Zatopek
Dal fischio finale di Cremonese–Lazio è ufficialmente partita la stagione delle previsioni. Quella che durerà fino all’inizio del prossimo campionato e trasforma qualunque persona dotata di pollice opponibile in meteorologo certificato, con specializzazione in “sensazioni”.
Le prime carte sinottiche parlano chiaro: in arrivo perturbazioni di rilievo in attesa dei termini del rinnovo del mister (non era un rinnovo automatico?). I modelli sono discordanti: c’è chi vede l’alta pressione del “tutto a posto”, chi annusa già il temporale del “siamo alla deriva”. La verità, come spesso accade, è che nessuno sa niente ma tutti parlano come se avessero la stazione meteo sul balcone.
Mettiamo pure che arrivi il rinnovo. Bene: schiarite, sole, selfie col cielo azzurro e la frase “ora programmazione”. Dura quanto? Il tempo di un articolo di Adamoli. Perché subito dopo, a ogni singola operazione di mercato, tornerà la variabilità: raffiche, grandine, trombe d’aria, improvvise ondate di caldo e crolli termici da “vendono tutti” a “compriamo Mbappé”. La potenza dei fenomeni dipenderà da impatto e durata: una nuvola passeggera se parte un esubero, uragano categoria cinque se tocchi un titolare - che magari ha l’accordo da due anni per andar via - ciclone tropicale se la voce rimbalza per tre giorni senza smentita.
In base alle aspettative, ognuno attiva il proprio piano d’emergenza. C’è chi prende l’ombrello e si limita a guardare il cielo con prudenza. C’è chi chiude a tre mandate il bunker antiatomico, sigilla le finestre, vieta ai familiari di uscire e prepara le conserve per l’inverno, perché “qui viene giù il mondo”. E poi c’è chi esce in maglietta e pantaloni corti a godersi la frescura estiva, convinto che tanto “piove sempre e poi passa”, e anzi la pioggia è un complotto dei gufi.
Il punto è che tutta questa variabilità non nasce solo dal tempo. Nasce dall’assenza di bollettini. Perché, guarda caso, si sta decidendo di non pubblicare le previsioni: niente linee guida, niente obiettivi dichiarati, niente perimetro, niente “questa è la nostra estate”. E allora ognuno interpreta il cielo a modo suo. Nell’incertezza ci si affida agli eventi del passato, al proprio feeling, al rumore di fondo, all’amico che “ha una fonte”, al cugino che “conosce uno”. È meteorologia emotiva, non informazione.
Se sarà alluvione o siccità non sono in grado di prevederlo io, come nessuno. Ma una cosa la vedo: chi dovrebbe guidare l’aspettativa preferisce tacere. E viene da chiedersi se lo faccia per vendere più ombrelli — perché l’ansia fa mercato, sempre — oppure per paura di vedersi tirare dietro gli ombrelloni se dovesse sbagliare, anche solo una settimana.
In entrambi i casi il risultato è lo stesso: il tifoso resta lì, col naso all’insù, a litigare con l’umidità.
Io, nel dubbio, me ne starò prudente. Senza buttarmi in spiaggia con le provviste per quindici giorni al primo raggio di sole, e senza cancellare le vacanze se piove per un paio d’ore. Aspetterò i dati: pressione, venti, fronti, temperatura. Cioè fatti.
Una cosa però è certa: calcisticamente odio questa stagione dell’anno. E la Società sta facendo il massimo per non farmi cambiare idea.