DaniloLR Convinzioni perenni e dubbi perenni, che il dubbio stimola il pensiero critico, fomenta analisi,
Grazie Danilo,
mi ha colpito la formula “convinzioni perenni e dubbi perenni”, perché credo metta un altro pezzo nel ragionamento che Maurizio aveva già complicato parecchio introducendo l’osservazione prima ancora della domanda.
Tu fai un passo diverso. Dici: dubito delle soluzioni, sono disposto continuamente a rimetterle in discussione, ma sotto rimangono alcune convinzioni dalle quali non mi smuovo: internazionalismo, antirazzismo, anticapitalismo, antimilitarismo, difesa delle persone e dell’ambiente dallo sfruttamento.
E allora il dialettico puro (ricordi bene) mi perdonerà se gli rompo immediatamente i coglioni con un’altra domanda: perché proprio quelle?
Non te lo chiedo per metterle in discussione una per una, peraltro le condivido, ma perché mi sembra che sotto quelle che chiami convinzioni ci sia qualcosa di ancora precedente. Se tolgo le etichette ai barattoli, mi pare di intravedere un rifiuto originario del dominio dell’uomo sull’uomo: economico, razziale, militare, politico.
Forse è quella la tua vera inquietudine e tutto il resto viene dopo.
Mi interessa molto anche il tuo Marx e Bakunin: condividere una parte della diagnosi di Marx senza accettarne necessariamente la terapia, riconoscere la lucidità della critica di Bakunin alla concentrazione del potere senza essere obbligati per questo a diventare anarchici. In fondo è sempre quel povero paziente: possiamo cercare di capire che belin di male avesse senza essere costretti ad approvare l’amputazione?
Ma “convinzioni perenni e dubbi perenni” apre per me una questione ancora più grossa.
Se accettiamo che anche le nostre convinzioni nascano dalla nostra storia, dallo sguardo con cui osserviamo il mondo e da una determinata idea dell’uomo, fin dove siamo disposti a far arrivare il dubbio?
Perché il rischio di questo ragionamento è evidente e, personalmente, non mi dispiace affatto correrlo: ci stiamo avvicinando parecchio al relativismo. Ma riconoscere che anche i miei valori abbiano una storia non significa necessariamente concludere che valgano quanto tutti gli altri. Posso continuare a scegliere l’antirazzismo contro il razzismo, la libertà contro la sopraffazione, senza pretendere che una qualche tavola della legge caduta dal cielo mi abbia consegnato la verità assoluta.
Forse a un certo punto il problema non è possedere la verità, ma assumersi la responsabilità di una scelta.
E qui arrivo al tuo “becero razzista da Facebook”. Ti seguo: non abbiamo abbastanza vite per discutere con tutti e neppure l’obbligo di farlo.
Ma proviamo a cambiare il soggetto.
Se al posto del becero razzista abbiamo davanti milioni di persone disposte a votare quelli che noi consideriamo, a torto o a ragione, dei reazionari, possiamo davvero permetterci di fermarci al giudizio sulla loro risposta?
Io credo di no. Altrimenti tutto il ragionamento fatto fin qui vale soltanto quando la risposta ci piace.
Perché sotto quel voto potrebbero esserci inquietudini molto meno reazionarie della risposta scelta: la paura di perdere il controllo sulla propria vita, la sicurezza economica che scricchiola, la sensazione che i figli possano stare peggio dei genitori, il lavoro che perde valore e identità, il quartiere nel quale non ci si riconosce più, comunità e appartenenze che si sfaldano, decisioni che sembrano arrivare da luoghi sempre più lontani e sui quali si ha sempre meno possibilità di incidere.
E forse ce n’è una ancora più profonda: la paura di essere diventati irrilevanti.
Non necessariamente poveri, non necessariamente esclusi. Irrilevanti. Persone alle quali la modernità continua a spiegare quanto sia diventata libera, aperta e piena di possibilità mentre loro hanno la sensazione di contare un belino.
A quel punto arriva qualcuno e offre una risposta tremendamente semplice: riprendiamoci il controllo, rimettiamo dei confini e difendiamoli, torniamo a decidere noi, recuperiamo quello che abbiamo perduto.
