DaniloLR per ora resto lì, almeno ogni tanto incontro qualcuno dei bei tempi con cui fare 2 parole e se becco la partita giusta me la godo fino in fondo. Perché a noi, che lì dentro ci siamo cresciuti, godersela fino in fondo vuole anche dire essere lì e non da un'altra parte.
Grande Danilo: via i seggiolini e aumentiamo i posti. Io sarei più radicale, buttiamo giù tutto e rifacciamolo da 50 mila, ma tant’è… Mashi dixe che nu se peu 🫣
Marco ha posto un problema reale e tu, secondo me, hai trovato la domanda giusta distinguendo tra essere nella Nord ed “essere la Nord”. Anche se è vero che se una comunità non riesce più a far entrare i propri ragazzi, inevitabilmente invecchia e alla lunga muore.
La Nord non ha quindi bisogno di essere svecchiata. Ha bisogno di riuscire a riprodursi, e per capire come farlo, prima di decidere chi debba uscire, bisognerebbe forse domandarsi che cosa vogliamo far entrare.
La nostra generazione questo problema non l’ha avuto. Quando avevamo quindici, venti o trent’anni la Nord non era un bene scarso, si facevano i biglietti e per entrarci non bisognava aspettare che morisse qualcuno.
Ti buttavi in mezzo alle corsie di ferro con lo sportellino in fondo sulla casetta, cacciavi due spicci a Speloncia perché potesse “farsi un panino” ed entravi. Punto.
Trovavi quelli più grandi, quelli che c’erano da prima, i gruppi, le compagnie, le piazze e i personaggi che viaggiavano tra la barzelletta e il mito. Imparavi lentamente, spesso senza che nessuno si prendesse la briga di spiegartelo, magari a gesti di cui qualcuno andava troppo in ampiezza per finirti sulla faccia, che cosa significasse stare lì dentro.
La vecchia Nord era un bordello meraviglioso di generazioni, quartieri, condizioni sociali, gruppi organizzati, compagnie più o meno organizzabili e battitori liberi.
C’erano quelli che avevano già attraversato l’Italia cento volte e il ragazzino alla prima trasferta, quello che lanciava il coro e quello che ancora doveva impararlo. Non esisteva un corso di formazione e fortunatamente nessuno aveva ancora inventato il maledetto smart-phone: guardavi, copiavi, prendevi qualche pattone e imparavi.
A volte perché uno più vecchio ti spiegava qualcosa, altre perché ti prendeva per un braccio prima che facessi una belinata. Paolo Campigli raccontava ancora decenni dopo di quando Pippo gli impedì un’invasione di campo a Monza: una piccola scena che racconta quella cultura meglio di qualsiasi manifesto. E, molto più recentemente, chi conosce il mitico racconto di Acarino sul caffè prima di un certo episodio sa che certe cose, in fondo, si sono continuate a tramandare nello stesso modo…
Il ricambio generazionale succedeva e basta. Naturalmente.
Ed è proprio questo che oggi rischia di non succedere più con la stessa naturalezza, perché quella porta dalla quale siamo entrati noi si è quasi chiusa.
Allora prenderei molto sul serio la frase di Danilo. Essere la Nord non può significare possedere – per usucapione – un gradone e nemmeno aver raggiunto un determinato numero di anni di servizio. Significa sapere di essere, per un pezzo della propria vita, custodi di qualcosa che non ci appartiene del tutto. C’era prima di noi e, se il Genoa resisterà a Marotta, Ceferin e Infantino, ci sarà anche dopo.
Significa custodire una mentalità che per decenni è passata quasi automaticamente da una generazione all’altra; sapere che si canta proprio quando avresti voglia di bestemmiare, che la squadra va spinta quando la partita gira male. Quando in certi momenti emergeva Roberto Scotto capivi, senza bisogno che nessuno te lo spiegasse, la differenza tra il Genoa e quei “cinque minuti di gloria”.
Imparavi che una trasferta non è una gita organizzata e che esistono comportamenti che nessuno ha bisogno di vietarti perché semplicemente non si tengono.
Significa soprattutto sentirsi parte di qualcosa che esisteva prima di te e, possibilmente, continuerà a esistere dopo. Cambieranno i modi, i cori, i gruppi, le facce e probabilmente parecchie delle regole non scritte. Ma i principi, proprio perché sono pochi, dovrebbero essere quelli che non cambiano.
Ma farei un passo ulteriore rispetto a Danilo. Se ormai la Nord non può materialmente contenere tutti, forse dovremmo allargare la domanda: che cosa significa essere genoani allo stadio?
Perché la Nord dovrebbe essere il cuore di quella cultura, non il recinto dentro il quale l’abbiamo confinata. Pensare che fuori da lì cominci inevitabilmente un modo diverso, più tiepido e omologato di vivere il Genoa significherebbe fare un torto alla nostra stessa storia. Beppe Spinella, col suo frac rossoblù, il megafono e la bandiera, passava le partite correndo avanti e indietro nel parterre dei Distinti e credo che nessuno si sarebbe mai sognato di chiedergli il settore dell’abbonamento per certificare quanto fosse genoano. In giro per lo stadio si sono sempre trovati, e si trovano ancora oggi, esempi magnifici di genoanità autentica, semplicemente espressa in forme diverse di partecipazione e, soprattutto, di sofferenza.
