Criscitalebano
Grande come al solito Taliban. Quando ho scritto le cose che hai ricordato, non facevo nulla di diverso rispetto all’auto critica ispirata dall’opera di Pasolini.
Pasolini non aveva bisogno di sondaggi, né di think tank, né di algoritmi predittivi: gli bastava guardare, ascoltare, vivere. Cinquant’anni fa, mentre la sinistra si preparava a diventare un contenitore di belle idee senza base sociale, lui scriveva che “la sinistra ha accettato il modello di sviluppo della destra, e quindi ha tradito”. Era una lucida diagnosi: la sinistra non ha perso il popolo, lo ha educato alla vergogna di sé, lo ha omologato, lo ha convertito in borghesia aspirazionale (di cui faccio parte senza dubbio alcuno).
Ha sostituito la lotta con la carriera, la militanza con il marketing, la giustizia con la governance.
Pasolini lo vedeva, lo scriveva, lo gridava: “il vero fascismo è quello della società dei consumi”. E mentre il PCI si modernizzava, lui denunciava la distruzione delle culture popolari, la pedagogia televisiva, la scuola come strumento di conversione antropologica.
Poi arrivarono Blair e Clinton, ma non portarono nulla di nuovo: solo la formalizzazione di ciò che Pasolini aveva già visto. La terza via non è stata una svolta, ma una riesumazione: la sinistra come brand, come contenitore di diritti civili sganciati dalla giustizia sociale, come rifugio per borghesi conservatori con idee liberal. E Pasolini, da corsaro, scriveva che “la tolleranza è la nuova forma del potere. È il suo modo di essere feroce”. Non era nostalgia, era lucidità. Non voleva tornare indietro, voleva uscire dal binario.
E quando passò alle Lettere luterane, il tono si fece pedagogico, disperato, profetico. “La scuola è diventata un luogo dove si insegna a non capire”, scriveva, mentre tentava di salvare ciò che restava dell’Italia in dissoluzione. Difendeva il corpo come linguaggio, non come merce. La sessualità come poesia, non come consumo.
Infine Petrolio, il romanzo incompiuto, il testamento, l’apocalisse. Qui la sinistra non è più nemmeno traditrice: è dissolta, schizofrenica, assimilata. Il protagonista, Carlo, è il potere che si finge opposizione, è la sinistra che parla il linguaggio del capitale, è il corpo che si frammenta sotto il peso del desiderio e della carriera. “Il potere è un sistema di segni. E la sinistra ha imparato a usarli.” E noi, oggi, mentre la sinistra si contorce tra identità e algoritmi, tra minoranze e mercati, tra diritti e rendite, possiamo solo rileggere.
Pasolini aveva già visto tutto. “Io so. Io so i nomi dei responsabili. Ma non ho le prove. Non ho neppure indizi.” E noi non abbiamo più né prove né idee. Ma abbiamo le sue parole.