scritto piangendo Francesco Guccini e pensando al mio amico Alfredo
Come si impedisce al potere di trasformarsi in sopruso?
Più che una domanda, una ferita aperta che attraversa tutta la seconda metà dell’Ottocento e trova una delle sue risposte nello scontro fra Karl Marx e Michail Bakunin. Entrambi sognano una società più giusta, guardano con rabbia alle diseguaglianze feroci prodotte dalla rivoluzione industriale, a quell’ordine del mondo con pochi uomini sopra e una moltitudine sotto a rompersi la schiena. Poi arrivano al punto decisivo e le loro strade si separano. Il potere da conquistare per costruire una società nuova oppure sarà proprio il potere, inesorabile, a conquistare gli uomini chiamati a guidarlo? La rottura della Prima Internazionale contiene qualcosa di molto più grosso di una disputa rivoluzionaria: due idee diverse dell’uomo e soprattutto della sua capacità — ammesso ce l’abbia — di resistere alla seduzione del potere quando finalmente quel potere finisce nelle sue mani.
L’anarchia, essendo cosa dell’uomo, avrebbe conosciuto illusioni, fanatismi ed errori anche enormi senza riuscire mai a organizzare stabilmente una società complessa. Ma il Novecento bastardo avrebbe dato ragione a Bakunin: troppe rivoluzioni nate per liberare gli uomini finirono per costruire oppressioni, quasi che il potere avesse una fame propria - ce l’ha - e sapesse divorare anche chi gli si avvicina giurando di usarlo soltanto per il bene degli altri. Il rivoluzionario entra nel palazzo, il palazzo entra nel rivoluzionario e, alla fine, sono sempre cazzi di chi è rimasto fuori.
In questo paese disperato, strampalato, fatto di fratture, campanili e microcosmi — tra cui quello dell’Appennino emiliano, gravido da sempre di menti libere e lambrusco — l’anarchia prende però una strada tutta sua.
Non cresce nelle università o nei salotti dove qualcuno spiega agli altri come dovrebbero vivere, ma nelle osterie e nelle officine, nei porti, nelle cave di marmo della Toscana, fra artigiani, tipografi, maestri elementari, ferrovieri ed emigranti. È una cultura popolare prima ancora che un sistema filosofico e forse proprio per questo mette le proprie idee dentro parole che si possano ricordare, passare a quello accanto e cantare insieme, magari male, magari dopo tre bicchieri, comunque sporche di vita.
Fra i suoi interpreti più alti c’è Pietro Gori. Avvocato, poeta, propagandista instancabile, uno di quegli uomini fatti apposta per non riuscire a starsene tranquilli nel posto preparato per loro, conosce il carcere, l’esilio e la persecuzione politica. Nel 1895 viene espulso dalla Svizzera insieme ad altri anarchici italiani e da quell’ennesima partenza forzata nasce Addio Lugano bella. A colpire ancora oggi è soprattutto ciò che in quelle parole non c’è: non c’è odio, non c’è vendetta, non c’è nemmeno quella insopportabile sicurezza di chi si sente già assolto dalla Storia perché convinto di stare dalla parte giusta. C’è la malinconia ruvida di uomini costretti ad andarsene senza lasciare insieme ai bagagli le proprie convinzioni, la tristezza dignitosa di chi sa di aver perso e non per questo accetta di inginocchiarsi. Ed è forse qui che l’anarchia italiana mostra il suo volto più strano e, almeno per me, più irresistibile: il canto della rivolta diventa quello dell’esilio, la rabbia prende una piega quasi tenera e l’anarchico che avremmo immaginato con la bomba sotto il cappotto si mette invece a salutare Lugano.
Pochi anni dopo Luigi Molinari scrive Nel fosco fin del secolo morente. Se Gori porta addosso il dolore di chi viene cacciato, Molinari guarda verso ciò che ancora non esiste con una speranza febbrile, quasi religiosa, come se dietro quel secolo che muore male fosse ancora possibile scorgere un’alba diversa. È la stessa fiaccola che passa di mano in mano: cambia la voce di chi la porta, cambia il paesaggio, qualche volta vacilla e qualche volta scotta le dita, ma il fuoco rimane quello.
E poi quella fiaccola si imbarca.
Attraversa l’oceano insieme ai milioni di italiani che emigrano nelle Americhe e nel 1927 illumina tragicamente i volti di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani, due anarchici, due uomini mandati sulla sedia elettrica al termine di un processo che ancora oggi divide gli storici. Qualunque giudizio si voglia dare sulla loro colpevolezza, la loro vicenda sfonda a un certo punto le pareti del tribunale e diventa altro: il simbolo terribile di quanto sia facile smarrire il confine fra ciò che un uomo ha fatto e ciò che un uomo è, fra il delitto da giudicare e il diverso di cui liberarsi. Sacco e Vanzetti diventano così un grumo nella coscienza di milioni di persone, due nomi che continuano a bruciare molto dopo che gli uomini che li portavano hanno smesso di respirare.
A quel punto sembrerebbe finita: l’anarchia consumata dalle proprie sconfitte, schiacciata dalle tragedie del Novecento, dalla rivoluzione bolscevica e dai grandi sistemi politici che si prendono il secolo, le piazze, gli eserciti, gli Stati e pure il diritto di spiegare da quale parte stia il futuro.
E invece no. La fiaccola continua a bruciare sottoterra, come un fiume in carso, trovando rifugio dove le idee sconfitte sopravvivono spesso meglio di quelle vittoriose: nella letteratura, nella poesia, nella canzone. Del programma politico rimane sempre meno — peraltro non è mai stato il suo punto forte — e resta qualcosa di molto più difficile da estirpare: uno sguardo, una pulsione, una ruvidissima carezza.
