
Prologo alla versione aggiornata
In occasione dell’ennesimo ribaltone societario, rigorosamente senza spargimento di denaro — perché la società più preziosa del mondo è mai pagata — ho ritenuto opportuno aggiornare la loro storia, che avevamo lasciato ferma alla vigilia dello spareggio con la Salernitana, a valle dell’ennesimo provvedimento amministrativo di cui i beniamini della sportività hanno approfittato per evitare, scansare e aggirare il risultato sportivo meritato sul campo.
Ho inoltre colto l’occasione per apportare alcune modifiche, così da rendere questo lavoro divulgativo ancora più solido e inattaccabile dal punto di vista storico e fattuale. Infine, una mano di stucco e pittura a livello stilistico non guasta mai.
Il post è molto lungo, e non poteva essere altrimenti: ricostruisce oltre un secolo di menzogne, omissioni e memorie a intermittenza. Me ne scuso con chi deciderà di leggere ancora; a chi preferisce slogan, riflessi condizionati e gratificazione istantanea, consiglio invece di fermarsi qui.
Dedica
Dedicato a chi, per abitudine, per pigrizia, o perché involontariamente vittima della favola inventata dall’addetto stampa di Lolli Ghetti, continua a credere alla più subdola delle mistificazioni: che il problema storico del Genoa siano i genoani. Non la concorrenza sleale costruita a tavolino, non le narrazioni sedimentate, non un secolo abbondante di potere sportivo, cittadino e federale usato per raccontare una storia rovesciata. No: i cattivi saremmo noi. I livorosi, i rancorosi, quelli che rovinano tutto.
E allora facciamo una cosa semplice: mettiamo in fila la storia. Non per dipingere il Genoa come vittima eterna – ho sempre avversato i genoani complottisti - ma per togliere alla retorica blucerchiata il suo trucco più efficace: scegliere di volta in volta quando nascere. Giovani dal 1946 quando serve sembrare freschi. Antichi quando serve nobilitare la maglia. Doriani quando serve rivendicare la tradizione. Sampierdarenesi quando serve il titolo sportivo. Mai La Dominante quando la genealogia diventa scomoda. Mai la C, mai la D, mai i salvataggi, mai le ammissioni amministrative. Sempre la favola. Mai il conto intero: il grande imbroglio.
Quindi la storia delle rumente è dedicata anche a chi, volente o nolente, continua a credere alle mistificazioni sostenute da generazioni di minoranze genovesi acrimoniose verso la città e la sua squadra: talmente efficaci da indurre una quota significativa degli stessi tifosi rossoblù, purtroppo la maggioranza, a sostenere la madre di tutte le falsità: i genoani rovina del Genoa.
Come la balla sesquipedale secondo la quale la Sampdoria nasce nel 1946, non è mai stata in C ed è sostenuta dalle nuove generazioni: “cantiamo perché siam giovani”.
Prima del 1946: l’atto di nascita truccato
La sezione calcio dell'Andrea Doria nasce nel 1902, in una Genova in cui il Genoa aveva già fondato il calcio italiano moderno e aveva già cominciato a vincere. Tal Francesco Calì, dopo il passaggio dal Genoa, diventa una figura decisiva del club doriano e poi della prima Nazionale italiana. Anche qui, come spesso accade nella storia blucerchiata, l'identità nasce per sottrazione: non per essere semplicemente se stessi, ma per non essere Genoa.
La squadra si pone fin da subito in netta contrapposizione al Genoa CFC, rifiutando di continuare la collaborazione con Mr. Spensley, che ne aveva generosamente supportato i primi passi.
All’epoca, oltre al Genoa, fondato nel 1893, erano nate realtà come il FC Liguria, nel 1898, e la Sampierdarenese, nel 1899; ma i derby con queste squadre avevano un impatto minore rispetto a quelli con il Genoa.
L’Andrea Doria esprimeva fin dalla nascita una forte impronta nazionalista, legata a una classe dirigente di estrema destra. L’avversione verso il Genoa era marcata, sia per la sua apertura internazionale sia per la presenza di molti giocatori stranieri.
Nel 1906 l’Andrea Doria propose una fusione con il Genoa, vedendosi respingere la proposta.
