Guybrush_Threepwood
Leggo la ricostruzione qui sopra e, al netto delle semplificazioni giornalistiche, una cosa è chiara: continuiamo a confondere la fotografia statica del bilancio con la dinamica reale della cassa. È la stessa trappola in cui si cade da anni. Il bilancio è un documento, la cassa è un organismo vivo. Se la proprietà collassa, la fotografia non basta più a capire il film.
Che il Genoa fosse “vicino all’insolvenza” nel momento dell’aumento di capitale di Șucu non è uno scandalo: è la logica conseguenza di essere un asset di un gruppo – 777 Partners – in pieno collasso finanziario. Se la casa madre smette di garantire continuità, anche un club con ricavi in crescita può trovarsi senza ossigeno nel giro di poche settimane. Il patrimonio netto negativo, citato nell’articolo, non fa che confermare ciò che era già evidente: il tribunale è convinto che senza un intervento esterno, il club rischiava di non far fronte alle scadenze operative. Insolvenza non significa fallimento: significa non avere la cassa per pagare domani mattina.
Quanto alla presunta valutazione di 11–14 milioni, siamo sinceri: è una forzatura evidente. Nessun club di Serie A con ricavi superiori ai 70 milioni, brand storico, stadio pieno e asset commerciali in crescita può essere valutato come una squadra di metà classifica di Serie C. Quella cifra non misura il valore del Genoa: misura il valore del Genoa in quel preciso istante, quando il gioiello – perché il Genoa resta un gioiello appetibile – era però avvolto in un coacervo di spine fatto di contenziosi, creditori, advisor, proprietà in default e urgenze di cassa. È la classica valutazione “distressed”: non fotografa la qualità dell’asset, ma la fragilità del contesto.
E qui arriviamo al punto:
Șucu ha messo i soldi, A‑Cap ha provato a opporsi, il tribunale ha dato ragione al club. Fine.
Poi c’è la parte più ironica di tutta questa storia. Da anni sentiamo ripetere lo slogan “non c’è un euro”. Eppure, se mettiamo insieme i flussi di 777 e quelli di Șucu, negli ultimi tre anni nel Genoa sono entrati circa 200 milioni di euro. Duecento. Non due. Non venti. Duecento. È un paradosso perfetto: un club che “non ha un euro” ma che ha assorbito una quantità di capitale che nella sua storia non aveva mai visto nemmeno col binocolo.
Il problema, quindi, non è “non c’è un euro”.
Il problema è come quegli euro sono stati usati, perché sono stati necessari e cosa resta oggi dopo averli bruciati per tenere in piedi la baracca mentre la proprietà crollava.
Il passato è stato messo in sicurezza a colpi di ricapitalizzazioni.
Il presente è un equilibrio precario tra risanamento e impoverimento tecnico.
Il futuro, come sempre, resta da dimostrare.
E finché non vedo un progetto che cammina sulle sue gambe, io non inizio a fare il tacchino. Vero Mashi? 😉