Visto che vogliamo provocare, partiamo citando una recentissima intervista del primo tennista moderno fuori epoca, il più odiato dai nostalgici: Ivan Lendl.
“Con il livello attuale, probabilmente perderei contro i primi cinque del mondo. Il tennis oggi è incredibile.”
Quando un Cyborg ante litteram come il ceco – dominatore degli anni ’80, vincitore di otto Slam e fondatore di un nuovo modo di intendere la preparazione atletica – ammette che oggi probabilmente non riuscirebbe a tenere il passo dei migliori, il messaggio è chiaro: il tennis moderno ha raggiunto un’intensità e una qualità che ridefiniscono lo sport stesso.
Ma significa forse che il passato va dimenticato? al contrario. Per chi ama davvero il tennis non si tratta un confronto tra “meglio” o “peggio”, ma un viaggio attraverso forme diverse di poesia. Diverse epoche, tecnologie, stili e – senza bestemmiare in chiesa – anche campioni separati da decenni… ma uniti da un talento che trascende il tempo.
Le racchette in grafite e le corde moderne hanno trasformato il modo di colpire la palla. Il tennis di un tempo era più lento ma richiedeva tecnica e intelligenza tattica. Oggi servono potenza, profondità e ritmo semplicemente perché un attacco in slice vicino al corpo dell’avversario vede tornare indietro un frigorifero a 150km orari all’incrocio delle righe.
Però se vuoi vincere hai ancora bisogno di tecnica e intelligenza tattica, come ha dovuto fare Sinner migliorando servizio e variazioni (che non saranno mai meglio del rovescio lungo linea naturale essendo costruiti in allenamento).
“Oggi si vedono meno variazioni, meno slice, meno volée. È tutto potenza e corsa.” – Martina Navratilova
“Prima c’erano stile e carattere. Ora è tutto più… aziendale. Meno anima”
Jimmy Connors
Il gioco a rete, un tempo dominante, è stato relegato a strategia d’occasione. McEnroe lo rimpiange, sottolineando la standardizzazione degli stili, i tennisti attuali sono più simili a triatleti e non si vedono più fisici da impiegati di banca e le panciere. Nemmeno in banca però, perché nei circoli vedi dei settantenni che mio nonno sembrava più vecchio a trentacinque.
Tutto vero, però dove li mettiamo Roger, Nadal e Djokovic? non ammettere che i tre stanno al tennis moderno come l’uovo, pecorino e guanciale alla pasta carbonara è una belinata colossale. E il servizio di Sampras? e Agassi che ha inventato l’attaccante da fondo campo, vincendo Wimbledon senza andare a rete?
Come non preferire Martina Navratilova a Iga Swiatek? Però se vedo la Paolini, un tappo di un metro e cinquanta rullare la Rybakina per intelligenza tattica, oppure piango rivedendo la Navratilova sull’erba, il tennis esce vincitore comunque.
McEnroe rappresenta l’estro e la “follia” del passato, Alcaraz quella del presente, mentre Sinner compostezza, efficienza e strategia come Björn Borg un tempo (tra i primi residenti a Montecarlo ndr).
I nostalgici, senza avere mai visto Lever, ti diranno che Roger è il più forte di sempre… intenditori o ignoranti?
Gli stili di gioco si sono uniformati: il serve & volley e la varietà tattica del passato hanno lasciato spazio a scambi da fondo campo, dominati da topspin e ritmo incalzante.
La diversità strategica che un tempo definiva i campioni si è in parte appiattita, a favore dell’efficienza.
La preparazione atletica, poi, è diventata una scienza. Se un tempo ci si affidava all’intuizione e alla ripetizione, oggi ogni dettaglio è studiato: dalla biomeccanica alla nutrizione, fino all’allenamento mentale. L’atleta moderno è costruito per durare e performare al massimo livello, più a lungo.
Però lo psicodramma di Zverev nelle finali slam ci ricorda che il tennis è eterno.
L’estro e l’imprevedibilità di certi personaggi del passato hanno lasciato spazio a una gestione quasi chirurgica delle emozioni. Il controllo mentale è diventato un’arma tanto importante quanto il servizio… ma Jimbo o Lendl vincevano di tecnica o di testa?
Tutto vero, come nel calcio e tutti gli altri sport ma il talento è senza tempo (e la nostalgia non è uno sport olimpico)
Il tennis, quindi, non è più quello di una volta. Che fine hanno fatto gli artisti della volée? I slice millimetrici? I pantaloncini corti e i campi in terra battuta che sembravano giardini pubblici? C’è chi proclama con sicurezza che “il tennis è morto”, sepolto da una generazione di giocatori che osano, orrore!, non mandare in vacca partite vinte grazie al mental coach.
Eppure, ogni volta che uno come Sinner o Alcaraz spazza via un avversario con un mix di potenza e visione, quando vedi - il mese scorso - cinque ore di finale a Parigi senza un attimo di respiro come mai nella storia, e me la meni con la scuola cecoslovacca anni ’80, il tennis ti ricorda che non è affatto morto: ha semplicemente cambiato indirizzo.
Eppoi… porca di quella maledettissima troia: chi ha davvero nostalgia di certe finali tra regolaristi puri, dove il punto più spettacolare era… un errore non forzato? Ivan Lendl, Mats Wilander, Jim Courier: primi al mondo nel “tennis del cuore”, certo, ma anche maestri del palleggio infinito, del “non sbaglio mai” elevato a filosofia zen.
Partite che duravano cinque ore e sembravano girare in loop, con il pubblico che si chiedeva se fosse il caso di portarsi un cuscino dal vivo e che si svegliava il mattino dopo se la “dormiva” a casa.
Wilander e Lendl si sono affrontati 22 volte, spesso in finali Slam! Courier, con il suo gioco essenziale e martellante stile baseball, ha vinto due Roland Garros… ma non certo per aver fatto innamorare il pubblico con smorzate e colpi di genio. Erano tempi in cui la regolarità era virtù, ma anche unghia al belino per chi voleva fare l’amore col tennis.
Forse chi rimpiange il passato confonde la nostalgia con la memoria selettiva. Perché sì, McEnroe era arte pura… ma c’erano anche primi turni interminabili al limite del sonnifero. E sì, le racchette di legno erano poesia… ma anche scambi interminabili a venti chilometri orari di media.
Quindi no, il tennis non è finito. Sta solo vivendo un’altra stagione del suo romanzo infinito. Che ti piaccia di più la penna stilografica o il tablet, il Lando dal parrucchiere o Only fans, la storia si sta ancora scrivendo.
E ogni volta, tra una volée dimenticata e un match point salvato da fondo campo, la bellezza del gioco torna a sorprenderci, come ha sempre fatto.
A chi invece non sopporta il problema di assistere a tennisti Italiani di vertice, rimpiange mezzo secolo di oblio e per questo motivo sputa fiele sullo sport “del cuore”, consiglio di godersi la nazionale di calcio attuale e non menare il belino con discorsi che col tennis centrano nulla.