Nel 1907-08 fece istanza per la radiazione del Genoa dal campionato, per poi rendersi promotrice di una battaglia per l’esclusione degli stranieri dal campionato stesso. La FIGC, sensibile alle pressioni politiche, accolse la richiesta: il Genoa e il Milan, squadre con molti giocatori stranieri e le più vincenti dell’epoca, con sei e tre titoli rispettivamente sui primi dieci, si ritirarono per protesta. Nonostante l’assenza delle due principali forze del calcio italiano, l’Andrea Doria non riuscì comunque a vincere il campionato. Il dato che ci interessa non è fare un processo al 1908 con le categorie di oggi; il dato è che la contrapposizione al Genoa nasce molto presto e si alimenta anche di un’idea di calcio nazionale opposta alla natura internazionale del Genoa delle origini.
Tra il 1908 e il 1924, il Genoa vinse altri tre scudetti, mentre Andrea Doria e Sampierdarenese continuarono a perdere derby a ripetizione e rimasero a secco di trofei. In questo periodo, per i doriani si conta solo una Palla Dapples.
Nel 1927 arriva la prima grande prova generale: il regime fascista impone la fusione tra Andrea Doria e Sampierdarenese e nasce La Dominante. Ambizione di costruire un secondo polo cittadino competitivo (sempre contro il Genoa ndr) e, soprattutto, prima fusione tra le stesse radici che nel 1946 saranno riproposte sotto il nome attuale. Non è corretto dire che La Dominante sia giuridicamente la Sampdoria. È più preciso, e molto più serio, dire che è la prima fusione della sua genealogia. Se rivendichi le antenate, ti prendi anche l’esperimento fallito. Tutto, non solo la parte lucidata.
Vestita di nero, con fascio littorio e grifone, già presente nello stemma doriano, La Dominante vide la costruzione di uno stadio ad hoc: il campo di Via del Piano, già esistente dal 1911. La squadra, pur essendo nuova, venne ammessa direttamente alla massima serie: provvedimento amministrativo n1.
È lo stesso contesto politico-sportivo che, mentre favoriva quell’operazione, accoglieva con le revolverate il Genoa CFC a Bologna, scippando uno scudetto tra il plauso degli sgherri del noto gerarca fascista Arpinati, a cui fu dedicato lo stadio del Bologna.
L’esperimento fallisce. La Dominante retrocede, si trasforma, si scioglie; le radici originarie tornano a vivere in forme diverse e nelle serie inferiori. Qui cade la favola del “mai stati in C” se la discussione viene spostata dalla società giuridica del 1946 alla genealogia che loro stessi evocano ogni volta che parlano di colori, Doria, Sampierdarenese e tradizione. La fusione tardiva del 1946 è, storicamente, figlia di quelle radici. Non puoi cancellare i rami storti dell’albero.
Il progetto si rivelò fallimentare: in soli quattro anni La Dominante precipitò dalla Serie A alla Serie C e fu sciolta… “mai stati in C”.
L’Andrea Doria non si riprese più: dopo anni in C e un passaggio in D, fallì definitivamente nel 1941… “mai stati in D”.
La Sampierdarenese, divenuta Liguria per la fusione con la Corniglianese, e precedentemente anche con FC Liguria e Rivarolese, riuscì a tornare in Serie B, ma rimase squadra da ascensore. Il suo miglior risultato fu la finale scudetto del 1922, in un campionato parallelo riservato alle squadre minori.
Nel 1943 la Sampierdarenese retrocedette in B e si trovava in grave crisi economica.
Nel 1945-46, nel primo campionato post-bellico, diviso tra Nord e Sud per motivi logistici, avvenne uno dei ripescaggi più curiosi della storia del calcio italiano: l’Andrea Doria, fallita da quattro anni, venne reinserita in Serie A con un balzo di oltre quattro categorie, giustificato da presunti torti subiti sotto il regime: provvedimento amministrativo n2.
La Sampierdarenese fu ripescata in Serie A con un salto di una sola categoria: provvedimento amministrativo n3. Quell’anno chiuse ultima, ma non ci furono retrocessioni: provvedimento amministrativo n4.
L’Andrea Doria, sostenuta economicamente da ambienti vicini alla Federazione, non disponeva però del titolo sportivo per restare in A. La Sampierdarenese, invece, sì, ma era economicamente a pezzi.
