Daniele De Rossi piace ai genoani per una ragione che va oltre i punti e oltre il mestiere di allenatore. Piace perché, tra i pochissimi, ha capito una cosa: i genoani non chiedono che gli si lecchi il culo, chiedono di essere riconosciuti.
Ed è una differenza enorme.
Blandire i genoani è facilissimo. Basta il solito campionario da conferenza stampa per turisti… come il giro dei nesci: grande pubblico, grande passione, grande storia, stadio caldo, emozione unica. Merendina preconfezionata, buona per Genova come per Lecce e per tutte le stagioni. Il lessico standard di chi vuole tenersi tutti buoni senza fare i conti con la piazza. Riconoscere i genoani è un’altra faccenda. Significa capire che non vogliono essere trattati da scenografia pittoresca del calcio italiano, buona per l’anticipo del venerdì sera. Che possono ingoiare tutto — cessioni, partite mediocri, classifiche di merda — ma non sopportano la subalternità travestita da realismo, la tiepidezza spacciata per equilibrio, il piccolo cabotaggio venduto come saggezza.
De Rossi — mi correggo — questa cosa non è che la capisca: la sente.
Quando parla di coraggio, quando dice che questo stadio accompagna, quando rivendica che il Genoa non è “lo scemo del villaggio”, quando fa capire che qui la gente pretende da chi entra in campo il tentativo di ribaltare tutti, non sta solo facendo comunicazione. Sta dicendo ai genoani: so chi siete. So che non vi basta esistere. So che volete sentirvi vivi. So che preferite una sconfitta feroce a una sopravvivenza senz’anima.
Non è neppure la prima volta che succede. Nella storia del Genoa — quella che ho vissuto in prima persona negli ultimi 50 anni — ce ne sono stati pochi capaci di toccare questo tasto. Scoglio, per esempio, i genoani non li blandiva: li incarnava, li incendiava, li metteva in circolo. Non parlava alla piazza, sembrava sgorgare da essa. Ballardini lo ha fatto a modo suo, con meno enfasi e meno poesia, ma con una comprensione istintiva e quasi ruvida di ciò che i genoani tollerano e di ciò che non tollerano. Non era seduzione, era compatibilità profonda. E perfino Bagnoli, che pure non era uno da smancerie e infatti ci sbatteva anche contro, i genoani li riconosceva eccome: proprio perché non li trattava da massa da compiacere, ma da interlocutori seri, esigenti, duri, a cui non regalare una carezza falsa.
Altri, invece, quella soglia non l’hanno mai davvero superata. O ci si sono fermati davanti. Gasperini, per esempio. Allenatore enorme - nella nostra dimensione - per ciò che ha dato al Genoa in termini di risultati, tecnicamente il più incisivo della storia recente. Ma qui il punto non è la bravura. Il punto è un altro: il suo rapporto col Genoa è stato fortissimo, ma esclusivamente incentrato sul suo calcio e non sui genoani. Ha fatto crescere la squadra, l’ha resa riconoscibile, l’ha portata in alto, ma il rapporto con la piazza è rimasto in qualche modo incompiuto. Il Genoa come contenitore del suo progetto tecnico, e i genoani una componente di quel racconto.
Mentre De Rossi trasmette una verità elementare: coi genoani il progetto tecnico da solo non basta.
Prima viene il riconoscimento, poi tutto il resto.
Ed è questo che ci fa apprezzare ogni sua intervista. Rimette in moto una fame. Restituisce il Genoa ai genoani. Fa una cosa che per una società può essere insieme preziosissima e pericolosissima: organizza il consenso attorno a un’idea identitaria forte.
Ma tutte le medaglie hanno due facce: De Rossi oggi piace tanto non solo perché allena bene o perché parla bene, ma perché ha rimesso in contatto i genoani con una versione alta di se stessi. Con l’idea di non essere nati per galleggiare. Con il rifiuto istintivo di un ruolo da comparse scorbutiche. Con la sensazione che il Genoa non debba per forza scegliere tra dignità e ambizione. E questa è una forza enorme. Ma è anche una bomba innescata, se dietro non c’è una società capace di sostenerla.
