MERITIAMO DI PIÙ
Lo scrivo subito, prima di qualsiasi altra cosa, per sgombrare il campo dal presupposto che ormai filtra qualunque analisi.
Il Genoa e la sua gente meritano di più a prescindere. Lo meritano per passione, fedeltà, abbonamenti, trasferte, fegato, bile e tutto il repertorio che conosciamo a memoria. Abbiamo talmente tanto credito, da questo punto di vista, che è quasi inevitabile trasformarlo in acredine. Ed è un sentimento legittimo, comprensibile, perfino naturale.
A patto, però, di non perdere lucidità.
Quella che segue è, come sempre, una fotografia. Non una difesa d’ufficio, non un processo, non una sentenza e nemmeno il tentativo di vendervi una scatola di entusiasmo scaduta. Il fatto che ogni analisi venga spesso letta come un giudizio a favore o contro qualcuno dimostra soltanto quanto sia diventato difficile restare lucidi dentro la nostra dimensione.
A me interessa capire cosa è uscito, cosa è entrato e quale tipo di rischio il Genoa ha deciso di assumersi.
PORTIERI
Qui il cambiamento è netto ed è il reparto che fa più incazzare.
Esce Leali, che non pesava sul saldo mercato ma pesava eccome sull’affidabilità complessiva del reparto. Dava conoscenza del gruppo, gestione dei momenti difficili, continuità e normalità. Non era un nome da copertina, ma era una polizza assicurativa.
Resta Bijlow come unico riferimento.
Tecnicamente il ragionamento può avere senso. Si può anche accettare di perdere qualcosa nella reattività pura sulla linea per guadagnare molto nelle uscite, nella personalità e nell’impostazione dal basso. Il problema, però, non è solo tecnico. Il problema è lo storico degli infortuni e il downgrade dei sostituti: un rischio importante, forse non del tutto proporzionato al risparmio di un ingaggio medio-basso.
Far finta di credere in Stolz, dopo averlo bocciato in tutte le salse, mette rabbia soprattutto perché un secondo commestibile non spostava un granché a livello economico.
DIFESA ED ESTERNI
Il reparto dei centrali resta un punto di forza della squadra. Il cuore del reparto non è stato smontato. Semmai rischia di condizionare il resto, perché se la base sono tre centrali affidabili è probabile che l’intera costruzione tattica continui a partire da lì.
Il vero cambiamento, infatti, è sulle fasce.
Escono Aarón Martín e Norton-Cuffy, cioè due titolari nell’accezione moderna del termine: non necessariamente intoccabili, non necessariamente perfetti, ma dentro le rotazioni vere e con funzioni precise.
Martín dava piede, cross, assist e gestione, ma anche staticità e qualche buco difensivo. Norton-Cuffy dava gamba, forza, strappo e profondità, anche se meno pericolosità in avanti di quanto avremmo sperato.
Entrano Drameh, Mitaj e Puczka. Sabelli ed Ellertsson, soprattutto nella fase iniziale, diventano quindi molto importanti.
Gli esterni nel calcio di oggi non sono tappezzeria : da loro dipendono ampiezza, pressione, uscita dal basso, equilibrio difensivo e possibilità di cambiare modulo senza mandare un fax all’arbitro.
Il reparto, quindi, non è necessariamente più debole. Dirlo oggi è impossibile. Però è certamente da ricostruire nei meccanismi, ed è uno dei punti più delicati del mercato.
CENTROCAMPO
Qui il dato più importante, prima ancora degli acquisti, è che Frendrup è rimasto.
Se fosse partito anche lui, avremmo parlato di rifondazione, non di mercato. Restando Frendrup, il Genoa conserva intensità, recupero palla, pressione, identità competitiva e una quota importante di anima agonistica.
Esce però Malinovskyi, e quella è una perdita tecnica e caratteriale vera: piede, tiro, calcio piazzato, esperienza, lettura, capacità di trovare una giocata anche in una partita sporca, quando gli altri stanno cercando il libretto di istruzioni.
Il Genoa prova a compensare con un reparto diverso.
Sow porta fisicità, esperienza internazionale, ritmo e struttura. Non è Malinovskyi, ma può dare continuità e peso europeo al centrocampo. Baldanzi deve diventare molto più centrale nel progetto: se è stato preso con obbligo, non può essere letto come un lusso o una rotazione qualsiasi. Deve incidere tra le linee. Traoré aggiunge strappo, qualità e imprevedibilità, ma va verificato nella continuità.
Amorim va considerato un acquisto da sfruttare progressivamente. Non è il giocatore da giudicare con la clessidra in mano dopo tre partite, ma nemmeno un santino da tenere sul comodino. Con Meichtry, Wiafe e gli altri, il reparto diventa più giovane, più fisico e più dinamico.
Ellertsson resta preziosissimo proprio perché può tappare buchi ovunque, purché l’ansia collettiva non trasformi il jolly utile in titolare inamovibile.
Rispetto all’anno scorso il centrocampo perde un elemento importante, ma guadagna corsa, profondità e potenziale. Sarà fondamentale il recupero vero di Traoré, anche per cambiare modulo in corsa e dare qualità nei secondi tempi. Dire oggi che il centrocampo sia certamente indebolito, però, mi pare oggettivamente esagerato.