1946: (ri)nascere in Serie A, “giovani e spensierati”
Da qui i germi del capolavoro comunicativo: presentarsi come squadra giovane, simpatica, moderna, quasi innocente, mentre si eredita una storia molto più vecchia e politicamente ruvida. La maglia diventa la più bella del mondo, la tifoseria diventa per definizione felice e pacifica, il Genoa diventa la parte cupa della città. Il problema è che le favole funzionano finché nessuno apre gli archivi.
Il 12 agosto 1946, grazie anche a quella sequenza di ammissioni e salvataggi amministrativi, nasce ufficialmente l’Unione Calcio Samp + Doria, seconda fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria. La nuova società si iscrive al campionato di Serie A grazie al meccanismo sportivo e amministrativo ereditato dalle società che confluiscono nel nuovo soggetto. La narrazione blucerchiata lo racconta come nascita romantica. Guardiamola per quello che è: un’operazione di sistema, in un dopoguerra in cui le regole venivano riordinate e in cui la Sampdoria nasce già sistemata nel piano nobile, pur essendo priva del titolo sportivo.
Un’imposizione della FIGC di fondere due società diversissime: borghesia genovese nazionalista da un lato, mondo operaio sampierdarenese dall’altro. La fusione creò profonde divisioni politiche e sociali: i tifosi non riuscirono nemmeno a mettersi d’accordo sul nome e sui colori della maglia, con scontri tra le fazioni e derisione verso quella che sarebbe stata poi autodefinita “la maglia più bella del mondo” dagli eredi dei detrattori. Altra mussa colossale, reiterata e autoreferenziale.
Molti tifosi della Sampierdarenese, contrari alla fusione, rifondarono il club partendo dai dilettanti.
La Sampdoria, invece, poté ripartire dalla Serie A grazie all’eredità sportiva della povera Sampierdarenese: numero di matricola, titoli e campionati. Senza questo escamotage, sarebbe partita dai dilettanti.
Nel secondo dopoguerra, approfittando del declino del Genoa, la nuova società vinse diversi derby, accumulando vantaggio soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Tuttavia, nel 1966 arrivò la retrocessione. Gli anni Settanta segnarono una crisi profonda.
1974: il campo retrocede, il tribunale sportivo salva
Nel 1973-74 la Sampdoria retrocede sul campo. Poi arrivano i procedimenti sportivi su Verona e Foggia per due casi distinti di presunto illecito sportivo. La combinazione delle decisioni federali riscrive la classifica e consente alla Sampdoria di restare in Serie A: provvedimento amministrativo n 5. Si può discutere quanto si vuole sul merito di quelle decisioni, ma il dato resta limpido: il campo aveva emesso un verdetto, il sistema sportivo ne produsse un altro. Come d’uso.
Mantovani: il geniale addetto stampa di Lolli Ghetti
La svolta arrivò con l’imprenditore Paolo Mantovani, che salvò il club e lo portò ai suoi massimi successi: Coppe Italia, Scudetto, Supercoppa Italiana, Coppa delle Coppe e una finale di Coppa dei Campioni. Questi risultati furono resi possibili da capitali la cui origine imprenditoriale è stata a lungo discussa: un impiegato della Cameli Petroli fonda con due soci la Pontoil, passata in pochi mesi da 9 milioni a 12 miliardi di utili durante la crisi petrolifera, subendo successivamente accuse, mai portate a condanna, di evasione fiscale, esterovestizione e persino contrabbando di petrolio.
L’impiegato della Cameli Petroli aveva lavorato come addetto stampa nella Sampdoria di Lolli Ghetti ed era famoso per catalogare, o schedare, i giornalisti. Attività che tradiva un’attenzione spasmodica alla comunicazione, come dimostrò imponendo di fatto una narrazione tendenziosa e acrimoniosa nei confronti del Genoa, di cui siamo vittime a tutt’oggi.
Tra le balle certe e colossali spicca quella della tifoseria festante e pacifica, quando in realtà Mantovani fu costretto ad assumere alcuni capi tifosi nel tentativo – temporaneamente riuscito - di controllarli, fino ad arrivare a sedersi personalmente in Gradinata per dimostrare quanto dovette spingersi oltre per imporre una tregua e reprimere le pulsioni dei suoi tifosi. Sarà ripagato, a imperitura memoria, con gli schiaffi a una delle figlie, l’incendio dell’auto del figlio Enrico e il lancio di gatti morti in villa a Sant’Ilario. La stampa genovese “falsa e bibina” arrivò a teorizzare l’autocombustione della macchina piuttosto che esporre oggettivamente i fatti.
