Un paio di estati fa parlavamo di futuro. Stufo di disquisire sulle potenzialità di Colombo, mi permetto una digressione di attualità ispirata dalla vicenda Kirk:
il fanatismo religioso non è più un problema del Medio Oriente, ma è diventato una potente risacca dell’Occidente.
“Per la prima volta nella storia, il mondo intero è unito da una sola civiltà globale.”
— Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo (2018)
Stiamo convergendo verso una cultura unica. Non è un’utopia, ma una traiettoria. Lingue, valori, tecnologie, modelli economici: tutto tende all’unificazione. Sono passati sette anni e la risacca è dirompente.
Nonostante il primo mandato di Trump, sembrava l’alba di una nuova era, dominata dalla dittatura del pensiero liberale e laico. Un pensiero che, nel suo slancio universalista, ha spesso travalicato il confine tra emancipazione e imposizione. Dove non si poteva più credere, ma solo aderire. Dove il dubbio era tollerato, ma la fede si guardava con senso di superiorità prima che con sospetto. Le eccezioni rispetto alla cultura laica liberal parevano eresie. Intanto, sotto la superficie, la risacca covava: alimentata dalle contraddizioni e dalle ipocrisie di chi predicava inclusione ma praticava esclusione. Illudendosi che la polarizzazione del benessere, con le masse a marcire tra social media e cibo spazzatura, senza risorse, avrebbero sostenuto il sistema all’infinito e tollerato silenti la concentrazione pornografica della ricchezza globale su pochissimi individui.
E così, mentre ci si trastullava sull’uscio del futuro, ci siamo ritrovati a correre verso il medioevo. Non quello delle cattedrali, ma quello delle crociate ideologiche.
Il ritorno del fanatismo religioso in Occidente non è una rinascita spirituale, ma una reazione immunitaria contro la modernità. Non è fede, è paura. Non è mistica, è identità. E non si manifesta nei luoghi di culto, ma nei parlamenti, nei tribunali, nei talk show. La violenza dei commenti social, degli odiatori seriali e di chi la spara più grossa è tracimata diventando aggregatore di consenso. Non credendo più a un belino, ci rifugiamo in verità assolute e inoppugnabili. Che purtroppo non esistono e finiscono ler incanalarsi, come sempre nella storia, nelle credenze.
La religione non detta più l’agenda, viene usata come grimaldello. I movimenti politici ultra-conservatori non si limitano a evocare il sacro: lo sequestrano. Ignorano le gerarchie religiose, reinterpretano i testi, impongono dogmi che nessuna Chiesa ha mai proclamato.
È il sacro come arma. Come confine. Come manganello. Il Vangelo diventa un codice penale, il Corano un manifesto elettorale, la Torah un lasciapassare per la pulizia etnica. E chi dissente è un traditore, un eretico, un nemico.
In questo scenario, la democrazia non viene più negata frontalmente: viene svuotata. Vladimir Putin lo ha teorizzato con cinica chiarezza: “La democrazia non deve essere per forza liberale.”
Ecco l’illiberalismo: un sistema che conserva le forme democratiche, ma ne cancella la sostanza. Elezioni senza pluralismo, leggi senza garanzie, potere senza limiti. E il fanatismo religioso è il carburante perfetto per questa macchina: mobilita, divide, giustifica.
Il capitalismo, cinico come sempre e sorprendentemente indifferente al brodo culturale in cui è cresciuto e ha prosperato, non si oppone: cavalca l’onda. Pessimo segnale per chi si era affezionato all’idea che il mercato fosse alleato della libertà.
Questa risacca identitaria è l’antitesi della cultura globale. Dove Harari vede interconnessione, questi movimenti vedono contaminazione. Dove c’è dialogo, loro vedono decadenza. Dove c’è pluralismo, loro vedono minaccia.
La democrazia liberale, in tutto questo, è il bersaglio. Perché è troppo lenta, troppo inclusiva, troppo laica. Troppo ipocrita. Perché non promette paradisi, non punisce peccatori, non costruisce muri. Perché lascia spazio al dubbio, e il dubbio è intollerabile per chi ha bisogno di certezze assolute.
La laicità non è più una conquista: è un ostacolo. Il multiculturalismo malinteso ha aperto le porte all’intolleranza mascherata da rispetto. E ora ci troviamo a difendere la libertà di pensiero contro chi la usa per negarla.
Le classi sociali più deboli subiscono il fascino, per frustrazione e spirito di vendetta verso le élite che le hanno tradite. Si fanno attrarre in massa dai predicatori del cambio di paradigma. I portatori della nostra tradizione spaccano tutto, in minoranza, o si danno alla macchia.
Ma il fanatismo religioso occidentale non è una fede. È una febbre. E come tutte le febbri, va misurata, riconosciuta, curata. Prima che bruci tutto. Il problema è che hanno spezzato il termometro.
Mala tempora currunt.