Il problema che solleva Marco esiste e secondo me diventerà sempre più serio. Ma se proprio vogliamo stabilire delle regole su chi abbia titolo a stare in Nord, l’età mi sembra una delle meno interessanti. Un sessantacinquenne che canta, partecipa e continua a macinare chilometri può custodire quella cultura infinitamente meglio di un ventenne che ha conquistato la Nord perché è diventata il posto nel quale bisogna farsi vedere.
Se la scarsità ci costringe davvero a scegliere, allora almeno discutiamo di criteri che abbiano qualcosa a che fare con ciò che vogliamo preservare.
Vogliamo proprio fare selezione? Benissimo. Allora divertiamoci a inventare.
Quante trasferte hai fatto negli ultimi cinque anni? Quante ne prenoti quest’anno? Quali? Cinque trasferte per mantenere la prelazione. Hai sessantacinque anni e ti sei fatto Lecce, Udine e Cagliari? Idoneo. Ne hai ventitré, hai prodotto centottanta storie Instagram dalla Nord ma la tua trasferta più impegnativa è stata il derby facendo il giro dello stadio? Distinti.
Naturalmente sto dicendo una belinata. Ma non sono sicuro sia molto più grande di stabilire che al compimento del cinquantesimo anno scada il certificato di ammissione in Gradinata Nord.
E già che siamo entrati nel terreno minato, tanto vale metterci anche l’altra gamba.
Io credo di essere l’unico coglione che da qualche tempo reclama pubblicamente il diritto di pagare di più. Ma non riesco davvero a capire perché un prezzo volutamente popolare debba essere applicato nello stesso modo a chi deve contare cinquanta euro prima di rinnovare l’abbonamento e a chi potrebbe pagarne tranquillamente qualche centinaio in più senza cambiare di una virgola il proprio tenore di vita. A cinquant’anni magari dovrei lasciare il posto a un ragazzo perché sono diventato troppo vecchio, ma continuerei ad avere diritto a pagare dieci euro a partita anche se posso tranquillamente permettermi di pagarne trenta.
Qualcosa non torna.
Uno stadio popolare non è uno stadio nel quale tutti pagano poco. È uno stadio dal quale nessuno viene escluso perché ha pochi soldi.
Sono due cose molto diverse.
Se posso permettermi di sostenere maggiormente il Genoa, fatemi pagare di più e usate quei soldi per permettere a un ragazzo, a uno studente o a una famiglia che fatica di pagare molto meno. E magari riserviamo proprio ai ragazzi una parte di quei posti che oggi non riescono più a conquistare. Non sarebbe meno popolare: secondo me sarebbe infinitamente più popolare.
Poi c’è la questione sulla quale faccio molta più fatica a trovare sfumature: la vendita delle prelazioni.
Se davvero pensiamo che la Nord sia un patrimonio collettivo, non possiamo contemporaneamente considerare la prelazione una proprietà privata da mettere all’asta. Non abbiamo comprato un metro quadrato di Gradinata. Ci è stata riconosciuta negli anni la possibilità di continuare a far parte di qualcosa. Se quella possibilità, grazie alla scarsità, acquista un valore di centinaia o migliaia di euro e qualcuno se lo mette in tasca cedendola al miglior offerente, abbiamo compiuto un piccolo capolavoro genovese: inventare la speculazione immobiliare senza nemmeno possedere l’immobile.
E soprattutto abbiamo trasformato definitivamente l’essere la Nord nel possedere un posto nella Nord. Per questo, se una regola semplice vogliamo davvero inventarla, comincerei da quella che mi sembra più difficile da contestare: la prelazione non si vende. Si mantiene, si lascia oppure, al massimo, si trasmette all’interno dei familiari di primo grado.
Per questo torno a Marco dandogli ragione sulla domanda e torto sulla risposta. La Nord ha disperatamente bisogno dei ragazzi, ma non deve liberarsi dei vecchi come si rottama un parco macchine: deve riaprire quella porta dalla quale siamo entrati noi.
Come farlo è la discussione interessante: quote per i giovani, prezzi differenziati, prelazioni ripensate, partecipazione, trasferte, capienza. Discutiamo di tutto, possibilmente senza trasformare le nostre belinate nel DPR attuativo della Gradinata Nord.
Perché alla fine il risultato migliore che possiamo augurarci è molto più semplice.
Che fra trent’anni ci sia ancora un cinquantenne in Gradinata Nord al quale qualche ventenne rompe i coglioni.
Vorrà dire che siamo riusciti a lasciare aperta la porta dalla quale, tanti anni prima, eravamo entrati noi ❤️💙