La grande operazione successiva è stata trasformare quel ciclo in identità permanente. Come se l’eccezione cancellasse tutto il prima e mettesse in conto al Genoa tutto il dopo. Da quel momento ogni crisi blucerchiata è una parentesi, ogni crisi genoana è un difetto antropologico. Loro cadono per contingenza; noi soffriamo per colpa del nostro popolo. Lo meritiamo per punizione divina. E la cosa diabolica è che i primi a credere a tutte queste panzane sono i genoani stessi, almeno nella loro grande maggioranza.
Dal dopo Mantovani a Garrone a Ferrero e Manfredi: salvataggi, passaggi, rimozioni
Nel 2002, dopo la morte di Paolo Mantovani, la Sampdoria era nuovamente esposta a un serio rischio di fallimento. Fu salvata dalla famiglia Garrone, imprenditori petroliferi, attraverso un passaggio di proprietà formalmente legittimo e raccontato come atto di responsabilità cittadina. In realtà, o quantomeno secondo una lettura meno agiografica della vicenda, Riccardo Garrone tentò inizialmente di intestarsi il merito del “salvataggio” senza assumere davvero in prima persona il peso della gestione, anche per recuperare consenso in una città che lo aveva più volte respinto come possibile riferimento civico-politico. Di fronte all’inconsistenza della cordata riconducibile ad Antonino Pane e al rischio che l’intera operazione si trasformasse in una figuraccia pubblica, Garrone fu però costretto a intervenire direttamente, a tutela della propria immagine e contro l’orientamento, tutt’altro che entusiasta, della famiglia. La stessa famiglia che, dopo la morte di Riccardo, imporrà al figlio Edoardo di regalare la Società al primo disgraziato disponibile a rilevarla.
Nel frattempo, angherie e scorrettezza nei confronti del Genoa continuano nella tradizione. Recentemente l’ex amministratore delegato della Sampdoria di Garrone, Beppe Marotta, ha dichiarato di aver interceduto con Maurizio Zamparini per dirottare il suo interesse dal Genoa verso il Palermo. La situazione di stallo conseguente comportò un rischio concreto per la sopravvivenza del Genoa CFC, acquistato sull’orlo del fallimento presso il Tribunale di Treviso da Enrico Preziosi. Lo stesso Preziosi era stato più volte sollecitato ad acquistare la Sampdoria, al punto da meritarsi il famoso striscione “con te torneremo Preziosi - Benvenuto Presidente”, esposto al Ferraris e destinato a restare una delle più enormi brutte figure mai fatte da una tifoseria nella storia del calcio.
Nel 2006, durante Calciopoli, la Sampdoria fu una delle poche squadre intercettate a non ricevere penalizzazioni. In seguito, altri episodi controversi, come il caso Guberti e la famosa frase “a Bari tutto a posto”, legata a presunte combine, non portarono a sanzioni.
Nel 2014, su pressione della famiglia Garrone, la Sampdoria venne ceduta ancora una volta senza passaggi reali di denaro a Massimo Ferrero – noto bancarottiere del sottobosco romano - grazie a fondi messi a disposizione dalla proprietà uscente. Anche in questo caso, la legalità formale fu rispettata, ma restano perplessità sulle modalità: la Sampdoria di Ferrero fu successivamente coinvolta in varie indagini, tra cui il caso plusvalenze, risultando il club con il maggiore uso di tali operazioni per ottenere l’iscrizione al campionato. Nessuna pena fu comunque inflitta.
Dopo Paolo Mantovani, quindi, la Sampdoria torna più volte a misurarsi con la sua dimensione reale: crisi finanziarie, passaggi di proprietà, difficoltà a sostenere il racconto senza il carburante eccezionale del ciclo vincente. Garrone la salva e la normalizza. Ferrero la eredita dentro un passaggio formalmente legittimo ma sostanzialmente grottesco, perfetto per un club che da decenni riesce a vendersi come aristocrazia morale anche quando finisce nelle mani del più scalcinato dei presidenti possibili.
2023: il papocchio
La fase Ferrero – uno dei personaggi più screditati mai comparsi alla ribalta calcistica che solo a Genova potevano essere supportati da buona stampa e sostegno dei tifosi - lascia in eredità inchieste, sospetti, conti fragili e una crisi industriale che porterà al salvataggio del 2023.