La risposta può essere sbagliata. Può essere pericolosa. Può perfino trasformare paure reali in rancore contro qualcuno che non c’entra un cazzo.
Ma la domanda che l’ha prodotta potrebbe essere tremendamente seria.
Ed è qui che il nostro esperimento diventa davvero scomodo. Perché capire qualcuno non significa assolverlo e riconoscere una parte di verità nella sua inquietudine non significa concedergli un millimetro sulla soluzione.
Anzi, forse dovremmo essere capaci di farlo soprattutto con le risposte che ci ripugnano.
Perché se milioni di persone cominciano a cercare quelle risposte, limitarsi a chiamarle ignoranti, razziste o fasciste può anche farci sentire dalla parte giusta, ma non ci fa capire un bel belino di quello che sta succedendo.
E soprattutto lascia quelle inquietudini esattamente dove sono, a disposizione del prossimo che saprà dargli un nome.
Facessimo un sondaggio su quelle inquietudini, non sulle soluzioni. Ho il sospetto che su alcune uscirebbero maggioranze bulgare, magari composte da persone che alle elezioni votano esattamente l’opposto. Perché il controllo sulla propria vita e la ragionevole aspettativa che domani possa essere un po’ meglio di oggi sono stati, credo, due dei fondamenti del successo delle soluzioni occidentali. Ed è proprio la sensazione di aver perso entrambe che potrebbe accomunare persone destinate poi a dividersi ferocemente quando si passa alle risposte.
E qui il giochetto diventerebbe ancora più interessante, immaginando il sondaggio sul muretto.
Potremmo magari scoprire un plebiscito nel riconoscere la malattia e un altro plebiscito nel considerare sbagliata la cura proposta dalle destre. Ma allora rimarrebbe una domanda piuttosto ingombrante: se non mi sento più padrone della mia vita, non credo che i miei figli staranno meglio di me e ho pure la sensazione di non contare un belino, perché dovrei continuare a votare?
Forse una parte dell’abbandono della politica nasce anche lì. E forse vale la pena guardare, con la stessa assenza di pregiudizio, anche dall’altra parte. Perché mentre pezzi di società che un tempo avremmo considerato quasi naturalmente di sinistra cercano altrove protezione, appartenenza e controllo, quella che continuiamo per comodità a chiamare “sinistra” rischia il paradosso di diventare la casa dei veri conservatori: laureati, benestanti, integrati nel sistema, magari sinceramente progressisti sui diritti ma comprensibilmente terrorizzati che qualche pazzo faccia saltare anche il pezzo di benessere che si sono conquistati.
Non so se sia davvero così e diffido già della mia stessa semplificazione. Ma se anche soltanto una parte fosse vera, sarebbe un ribaltamento curioso: quelli che hanno più paura che il mondo cambi votano progressista, mentre quelli che hanno più paura che il mondo non cambi abbastanza votano reazionario. E una contraddizione del genere, almeno una domanda, direi che la merita.
Alla fine mi lasci la domanda finale: vale la pena discutere?
Forse sì, ma non necessariamente per convincersi a vicenda. Forse vale la pena quando due persone entrano nella discussione con due risposte e ne escono almeno con una domanda in più. Qualcosina ci siamo portati a casa.
Rimane un’ultima inquietudine, forse figlia anche di questo piccolo esperimento sul muretto. Tu e Maurizio avete raccolto il gioco, altri comprensibilmente no, ma la fatica che facciamo persino a fermarci sulle domande invece di scannarci sulle risposte qualcosa, almeno a me, suggerisce.
Forse non è soltanto la politica ad aver perso la capacità di tenere insieme le persone. Abbiamo perso anche parecchi dei luoghi, delle abitudini e forse persino della voglia di farlo. Ognuno con le proprie paure, le proprie certezze, il proprio pezzetto di mondo da difendere e sempre meno qualcosa in comune dentro cui discuterne.
Altro che destra e sinistra. La sensazione, qualche volta, è quella di una società a pezzi, sbriciolata. Detonata.