Perché il problema non è l’hype in sé. Il problema è chi lo governa (o dovrebbe governarlo).
Una società intelligente prende quell’energia, la ordina, la accompagna, la usa per crescere. Magari senza fare il passo più lungo della gamba, ma con una direzione leggibile. Una società mediocre, invece, comincia a temerla. La vive come una pressione indebita. Come un rumore fastidioso. Come una minaccia agli equilibri interni. Inizia a pensare che forse sarebbe stato meglio un allenatore un po’ meno amato, un po’ meno simbolico, un po’ meno capace di creare aspettativa. Inizia cioè a fare la cosa più provinciale che esista: trattare il consenso come un problema invece che come un’opportunità.
In questo caso il connubio De Rossi-genoani può diventare esplosivo.
Perché un allenatore che riconosce i genoani non può poi essere usato come semplice gestore della sopravvivenza. Non puoi alimentare il fuoco identitario e poi pretendere di spegnerlo con la copertina corta del “va bene così”. Non puoi evocare il coraggio, il sogno, la voglia di ribaltare tutti, e poi chiedere all’ambiente di applaudire un compromesso al ribasso presentato come prova di maturità. Non puoi chiedere ai genoani di emozionarsi per un allenatore che li capisce davvero e, contemporaneamente, preparare per lui un recinto tecnico ed economico che ne sterilizzi l’ambizione.
Perché lì il punto di rottura arriva.
E arriva in modo persino crudele, perché non nasce da un litigio, da una sconfitta o da una dichiarazione sbagliata. Nasce da una cosa molto più grave: dal contrasto tra la lingua del tecnico e la lingua della società. Da una parte uno che parla di coraggio, crescita, sogno, identità, intensità. Dall’altra una dirigenza che magari risponde con il solito vocabolario ragionieristico del “non possiamo”, “bisogna stare attenti”, “non creiamo aspettative”, “l’obiettivo è salvarsi tranquilli”. Tutte formule che, prese da sole, possono perfino essere sensate. Ma che diventano tossiche quando servono non a governare i limiti, bensì a coprirli.
De Rossi rischia, quindi, di diventare non il problema, ma il rivelatore del problema. Il punto esatto in cui i limiti della società smettono di essere astratti e diventano visibili a occhio nudo. Perché se uno così riesce a creare un legame vero con i genoani, e quel legame genera entusiasmo, partecipazione, orgoglio e una domanda più alta, allora la società è chiamata a scegliere. O accompagna quella corrente con idee, investimenti mirati, struttura tecnica, coerenza progettuale. Oppure la teme, la raffredda, la sgonfia, la tratta come una criticità da contenere.
Nel secondo caso, l’idillio finisce.
Non perché De Rossi avrebbe chiesto la luna. Ma perché una società senza visione scambia sempre per pretesa ciò che in realtà è solo ambizione leggibile. Scambia per pressione ciò che è energia. Scambia per pericolo ciò che invece potrebbe essere il suo vero salto di qualità. E così, come spesso accade agli imprenditori piccoli dentro anche quando sono enormi fuori, finisce per difendersi non dai propri nemici, ma dalle proprie possibilità.
È questo il punto che rende De Rossi così interessante per i genoani. Non solo perché li ha riconosciuti. Ma perché, riconoscendoli, rischia di costringere tutti gli altri a fare altrettanto. E lì non basteranno più le formule, i silenzi, la gestione tiepida delle aspettative. Lì bisognerà decidere se il Genoa vuole davvero sfruttare fino in fondo la sua forza - scoperta da quel legame - o se, da “bravo”club che ha paura di sé stesso, preferirà ridurlo, addomesticarlo, amministrarlo al ribasso.
In fondo la vera domanda è questa: la società vuole un allenatore che accenda i genoani o ne preferirebbe uno che non li costringa a misurarsi con i propri limiti?
Sarebbe, ancora una volta, dopo le rarissime fasi positive con Spinelli o Preziosi, la piccolezza di chi non sa cosa farsene di una grande occasione.