Il 19 aprile 2003, mentre il Genoa precipitava verso la Serie C e rischiava molto più di una semplice retrocessione, le rumente esponevano una gigantesca manina che salutava. Sotto, lo striscione:
«Questo non è un arrivederci, è un addio».
La Sampdoria vinse quel derby 2-0. Ma il risultato è quasi secondario rispetto alla scena: non stavano festeggiando soltanto una vittoria o una promozione, celebravano la possibile scomparsa del Genoa.
Pertanto rivendico il diritto — e, secondo me, anche il dovere — di cagarli. Non perché il Genoa non mi basti, ma perché la Sampdoria non è la squadra di un’altra città che incrociamo (quando capita) due volte l’anno. È una vipera nata e cresciuto nello stesso nido, dentro la stessa città, concorre sullo stesso bacino mediatico e istituzionale. Per distruggerci.
Per questo guardo la Sampdoria. Non perché sia ossessionato, ma perché loro hanno sempre guardato noi. E quella manina non la dimenticherò mai.
Anche perché, negli anni successivi, hanno smesso di usarla per salutare il Genoa e hanno cominciato a tenderla verso proprietari, creditori, banche, tribunali e benefattori di passaggio.
Trasformando ogni loro crisi in un’emergenza cittadina, ogni salvataggio in una favola romantica e ogni domanda sui conti nell’ennesima manifestazione dell’invidia genoana.
Quindi guardiamoli: anche perché i fratelli in chat, mi riportano video e analisi di mentecatti sampdoriani che non toccano il punto cruciale e che non meriterebbero gli si affidasse la lista per andare a far la spesa dal besagnino.
Lo stralcio e il piano di risanamento
Nel 2023 la Sampdoria è uscita dalla composizione negoziata - gestita con la regia di nemici giurati del Genoa, inneggianti ad Audero - attraverso accordi di ristrutturazione dei debiti, con transazione fiscale, omologati dal Tribunale di Genova il 13 ottobre.
È importante utilizzare i termini corretti. Il tribunale non ha certificato che la società fosse diventata sana per l’eternità. Ha omologato accordi con i creditori sulla base di un piano, di un’attestazione professionale, della nuova finanza prevista e della convenienza della prosecuzione rispetto alla liquidazione.
La stessa Sampdoria comunicò che il piano di risanamento sarebbe stato portato a termine entro la fine della stagione sportiva 2025/26.
Nel bilancio 2023 gli accordi produssero effetti positivi per oltre 55 milioni di euro. Tradotto: una parte molto rilevante dell’indebitamento precedente venne stralciata, ridotta o ristrutturata grazie al sacrificio dei creditori. È la società stessa ad aver indicato quella cifra nel comunicato relativo al bilancio successivo.
Non fu necessariamente un regalo immotivato. La logica delle procedure di crisi è semplice: se in liquidazione un creditore rischia di incassare zero, può essere razionale accettare una percentuale inferiore al proprio credito pur di conservare una possibilità di recupero.
Il problema non è quindi l’esistenza dello stralcio. Il problema è ciò che è accaduto dopo.
Due anni, quasi 86 milioni di perdite
Nel 2024 la Sampdoria ha registrato una perdita di 40,6 milioni.
Nel 2025 la perdita è salita a 45,4 milioni.
Nello stesso esercizio il valore della produzione si è fermato a circa 29,7 milioni, mentre il margine operativo è rimasto negativo per 41,7 milioni. La società ha inoltre dichiarato che gli impegni sostenuti nelle tre stagioni successive al salvataggio sono stati possibili soltanto grazie a investimenti complessivi della proprietà pari a 155 milioni di euro.
Sono numeri della Sampdoria, non di qualche genoano assetato di vendetta.
In attesa che il bilancio completo ci dica chi sta davvero finanziando il mancato risanamento della Sampdoria
La società produce meno di trenta milioni di valore e ne perde oltre quaranta sul piano operativo. Dopo avere beneficiato di oltre cinquantacinque milioni di effetti positivi derivanti dalla ristrutturazione, ha accumulato quasi ottantasei milioni di nuove perdite in due esercizi.
