La teoria secondo cui Șucu avrebbe semplicemente finanziato Blázquez è affascinante. Lo è perché Blázquez viene da quel mondo lì, era un partner 777 e chissà non debba rendere conto negli States, mastica finanza, ristrutturazioni, piani, fondi, debito e altre robe che fanno venire voglia di lanciarsi nudi nel Bisagno coi cinghiali.
Vista da fuori, la scena si presta: arriva il romeno coi soldi, resta lo spagnolo a gestire la baracca, e allora parte il romanzo. Șucu presta, Blázquez sistema, poi magari ricompra, rivende, trova il pollo successivo o fa il numero del mago Silvan con i conti.
Suggestivo, per carità. Però, per quello che oggi risulta, poco aderente ai fatti.
Se Șucu avesse prestato soldi a Blázquez, lo schema sarebbe diverso: un finanziamento, un debito da restituire, garanzie, un soggetto che mette i soldi e un altro che diventa, direttamente o indirettamente, il vero acquirente. Invece vediamo Passion for Green, società riconducibile a Șucu, sottoscrivere capitale, entrare nel Genoa, prendersi il 77,18% e mettere Șucu dentro la governance come Presidente del CdA - esistesse il giornalismo avrebbero raccontato delle deleghe e si saprebbe con certezza chi davvero comanda anche se i dubbi sembrano onestamente pochi - non in tribuna a guardare Blázquez che gioca col portafoglio altrui.
Questo non significa che Blázquez sia irrilevante. Anzi. Può benissimo essere l’uomo operativo del piano, quello che conosce il dossier e lo ha “venduto” a Sucu, tratta con banche, Lega, fornitori, procuratori, factoring, scadenze e tutta la buridda che abbiamo imparato a leggere nei bilanci invece di passare le nottate su YouPorn come le persone normali.
Ma una cosa è dire che Blázquez gestisce il risanamento. Un’altra è dire che Blázquez è il vero dominus finanziato da Șucu. E questa seconda, oggi, mi pare più una suggestione che una tesi dimostrata.
Anche lo schema da private equity evocato da AleR è interessante. Nel mondo dei fondi hai spesso chi gestisce, il General Partner, e chi mette il grano, il Limited Partner. Tradotto in genovese tecnico: uno porta il gozzo, l’altro paga il gasolio sperando che alla fine il pesce sia abbastanza grosso.
Però qui non abbiamo un fondo, non abbiamo un GP formalizzato, non abbiamo una batteria di LP istituzionali tipo fondi pensione, assicurazioni o marziani col prospetto informativo sotto il braccio. Abbiamo un socio di controllo che ha sottoscritto capitale, presiede il Consiglio di Amministrazione, partecipa alla governance e si è preso il rischio dell’operazione.
Quindi sì, il profumo finanziario c’è. Ma più che private equity puro, io la chiamerei operazione di turnaround.
Che poi, detta in italiano, significa una cosa molto meno sexy e molto più faticosa: entri in una società conciata male, piena di debiti, perdite, crediti anticipati, fornitori da pagare, Erario da tenere buono, Lega da non far innervosire, tifosi che ti chiedono il centravanti e ti danno del Misciu. E provi a rimetterla in piedi.
Nel caso del Genoa significa stabilizzare la continuità aziendale, ridurre il rischio finanziario, tenere sotto controllo il costo della rosa, vendere bene quando devi vendere, aumentare ricavi veri, ricostruire patrimonio netto e rendere il club meno tossico per banche, fornitori, investitori e futuri soci. Non è poesia. Non è “andiamo in Europa tra due anni”. Non è “compriamo tutti e poi vediamo”. È lavoro sporco: togliere il Genoa dal ciglio del burrone e riportarlo in una zona dove possa respirare senza vivere ogni sei mesi appeso al prossimo anticipo, alla prossima plusvalenza o al prossimo santo protettore dei revisori.
Poi, se il lavoro riesce, le strade possono essere tante. Șucu può tenersi il Genoa e consolidarlo, aprire a nuovi soci, vendere una quota, vendere tutto o costruire le condizioni per un’operazione successiva. Ma prima bisogna arrivarci. Prima bisogna sistemare i numeri, non scrivere la sceneggiatura del sequel.
E qui arriva il punto decisivo: i 40 milioni di Șucu non sono un prestito. Sono capitale di rischio. La differenza non è da poco.
Un prestito lo devi restituire. Sta nei debiti, ha una scadenza, spesso interessi, magari garanzie. Chi presta soldi vuole indietro soldi. Il capitale di rischio, invece, entra nel patrimonio della società. Non lo restituisci a data certa. Se le cose vanno male, si brucia. Se le cose vanno bene, il socio recupera valore vendendo le azioni, incassando dividendi futuri — non ridete — o valorizzando la partecipazione in un’operazione successiva.
Quindi no: il Genoa non deve restituire quei 40 milioni a Șucu come fossero un finanziamento. Șucu potrà recuperarli se il Genoa varrà di più. E questo cambia completamente il senso dell’operazione.
Per questo l’idea “Șucu finanzia Blázquez” è intrigante, ma mi sembra poco coerente con le cose per come si sono evolute. Molto più aderente ai fatti è dire che Șucu ha comprato il controllo del Genoa, ha messo capitale di rischio e ha scelto, almeno per ora, di usare Blázquez come gestore del turnaround.
Poi possiamo discutere quanto deleghi davvero, se Blázquez sia l’uomo giusto, se il piano riuscirà, se un domani venderanno, a chi venderanno e se finalmente qualcuno, nella storia secolare del Genoa, si preoccuperà davvero di non consegnarci al primo scappato da casa con una brochure colorata e due milioni in Lussemburgo. Domanda legittima, anzi sacrosanta, perché noi abbiamo visto passare Preziosi, 777, A-CAP, prestiti, factoring, promesse, piani, note integrative e più allarmi rossi del quadro comandi di Chernobyl.
Quindi fidarsi va bene. Fidarsi col bilancio aperto sul tavolo è meglio. Se volete la mia di suggestione è che Blasquez ha un foglietto firmato con la percentuale sulla plusvalenza.
Ad oggi, però, la fotografia mi pare questa: il dominus societario è Șucu. Il capitale è suo. Il rischio è suo. La responsabilità ultima è sua. Blázquez è il manager del piano, il tecnico della ristrutturazione, probabilmente con un premio a vendere molto significativo. Ma non, almeno per ciò che risulta, il proprietario occulto finanziato dal romeno.
Il Genoa oggi ha dentro una logica finanziaria, certamente. L’operazione può essere letta come turnaround, certamente. Un giorno potrà esserci una valorizzazione, una vendita, un ingresso di soci o un’altra buridda ancora, certamente.
Ma non confondiamo il capitale di rischio con un prestito. E soprattutto non confondiamo una delega gestionale con la proprietà effettiva del club.
Perché le suggestioni sono belle… a me interessa solo che il Genoa migliori e possa rendersi attrattivo per chiunque sia credibile per investire. Professionalmente Blasquez, me lo terrei tutta la vita.
In queste ultime tre righe è in questo post sono riassunte tutte le incomprensioni (per carità niente di trascendentale) quando parliamo di Società.
PS per Maurizio: Zangrillo, secondo me, ha tentato di contare in questa vicenda ma non si è nemmeno avvicinato a toccare palla. L’unico momento in cui ha contato qualcosa è stato nel periodo che va dall’only one year all’esonero di Blessin. Da quel momento ha fatto solo baccano senza capire la differenza tra una flebo e un piano di ristrutturazione.