È lo sguardo di chi diffida delle verità assolute perché sa quanto facilmente comincino a chiedere obbedienza, di chi cerca istintivamente i reietti, i perdenti, quelli tagliati fuori dalla fotografia ufficiale perché la rovinerebbero; di chi non misura il valore di un uomo dai titoli che mette sotto il nome o dal numero di persone che riesce a comandare, ma dalla libertà con cui riesce a non vendersi del tutto la propria coscienza.
È qui che Fabrizio De André e Francesco Guccini, diversissimi in tutto, finiscono nella stessa stramba famiglia spirituale. Non anarchici per tessera o programma, anarchici nell’istinto. Il loro sguardo va sempre dalla parte sbagliata della fotografia, dove stanno i disertori, le puttane, i bombaroli, i folli, gli sconfitti e tutti quelli che non hanno imparato a stare nel posto assegnato. Non cercano il potere, cercano l’uomo, e quando il potere schiaccia l’uomo finiscono quasi naturalmente dall’altra parte. È la stessa esigenza morale che attraversava le parole di Gori e, ancora prima, la ribellione di Bakunin contro qualsiasi potere abbastanza sicuro di sé da pretendere di diventare assoluto.
La Locomotiva di Guccini non è allora soltanto il racconto di un gesto disperato, né la celebrazione ingenua di uno che decide di schiantarsi contro il mondo. È un uomo solo che guarda il sopruso e, invece di farsene una ragione come fanno quasi tutti - io per primo - decide di mettersi di traverso pur sapendo che perderà. Il “pazzo” paga personalmente la propria ribellione mentre gli uomini ragionevoli restano a guardare e magari spiegano, con ottimi argomenti, perché non servirà a un cazzo. Viene da lontano quella follia, da una convinzione elementare e quasi infantile, proprio per questo terribile: nessuna causa, nessuna rivoluzione, nessuna promessa di paradiso futuro può valere più della libertà e della dignità dell’uomo che hai davanti.
Mi viene in mente Giuseppe Pinelli, non lo ricorda mai nessuno: un ferroviere, proprio come l’uomo della Locomotiva. Anarchico, autodidatta, figlio della Milano popolare, ancora ragazzo aveva fatto la staffetta partigiana nelle formazioni libertarie e venticinque anni dopo era rimasto uno di quegli uomini senza potere che si ostinano, però, ad avere idee proprie.
Nel dicembre del 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene portato in Questura insieme ad altri anarchici. Tre giorni dopo precipita da una finestra del quarto piano e muore. Da allora quella finestra è rimasta aperta nella storia italiana, ingombra di inchieste, sentenze, versioni, errori e sospetti senza riuscire a cancellare l’immagine elementare di un ferroviere entrato vivo in una questura e uscito morto da una finestra.
Poi viene assassinato Luigi Calabresi e la storia, già terribile, diventa ancora più sporca. Pinelli e Calabresi finiscono schiacciati l’uno contro l’altro dentro la stessa guerra della memoria, quasi che ricordare l’uno imponesse di dimenticare l’altro. Dietro il “caso Pinelli” scompare lentamente Pinelli, così come dietro il “caso Calabresi” rischia di scomparire Calabresi, inghiottiti entrambi da un Paese che in quegli anni pareva capace di trasformare qualsiasi tragedia in un’altra trincea.
Pinelli, però, dentro questa storia ci sta in maniera quasi dolorosamente perfetta. Non perché la sua morte dimostri qualcosa sull’anarchia e nemmeno perché serva a fabbricare un altro santo laico, che di santi ne abbiamo già abbastanza. Ci sta perché era uno di quelli fuori dalla fotografia: ferroviere, partigiano, anarchico, padre di famiglia, senza palazzi, senza eserciti e senza nessuno a cui dare ordini. Uno che De André e Guccini avrebbero riconosciuto al primo sguardo.
E allora pensare oggi a Francesco Guccini, con quei belin di lucciconi che arrivano senza chiedere permesso quando se ne va qualcuno che senza conoscerci ha camminato per decenni dentro la nostra vita, per me significa soprattutto questo. Non celebrare un’appartenenza, non confezionare il santino del grande cantautore e tantomeno fingere che l’anarchia sia stata una favola senza sangue, errori, velleità e qualche abisso. Significa salutare una tradizione umana che ha perso quasi tutte le battaglie e proprio per questo ci ha lasciato qualcosa che i vincitori dimenticano facilmente: il dubbio.
Il dubbio su chi comanda, ma anche su chi vuole prenderne il posto; sui rivoluzionari quando diventano governo, sui salvatori quando cominciano a chiedere obbedienza, su quelli che conoscono la soluzione e soprattutto su noi stessi quando ci scopriamo abbastanza sicuri delle nostre ragioni da volerle imporre agli altri. Il dubbio su me stesso, che faccio parte di una struttura e mi attacco ai soldi per comprare un benessere che, beffardamente, mi dimostra sempre di stare altrove.
Forse è questa, in fondo, la fiaccola.
Passava di mano in mano, scottava, cadeva e qualche matto la raccoglieva di nuovo. Gori l’aveva portata in esilio, Sacco e Vanzetti fino alla sedia elettrica, Pinelli dentro una questura di Milano, De André in mezzo ai suoi reietti.
Guccini uno di quei matti l’aveva caricato sopra una locomotiva e mandato a tutta velocità contro il mondo ordinato delle persone ragionevoli.
Adesso Francesco è sceso.
La fiaccola no!