Questo non permette di affermare che la Sampdoria sia oggi insolvente. Perdita e insolvenza non sono la stessa cosa. Una società può perdere quaranta milioni e continuare a pagare regolarmente se qualcuno gliene versa cinquanta.
Ed è esattamente qui che entra Joseph Tey.
La Sampdoria non si sostiene: viene sostenuta
Oggi Tey è il riferimento economico e proprietario della Sampdoria. La società stessa lo ha indicato tra i protagonisti della stabilizzazione successiva al 2023; dopo l’uscita di Matteo Manfredi è rimasto il perno della nuova fase societaria.
Il problema non è stabilire se Tey abbia messo denaro. Ne ha messo moltissimo.
Il problema è comprendere che quei versamenti non dimostrano il risanamento della Sampdoria. Dimostrano che Tey sta finanziando il suo mancato risanamento.
Finché versa le somme necessarie, la società può pagare stipendi, fornitori, imposte, contributi e rate previste dagli accordi. Il dissesto economico non si trasforma in insolvenza finanziaria perché il socio sostituisce con il proprio denaro la cassa che l’attività non produce.
Ma la continuità della Sampdoria non dipende così dalla Sampdoria.
Dipende dalla volontà di un uomo. Un uomo che gestisce capitali di provenienza incerta (senza allusioni) in cooperazione con un altro che è stato espulso dal mercato inglese del gambling (a cui si presume partecipi lo stesso Tey).
Non dai ricavi. Non dal margine operativo. Non dalla capacità di autofinanziarsi. Non da un equilibrio raggiunto. Dipende dalla disponibilità di Tey a continuare a coprire una voragine che, negli ultimi due esercizi, si è mantenuta nell’ordine di quaranta o cinquanta milioni l’anno.
Finché Tey vuole, paga e dispone delle risorse necessarie, il palco rimane in piedi.
Se cambiasse idea, modificasse strategia, riducesse gli apporti o semplicemente pretendesse che la società smettesse di bruciare denaro a questa velocità, il problema oggi nascosto dai bonifici diventerebbe immediatamente visibile.
Non necessariamente fallimento il giorno successivo. Ma una crisi di liquidità che imporrebbe nuova finanza, cessioni, riduzione drastica dei costi o una nuova trattativa con i creditori.
Una società può vivere a lungo grazie alla ricchezza del proprietario. Ma non può chiamare “risanamento” la disponibilità indefinita del proprietario a coprire le perdite.
È mantenimento in vita.
Che può essere perfettamente legittimo, ma resta mantenimento artificiale in vita.
La domanda decisiva: chi sta finanziando le nuove perdite?
Per valutare correttamente la situazione bisogna attendere il fascicolo completo del bilancio: nota integrativa, relazione del revisore, relazione del collegio sindacale, dettaglio delle scadenze e composizione delle passività.
La domanda principale non è più quanto denaro abbia investito Tey.
È questa: le nuove perdite sono state interamente finanziate dalla proprietà oppure hanno determinato anche la maturazione di nuovi debiti verso soggetti estranei alla ristrutturazione del 2023?
La differenza è enorme.
Se il fabbisogno è finanziato interamente da Tey attraverso aumenti di capitale, versamenti patrimoniali o prestiti consapevolmente concessi dal socio, il rischio resta prevalentemente suo. Conosce i numeri, decide volontariamente di esporsi e accetta la possibilità di non recuperare quanto versato.
Se invece crescono anche i debiti verso banche, fornitori, agenti, altre società calcistiche, Erario, enti previdenziali, dipendenti o collaboratori, allora il mancato risanamento comincia a essere finanziato anche dagli altri.
E gli altri non sono Tey.
Non hanno acquistato la società. Non hanno accettato il rischio imprenditoriale. Non hanno partecipato agli accordi del 2023 e non hanno rinunciato preventivamente a una parte del proprio credito.
