Dai documentari politici per la Bbc alla Palma d’Oro, dai premi rifiutati in solidarietà coi precari alla difesa di San Siro
Tra operai, calcio e pulizie: buon compleanno, Ken Loach
Due bastoni e il pugno sempre alzato. Quasi avesse tre mani. E così al recente Festival di Cannes non c’erano occhi che per lui, su quel tappeto che attraversato da Ken Loach diventa veramente “rosso”. Tornato sulla Croisette per accompagnare il restauro di Terra e libertà (1995), l’ultimo dei cineasti combattenti non si è risparmiato sui silenzi sul genocidio in Palestina, sul cinema che non deve stare sopra la politica (dissentendo da Wim Wenders), sui pericoli delle neo destre radicali. Oggi Kenneth Charles Loach, detto Ken, compie 90 anni di una vita “accesa” fra battaglie, censure, controversie, gesti eclatanti e una promessa mantenuta: “Finché avrò fiato non smetterò di combattere”.
Controcorrente.
Anche ai massimi festival internazionali Loach non si è mai negato a nessuno, e neppure il più rigido protocollo ha mai potuto ostacolare le sue incursioni fra la gente. Come fosse un infiltrato in missione d’osservazione dietro le quinte delle kermesse, laddove si lavora. Così lo si incontrava, con la moglie sempre al suo fianco, in platea: non alle proiezioni ufficiali, ma a quelle per gli addetti ai lavori. “Hai visto c’è Ken Loach!”. “Sono venuto a vedermi un film”, rispondeva con disarmante semplicità. Insomma, l’ordinarietà che diventa straordinaria.
Il gran rifiuto.
“Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni”. Dove il lavoro precario chiama, Ken “il rosso” arriva. È il caso del Premio alla carriera deciso dal Festival di Torino del 2012, l’evento clou sotto la Mole. Il suo rifiuto è un gesto di solidarietà nei confronti dei lavoratori dei servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema, che avevano subito tagli salariali e licenziamenti a seguito di un appalto esterno. L’effetto mediatico sulla loro condizione è repentino. Negli anni successivi il regista ha continuato a informarsi sul loro trattamento.
La BBC in tilt.
È il 3 novembre 1965, i telefoni della gloriosa emittente pubblica britannica collassano: 400 chiamate si sono sovrapposte in seguito alla messa in onda su BBC 1 del docu-drama Up the Junction. Il tema è l’aborto clandestino, realisticamente rappresentato da Loach. Contrastato da più parti, del film vengono cancellate le repliche, ma il suo effetto dirompente è tale da contribuire al dibattito che portò alla legge sull’interruzione di gravidanza nel 1967. Del resto “un cineasta deve anzitutto mostrare i fatti e mettere il dito su ciò che non va”. Controverso è stato anche l’esito di Cathy Come Home dedicato agli homeless e programmato il 16.11.1966. Dodici milioni di spettatori per la prima, telefonate a raffica, l’attrice Carol White – protagonista anche di Up the Junction – fermata per le strade pensando fosse realmente una senzatetto.
Nel nome del figlio.
Jim Loach, il penultimo dei cinque figli del cineasta due volte Palma d’Oro, fa il regista. I suoi temi sono simili a quelli del padre, lo stile però è diverso. “Lavoriamo in autonomia”, ma nessuno ci crede. Di certo papà Ken fa di tutto per non metterlo in ombra. Anche quando un’associazione culturale italiana dedicata al cinema britannico lo ha invitato a diventare socio onorario. “So che c’è mio figlio, non voglio che il mio nome sovrasti, quindi devo rifiutare. Ma non ditelo a lui…”. È una delle rare occasioni in cui Ken Loach ha fatto un passo indietro. E non a caso è accaduto per lasciare spazio a qualcun altro.
Long live San Siro.
Tifoso e azionista del Bath City Fc (che milita nel campionato di sesta categoria Uk), Loach ha un rapporto “dal basso” con il calcio, inteso come sport popolare che unisce classi e generazioni diverse. Lo ha citato in diversi film e gli ha dedicato Il mio amico Eric (2009) dove recita l’ex campione Éric Cantona. Di recente si è espresso in difesa di uno dei “monumenti” del mondo calcistico italiano: lo stadio Meazza. A fine 2025, infatti, il regista ha scritto una lettera per salvare “la Scala del calcio” dall’abbattimento e da una ricostruzione su dimensioni ridotte. “Quando la capienza viene ridotta e i prezzi dei biglietti aumentano, molti tifosi della classe operaia e popolare saranno esclusi. Chiunque capisca e si interessi di calcio lo sa”.
Da Libero, sorry FQ.
Ianna