Devo contare fino a un milione per evitare di perdermi in bestemmie. Aummm…
Funziona più o meno come la respirazione yoga, solo che invece dell’illuminazione ottengo gastrite.
Il primo tempo non mi è piaciuto: siamo riusciti a essere ingenui sul primo gol (passaggio da scuola materna senza chiusura) e ancora più geniali sul secondo, dove Malinovskyi decide che temporeggiare è una belinata e finisce in terra. Una filosofia di vita, che spalanca la porta allo scozzese.
Il secondo tempo, per paradosso, l’abbiamo pure fatto bene. Poi arriva la roulette del recupero, che per noi ha un solo colore: nero. Sempre. Anche se giochi con la pallina truccata.
Leggo Edo da una vita e capisco chi vuole marcarsi il punto. È una filosofia rispettabilissima se devi salvarti. Io, personalmente, faccio fatica a incazzarmi con chi ha provato a vincerla. Sarò strano io.
Poi c’è l’inciso su quella cosa che continuano a chiamare “calcio”. Dal mio esilio televisivo ho sentito un commentatore sostenere che su Viti non fosse rigore, mentre quello del recupero sarebbe “netto”. E lì capisci che il tentativo — tutto italiano — di stravolgere il gioco è perfettamente riuscito. Anche sugli spettatori, che ormai ripetono queste eresie con la serenità di chi recita il rosario.
La dinamica dell’azione e l’intensità dei contatti — percepibili solo dal campo — sono state sostituite da un nuovo sport, una specie di Calcio 2.0, dove si giudicano fotogrammi slegati dalla realtà. Partita dopo partita vedo cose che col calcio non c’entrano nulla. Un abominio che mi allontana sempre più da uno sport che ho amato per cinquant’anni e che ora mi guarda come un parente che non riconosco più.
Si protesta su tutto, nella speranza di mandare a rivedere contatti virtuali, sterilizzati, asettici, come se il gioco fosse un laboratorio di fisica quantistica. E intanto si sposta pure il cervello di chi guarda. Da vomitare.