Per questo, quando sarà disponibile il bilancio completo, non basterà leggere il debito totale. Bisognerà capire:
- quali categorie di debito siano aumentate;
- quali siano scadute;
- quali derivino da nuova finanza;
- quali rappresentino soltanto interessi maturati o riclassificazioni;
- se i debiti commerciali, tributari e contributivi correnti siano pagati regolarmente;
- quanto del sostegno della proprietà sia capitale e quanto sia nuovo debito rimborsabile;
- per quanto tempo gli impegni di Tey siano effettivamente vincolanti.
Le banche e il problema della giustificazione
Particolare attenzione merita l’eventuale incremento del debito bancario.
Se la voce fosse aumentata soltanto per effetto degli interessi previsti dagli accordi, delle riclassificazioni o dell’utilizzo di linee già comprese nella ristrutturazione, non potremmo parlare automaticamente di nuovi finanziamenti concessi dalle banche.
Se invece gli istituti avessero aumentato realmente la propria esposizione dopo il 2023, la questione sarebbe diversa.
Finanziare un’impresa in difficoltà non è illecito. Le banche possono sostenere un risanamento quando ritengono, sulla base dei documenti disponibili, che esista una ragionevole prospettiva di continuità e rimborso.
Ma più le perdite continuano, più il margine operativo resta profondamente negativo e più l’equilibrio viene rinviato, maggiore deve essere la solidità della valutazione compiuta da chi concede nuovo credito.
Non sarebbe sufficiente dire: Tey (finora) a sempre pagato
Bisognerebbe dimostrare perché, nel momento in cui veniva aumentata l’esposizione, fosse ragionevole fare affidamento:
- sulla prosecuzione degli apporti;
- sulla capacità futura di rimborso;
- su un piano industriale ancora credibile;
- su un riequilibrio non puramente eventuale;
- sulla convenienza della nuova finanza rispetto all’arresto dell’attività.
Non sto sostenendo che le banche abbiano commesso alcun illecito. In attesa dei documenti, sarebbe irresponsabile farlo.
Sto sostenendo una cosa diversa: se il loro credito fosse davvero aumentato, un domani dovrebbero poter spiegare su quali basi abbiano continuato a finanziare una società appena ristrutturata, ma ancora capace di perdere più di quanto produce.
Poi c’è il fornitore X.
Non ha un nome perché può essere chiunque: un’impresa che lavora a Bogliasco, un agente, una società calcistica, un prestatore di servizi, un professionista.
Il fornitore X entra in rapporto con la Sampdoria dopo il 2023. Non ha partecipato alla composizione negoziata. Non ha accettato lo stralcio. Non è obbligato a condividere la necessità di salvare un presunto patrimonio cittadino.
Ha fornito un bene o un servizio e pretende, banalmente, di essere pagato.
Finché viene pagato, non accade nulla.
Ma se un giorno non ricevesse quanto dovuto, il problema cambierebbe natura. Potrebbe agire per il recupero del credito e, qualora ne ricorressero i presupposti, promuovere iniziative capaci di costringere la società a dimostrare la propria solvibilità. Il Codice della crisi consente anche ai creditori di chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale; inoltre gli amministratori possono rispondere verso i creditori quando la violazione dei propri obblighi abbia compromesso l’integrità del patrimonio sociale.
Un singolo creditore non fa fallire automaticamente una società perché presenta una fattura non pagata.
Ma può bussare alla porta e obbligare tutti a mostrare le carte.
A quel punto non conterebbero più le conferenze stampa, le promesse di promozione o i ringraziamenti al benefattore. Si dovrebbe ricostruire:
- quando il piano originario aveva smesso di produrre i risultati attesi;
- quali nuove obbligazioni fossero state assunte;
- se il loro pagamento fosse ragionevolmente prevedibile;
- quale fosse la reale consistenza degli impegni di Tey;
- se gli organi societari avessero rilevato tempestivamente lo squilibrio;
- se revisori e sindaci avessero segnalato eventuali criticità;
- perché le banche avessero eventualmente concesso nuova finanza;
- quanto del nuovo debito fosse stato contratto dopo il sacrificio imposto ai vecchi creditori.