Il salvataggio non fu un miracolo romantico, ma un’operazione tecnica di ristrutturazione del debito costruita dentro la composizione negoziata della crisi. Il vecchio CdA — Lanna, Romei, Panconi e Bosco — con l’esperto Eugenio Bissocoli e gli advisor legali e finanziari, individuò il percorso compatibile con le regole FIGC: continuità diretta, mantenimento del titolo sportivo, accordi con i creditori e nuova finanza.
Radrizzani e Manfredi arrivarono nella fase decisiva come soluzione patrimoniale, attraverso Blucerchiati S.r.l., il prestito obbligazionario convertibile e gli aumenti di capitale necessari a rispettare le scadenze federali. Il Tribunale di Genova omologò poi gli accordi di ristrutturazione, con adesione di circa il 75% dell’indebitamento e con uno stralcio molto rilevante del debito, compresa la transazione fiscale. Tradotto in italiano semplice: la Sampdoria non fu comprata e rilanciata secondo una normale logica industriale; fu tenuta in vita da una procedura protetta, da nuova finanza e da un massiccio sacrificio imposto o negoziato con i creditori tutti.
Per gli amanti del tema — quelli che, per puro masochismo, passano le notti a interrogarsi sulle sorti di una partita periferica nelle serie minori — c’è un nome da tenere a mente: Gianni Panconi. Non un figurante di passaggio, ma uno degli uomini del vecchio CdA sampdoriano nella fase della composizione negoziata e degli accordi di ristrutturazione. Tradotto dal burocratese: il protagonista del percorso tecnico-societario che ha consentito alla Sampdoria di sopravvivere, conservare il titolo sportivo e trasformare l’ennesima crisi strutturale in un’altra miracolosa pagina di salvezza amministrativa.
Naturalmente parliamo di avversari sportivi, storici e culturali. Nessun equivoco, nessuna istigazione, nessuna caccia alle persone: qui non interessano le biografie private, ma i ruoli pubblici. Panconi, Marotta, Fazio, Lanna, Lombardo, Mancini, Edoardo Garrone, la Sindaca: figure diverse, con responsabilità diverse, ma tutte utili a disegnare quella rete di sensibilità, relazioni e benevolenze istituzionali che da decenni accompagna il Grande Imbroglio. Il meccanismo è sempre lo stesso: quando c’è da aiutare loro, tutto diventa responsabilità cittadina, tutela del patrimonio sportivo, difesa della tradizione, romanticismo. Quando c’è di mezzo il Genoa, invece, ricompare la predica sui genoani che rovinano il Genoa. Lo sporco, l’illazione, la cattiveria e gli sputi al fiele, venduti come innocente ironia.
Ecco perché non serve immaginare complotti. I complotti sono roba da dilettanti; qui siamo davanti a qualcosa di più raffinato e, proprio per questo, più pericoloso: un’abitudine di sistema. Persone che, legittimamente, possono spendersi per la Sampdoria; meno legittimamente, però, quando quello stesso peso pubblico, mediatico o istituzionale contribuisce a consolidare una narrazione rovesciata, dove ogni loro salvataggio è nobile e ogni nostra sofferenza è colpa.
Il punto non è odiare qualcuno. Sarebbe persino troppo semplice. Il punto è ricordare i nomi, i ruoli e le funzioni di chi, negli anni, ha contribuito a tenere in piedi la favola: la Sampdoria come bene comune, il Genoa come problema di sé stesso; loro da proteggere, noi da psicanalizzare; loro salvati dal contesto, noi condannati prima del processo.
Non nemici personali, ma avversari perfetti nel senso più genoano del termine: quelli che quando agiscono per loro vengono chiamati uomini delle istituzioni, e quando gli effetti ricadono su di noi pretenderebbero pure di spiegarci che dobbiamo ringraziare e farci la predica.Comunque, da lì in avanti la narrazione cambia, ma la sostanza resta istruttiva. Radrizzani, uomo immagine del salvataggio, evapora rapidamente. Manfredi diventa il volto gestionale. Alle sue spalle emerge progressivamente Joseph Tey, investitore di Singapore, fino a diventare il vero perno finanziario della fase successiva. Un signore impegnato nel settore del “gaming”, inglesismo alla moda per non dire scommesse sportive non regolamentate. Tanto da perdere la licenza per operare e vedere cancellata la sponsorizzazione del Newcastle United e il divieto di operare in Albione.
