadio. Questo è il ruolo del vivaio. Questo è il ruolo delle plusvalenze. Questo è il limite oltre il quale si torna nel casino da cui stiamo cercando di uscire.
Non è difficile da capire: è difficile da dire.
Perché nel calcio la verità fa perdere applausi. Se dici che devi vendere, sei senza ambizione. Se dici che vuoi crescere, ti fanno subito la lista degli incedibili e degli acquisti. Se parli di giovani, vogliono gente pronta. Se parli di conti, sembri un perfido kommercialisten finito per sbaglio, indegnamente, in mezzo alla Nord.
Però il silenzio costa anche di più, questo devono capire.
Costa perché lascia il campo libero alle fantasie. Costa perché ogni voce diventa processo. Costa perché impedisce alla piazza di percepire il legame tra ciò che succede fuori dal campo e ciò che poi vediamo dentro il campo. Costa perché una società che chiede pazienza deve anche spiegare per che cosa la sta chiedendo. Se non lo fa viene giustamente mandata a fare in culo, come farebbe tuo figlio se ti chiede di aggiustare il motorino e, invece di spiegargli che aspetti il preventivo, stessi muto senza dire un belino.
E non è solo un problema del Genoa. È una malattia del calcio italiano: società che comunicano tantissimo e spiegano pochissimo. Molti reel, pochi numeri. Molte frasi sulla passione, grandi ringraziamenti di facciata agli “splendidi” tifosi ma poco rispetto. Molta identità da esibire, poche responsabilità da assumersi.
Il calcio moderno pretende sostenibilità, governance, ricavi strutturali, infrastrutture, vivaio, controllo dei costi e pianificazione pluriennale. Poi però al tifoso viene servito il solito brodino tiepido: la maglia, la storia, il popolo, tutti insieme, grande cuore.
I genoani non hanno bisogno di queste cose, alla lunga si sentono presi in giro. “Tutti insieme” funziona solo se qualcuno dice dove si va.
Il Genoa non deve fare promesse. Deve superare la paura di spiegare anche se farlo è pericoloso.
Perché una società adulta non comunica solo quando deve vendere un abbonamento o celebrare una vittoria. Comunica anche quando deve chiedere fiducia, sopportazione, realismo. E se pretende che la piazza capisca i vincoli, deve almeno prendersi il disturbo di raccontarli in italiano, inglese o rumeno.
Sucu dovrebbe parlare per questo.
Non per promettere l’Europa. Non per vendere sogni. Non per fare il presidente innamorato con due frasi da balcone. Ma per dire quale Genoa vuole costruire.
Un Genoa che sopravvive vendendo bene? Un Genoa che reinveste gradualmente? Un Genoa che punta davvero sul vivaio? Un Genoa che vuole aumentare ricavi commerciali e da stadio? Un Genoa che considera il Ferraris una leva vitale o solo un tema da conferenze stampa comunali? Un Genoa moderno o semplicemente ordinato?
Sono domande legittime. Non da rompicoglioni. Da stakeholder.
Perché i tifosi non sono solo scenografia di sottofondo per la foto domenicale. Devo confessarvi che, se ci penso, comincio ad averne il belino pieno di queste foto nel silenzio siderale. Non serviamo solo quando riempiamo lo stadio, compriamo abbonamenti e facciamo colore in ste belin di foto. Siamo il valore del club. E proprio per questo meritiamo più di qualche frase generica ogni tanto.
Poi il Genoa farà quello che potrà. Venderà quando dovrà vendere. Sbaglierà. Indovinerà. Dovrà tenere insieme campo e bilancio, debito e classifica, prudenza e ambizione. Nessuno pretende miracoli.
Ma almeno il dizionario, sì.
Perché quando una società non racconta il proprio progetto, il progetto glielo scrivono addosso gli altri: giornali, procuratori, social, umori, paure e il primo che passa con mezza notizia.
Voglio questa cazzo di verità! Prima che il silenzio diventi una colpa.