ATTACCO
Davanti escono Ekuban ed Ekhator, due perdite molto diverse.
Ekuban era una rotazione esperta: fisicità, lavoro sporco, disponibilità, minuti utili, presenza nello spogliatoio. Non era il bomber, ma aveva una funzione. Ekhator era soprattutto valore futuro: potenziale, prospettiva, forza fisica, margine di crescita. La sua cessione pesa meno sull’immediato rispetto a quella di un titolare fisso, ma pesa molto sulla percezione del patrimonio tecnico.
Dentro, o confermati nel nuovo perimetro, ci sono Colombo, Vitinha e Osmajic. Il vero rinforzo dell’attacco, però, potrebbe arrivare dal contributo di Traoré, Baldanzi, Messias e Meichtry. Perché le punte, da sole, non segnano nemmeno alla PlayStation se nessuno le accompagna, le serve e le mette nelle condizioni di essere pericolose.
Osmajic sembra il profilo più diretto per sostituire fisicità e profondità, ma arriva da un altro campionato e va misurato in Serie A. Colombo deve dare più continuità realizzativa, ma dipenderà molto dal supporto del compagno di reparto e dagli inserimenti dei centrocampisti offensivi. Vitinha resta un punto delicato: per me è un ottimo cambio, al nostro livello, in uno schema a due punte centrali, mentre più indietro rischia spesso di fare solo casino con generosità, che è una delle forme più nobili ma meno produttive del casino.
Messias, se sta bene, dà esperienza e lettura. Baldanzi e Traoré possono alzare la pericolosità della squadra on tanto come rifinitura ma aprendo spazi e sbilanciando le difese avversarie.
Il Genoa ha tante soluzioni ma nessuna decisiva a priori. In un calcio con cinque cambi dire oggi che siamo più deboli in attacco è, anche qui, figlio di altre considerazioni. Quelle in premessa,
ANALISI COMPLESSIVA
Nel complesso, la rosa non è stata smantellata ma ricomposta.
Il Genoa ha perso alcune certezze funzionali: Leali in porta, Martín e Norton-Cuffy sulle fasce, Malinovskyi nella qualità tecnica, Ekuban nella rotazione offensiva, Ekhator nel potenziale. Non sono tutte perdite uguali, ma tutte avevano un senso.
In cambio sono arrivati giocatori che sembrano più coerenti con una squadra giovane, fisica, verticale e modellabile: Sow, Traoré, Osmajic, Meichtry, Drameh, Mitaj, Puczka e vari profili di sviluppo.
Bijlow, Bladanzi e Amorim non sono nuovi acquisti in senso stretto ma praticamente sono giocatori testati la scorsa stagione per quest’anno.
Il mercato, quindi, non mi sembra né da entusiasmo cieco ma nemmeno da depressione preventiva.
L’obiettivo è stato innanzitutto economico, purtroppo: finanziare una cassa in sofferenza e contenere il monte ingaggi. Contemporaneamente, però, il Genoa ha provato ad abbassare l’età media, creare nuovi asset, dare a De Rossi una rosa più profonda e flessibile a centrocampo, mantenere i difensori centrali, eliminare alcune zavorre e inserire giovani da sviluppare.
È anche, inevitabilmente, un mercato con più rischio tecnico.
Perché hai sostituito giocatori già assorbiti dal gruppo con giocatori che devono dimostrare di esserlo. Hai scommesso sulla continuità in porta da parte di un ragazzo con uno storico di infortuni preoccupante, hai cambiato le fasce, hai perso un mancino tecnico come Malinovskyi e hai venduto un giovane di grande prospettiva come Ekhator.
Di Scaglione non parlo, perché non lo conosco e perché in questo post sarebbe fuori tema. Come non conosco la cinquantina di ragazzi acquistati, che ormai il settore giovanile sembra il check-in di un ostello internazionale.
Il giudizio dipenderà da cinque domande: Bijlow darà continuità? Le fasce si assesteranno rapidamente? Sow, Baldanzi e Traoré alzeranno davvero il livello tecnico del centrocampo? Messias starà in piedi? Colombo, Vitinha e Osmajic riusciranno a trasformare il gioco in gol?
Ci vedo tanta responsabilità sulle spalle del tecnico. E ci vedo anche la solita polveriera emotiva: la frustrazione sacrosanta del “meritiamo di più” che diventa ansia a campionato nemmeno iniziato.
Però leggere che sia già tutto nero, scommettendo in anticipo che - contemporaneamente- in porta andrà male, che gli esterni nuovi siano tutti scarsi, che il centrocampo sia indebolito, che Baldanzi sia un fallimento, che Traoré sia inservibile e che davanti non segnerà nessuno, mi pare un tantino esagerato.
Capisco la diffidenza, capisco il mugugno e capisco perfino il desiderio di mettersi l’elmetto prima ancora che cada la prima bomba. Ma tra essere prudenti e dichiarare fallita una stagione prima ancora di iniziare c’è una grande differenza.
In mezzo, di solito, c’è il calcio.
Che ha il difetto di battersene il belino delle nostre sentenze del primo settembre.