La proprietà rivendica oltre cento milioni immessi nel club, ma il campo restituisce un quadro molto meno trionfale: Serie B, C sul campo, perdite pesanti, salvezze costruite più sulla sopravvivenza che sulla crescita. Il 2026 chiude simbolicamente il cerchio: Manfredi esce, De Gennaro subentra, Tey resta la guida economica. La Sampdoria è salva, sì. Ma salva nel modo che ne racconta meglio la storia recente: non grazie a una forza strutturale, bensì grazie a una procedura, a creditori sacrificati, a capitali esterni e a una governance che continua a cambiare volto mentre il progetto sportivo è un cumulo di macerie.
La stagione 2024-25 porta la “favola” a un passo dal suo finale più istruttivo. La Sampdoria chiude dentro il disastro sportivo e vede materializzarsi la Serie C retrocedendo sul campo. Poi la penalizzazione del Brescia riscrive il fondo della classifica, la Sampdoria viene rimessa nella possibilità del playout contro la Salernitana e la salvezza arriva attraverso una coda surreale: andata vinta a Marassi, ritorno spostato dopo il caso dell’intossicazione alimentare della squadra campana, gara dell’Arechi sospesa per lancio di oggetti e destino sportivo definitivamente ribaltato.
Tecnicamente: salvezza al playout. In realtà: Serie C sul campo, annusata, fotografata, poi evitata grazie a una concatenazione amministrativa e sportiva (il provvedimento amministrativo n6 della loro storia illibata), che in un altro universo narrativo sarebbe già stata chiamata in mille modi peggiori. Il dolce più raffinato non è sempre la caduta; a volte è la permanenza nell’umiliazione ordinaria.
2026: ancora serie B
Questa stagione doveva essere quella della ripartenza. Naturalmente. Lo è sempre, nel mondo fantastico e nel cielo “sempre più blu. La realtà è più sobria: partenza disastrosa, cambi tecnici, classifica che continua a guardare verso il basso, affanno trasformato in progetto. Alla fine, arriva la matematica salvezza il 1° maggio 2026 contro il Südtirol: 1-0, gol di Abildgaard, permanenza in Serie B garantita con un turno d’anticipo. Festa, dunque. Non per loro: per noi. Perché la permanenza in B dell’altra squadra ligure è una forma di equilibrio dell’universo.
Il campionato si è chiuso con una sconfitta emblematica a Reggio Emilia e con una classifica finale da tredicesimo posto: 44 punti, 35 gol fatti, 48 subiti. Beata resurrezione. Dopo i proclami, i salvataggi, le ristrutturazioni e la retorica del ritorno, il risultato storico è questo: la Sampdoria resta in B.
Manfredi, Tey e la nuova commedia
Sul piano societario, il finale è persino più istruttivo del campo. Il 24 aprile 2026 la Sampdoria comunica le dimissioni di Matteo Manfredi dalla carica di presidente e il passaggio della presidenza a Francesco De Gennaro. Formalmente: dimissioni, continuità, ringraziamenti, visione di lungo periodo, disciplina, sviluppo. Nella sostanza: defenestrazione. Perché quando un presidente esce dopo mesi di tensioni con il finanziatore forte — o prestatore di soldi? — e lo stesso finanziatore parla di visioni diverse e di risultati non all’altezza degli investimenti, la grammatica ufficiale serve a decorare il fatto, non a cambiarlo.
Tey resta il perno economico e comunicativo della fase “nuova”. Secondo le ricostruzioni di stampa, ha investito cifre enormi per tenere in vita il club; i risultati, finora, sono stati modesti. Il che apre la parte più interessante: se spendi tanto e ottieni la permanenza in B, il problema non è solo quanti soldi metti. È come li metti, chi decide, con quale competenza sportiva, con quale struttura manageriale e con quale relazione con una piazza che per decenni si è raccontata migliore degli altri e oggi deve festeggiare il tredicesimo posto in cadetteria come una liberazione.
I pessimi presupposti della gestione Tey non stanno nel fatto che Tey abbia messo soldi. Al contrario: senza quei soldi, probabilmente, il giocattolo sarebbe già finito in pezzi più piccoli. Stanno nella sproporzione tra mezzi dichiarati e rendimento, nella comunicazione tardiva, nella governance oscillante, nell’uscita di Manfredi, nell’area sportiva ferma in attesa che la proprietà chiarisca la linea e in un club che continua a chiamare progetto quello che spesso assomiglia all’amministrazione straordinaria di un’emergenza permanente.