Il fornitore X potrebbe vantare poche centinaia di migliaia di euro, una cifra ridicola rispetto ai 155 milioni investiti dalla proprietà.
Ma il diritto di essere pagato non dipende dalle dimensioni del creditore.
E i grandi palchi, molto spesso, non crollano perché qualcuno contesta la scenografia. Crollano quando una persona qualunque apre una botola e scopre che sotto non c’è più niente.
Il tribunale non è il custode quotidiano della Sampdoria
Qualcuno potrebbe chiedersi perché il Tribunale di Genova non intervenga.
La risposta è semplice: il tribunale ha omologato gli accordi del 2023, ma non è diventato l’amministratore o il sorvegliante permanente della società. La composizione negoziata e gli accordi di ristrutturazione lasciano la gestione agli organi societari e non prevedono lo stesso controllo continuativo proprio di altre procedure concorsuali.
Il tribunale torna in scena se viene investito di una nuova questione: una domanda, un’inadempienza, un’opposizione, una nuova procedura o un’istanza di liquidazione.
Finché gli accordi vengono rispettati e Tey fornisce la liquidità necessaria, può non esistere il presupposto per alcun intervento.
Il paradosso, dunque, è perfettamente possibile: il risanamento economico può essere fallito, mentre gli accordi di ristrutturazione continuano a essere regolarmente eseguiti grazie al denaro dell’azionista.
È questo che dobbiamo osservare.
Non se la Sampdoria paghi oggi una rata. Ma se stia costruendo una capacità futura di pagarla con le proprie risorse oppure se ogni scadenza venga semplicemente spostata sulle spalle di Tey e, forse, di nuovi creditori.
Ciò che sappiamo e ciò che dobbiamo ancora accertare
Sappiamo che nel 2023 gli accordi hanno generato effetti positivi superiori a 55 milioni.
Sappiamo che il piano era indicato come da completare entro la fine della stagione 2025/26.
Sappiamo che nei due esercizi successivi sono maturate perdite per quasi 86 milioni.
Sappiamo che nel 2025 il valore della produzione è stato inferiore alla perdita operativa.
Sappiamo che la società ha dichiarato di essere stata sostenuta attraverso investimenti della proprietà per 155 milioni.
Non sappiamo ancora, in assenza del bilancio completo, quanto del nuovo fabbisogno sia stato coperto con capitale, quanto con finanziamenti soci e quanto con ulteriore debito verso terzi.
Non sappiamo se il debito bancario sia effettivamente cresciuto per nuova cassa o soltanto per interessi e riclassificazioni.
Non sappiamo se esistano nuovi debiti scaduti.
E non possiamo affermare che la Sampdoria sia insolvente, che gli accordi siano inadempiuti o che siano già maturate responsabilità.
Possiamo però affermare una cosa semplice: la Sampdoria non ha ancora raggiunto un equilibrio economico strutturale - come promesso dal Piano anche se in maniera progressiva ma con presupposti chiari - e la sua continuità dipende in misura determinante dalla volontà di Joseph Tey di continuare a finanziarla.
Finché quella mano firma bonifici, il sistema può continuare.
Il giorno in cui si fermerà, oppure il giorno in cui scopriremo che a finanziare le perdite non è stato soltanto il proprietario ma anche una nuova generazione di creditori, la situazione potrebbe arrivare al suo passaggio più delicato.
E magari sarà proprio il fornitore X, rimasto con una fattura in mano, a fare la domanda che nessuno vuole formulare:
questa società sta completando un risanamento oppure sta soltanto producendo nuovi debiti mentre qualcuno paga per rinviare il momento della verità?
Nel 2003 ci salutavano con la manina perché credevano di assistere alla nostra scomparsa.
Ventitré anni dopo, la loro sopravvivenza dipende ancora da una mano.
Solo che adesso non saluta.
Rumente!