Nel frattempo, a Bogliasco, dove splende sempre il sole, volano minacce, scapaccioni, striscioni e volantini che se fossero redatti dai nostri comporterebbero denunce e arresti. Nel mondo fantastico della “ballerina” il risultato è che i media sportivi incitano a contestazioni più dure nell’indifferenza generale. Coma da tradizione di coerenza, la faccia di Mr.Tey sparisce dai bersagli esposti in gradinata Sud e diventa il “buono” della combriccola. Sia mai detto si rompa i coglioni e li faccia fallire come ampiamente meritato.
Sono ancora in B. Manfredi non c’è più. Adesso vedremo se il prestasoldi di Singapore farà davvero qualcosa: ne avesse la volontà — non è detto — e la capacità — non è detto — dovrebbe comunque metterci un sacco di soldi — non è detto nemmeno questo. E, anche se tutte e tre le ipotesi si verificassero, resterebbe il deserto economico, sportivo e ambientale magistralmente costruito in un lustro di malagestione: il migliore degli auspici. Tante belle cose…
Conclusione
Dal 1900, la loro storia è stata segnata da una continua ostilità verso il Genoa e da una serie di interventi esterni, spesso controversi, per evitarne la scomparsa. È opinione comune, sensata e supportata da ragionamenti analitici, persino sostenuti da esponenti doriani oltre che da confronti con altre realtà, che la loro stessa esistenza abbia depresso le potenzialità calcistiche di una città intera, che avrebbe potuto ottenere ben altri risultati con un’unica squadra.
La narrazione sostenuta per decenni racconta di una tifoseria giovane e felice contrapposta ai vecchi, beceri e livorosi genoani, mentre la realtà storica parla invece di odio fondativo, invidia e trame per distruggere il Genoa CFC.
Ripescaggi, salvataggi amministrativi, potere in federazione e supporto reale in città: tutto mistificato come se Genova fosse asservita al Genoa, che ha effettivamente annoverato sindaci di fede rossoblù, ma mai il potere economico cittadino, ammesso sia mai esistito qualcuno di Genova disposto a investire nel calcio.
La stampa, tacciata di partigianeria in favore del Genoa, ha sostenuto per decenni falsi storici a loro esclusivo vantaggio. Di contro, ha alimentato teoremi falsi e tendenziosi, come la presunta responsabilità dei tifosi genoani per l’altrettanto presunta mediocrità del Genoa, quando il confronto andrebbe fatto prendendo l’intera storia delle squadre cittadine. Storia rivendicata solo a partire dalla seconda fusione tra due realtà — perché non la prima? perché negare l’Andrea Doria stampato nella maglia e nel nome? — oppure rivendicata interamente, ma non quando si parla di titoli sportivi.
Il decennio di successi dell’epoca Mantovani si innesta in questa vicenda lunga 125 anni, dove sono stati in C e pure in D, e dove sono stati, per sei volte, protagonisti di interventi amministrativi che hanno alterato il risultato sportivo sempre a loro vantaggio.
L’avversione nei confronti del Genoa risale ai primi del Novecento ed è movente fondativo nonchè parte integrante della loro storia, mentre viene falsamente sostenuta la tesi dei genoani “cattivi” e mossi dall’odio.
Uno dei loro gruppi storici — i gruppi della Sud si dividono da decenni senza soluzione di continuità fino a pestarsi continuamente in gradinata tra loro, come vuole la tradizione qui riassunta — porta nel nome “uniti legneremo i tifosi rossoblù a sangue”: a parte l’odio nei nostri confronti, uniti lo sono stati per dieci anni, quando Mantovani li assumeva a Bogliasco.
Particolarmente fastidioso, al limite dell’inaccettabile, è la continua sottovalutazione di atti di violenza reiterata da parte di una tifoseria mentre – a parti invertite – accuse, denunce e incitazione alle manette.
Conoscere nel dettaglio questi eventi è importante e non scontato, soprattutto se il nemico ha costruito la propria sopravvivenza su compromessi politici, salvataggi sospetti e rivalità alimentate per oltre un secolo e mistificate, ribaltando la realtà, trasformando i buoni in cattivi e viceversa. Il grande Imbroglio.