IL MATRIMONIO D’INTERESSE
Ho difeso spesso Andrés Blazquez in questi anni, nei quali non sono certo mancati motivi – meritati, presunti o semplicemente immaginati – per metterlo sul banco degli imputati. D’altronde un giudizio complessivamente positivo non esclude errori e comportamenti sbagliati, anche molto fastidiosi.
L’ho fatto per una ragione che continuo a considerare piuttosto semplice: ha gestito una società in condizioni economiche e patrimoniali disastrose, trovandosi senza azionista ben prima della metà del guado e, al netto di tutto quello che può essere legittimamente contestato alla gestione successiva, il lavoro di risanamento compiuto in questi anni mi sembra difficilmente negabile.
Questo però non ha mai cancellato una domanda che mi porto dietro praticamente dal suo arrivo.
Quanto sapeva Blazquez di 777?
Non di ciò che facevano nel calcio, naturalmente. Di quello sappiamo che era parte integrante. Blazquez non era il CEO di una partecipata capitato casualmente dentro un fondo americano: arrivò al Genoa come Operating Partner di 777, partecipò direttamente all’acquisizione e faceva parte del gruppo di manager che ne seguiva gli investimenti calcistici.
La domanda è un’altra: quanto sapeva di come quella macchina si finanziava?
Oggi questa domanda pesa un po’ più di ieri.
Joshua Wander si è dichiarato colpevole negli Stati Uniti di frode telematica e frode finanziaria nell’ambito di uno schema che ha sottratto oltre mezzo miliardo di dollari a finanziatori e investitori. Le garanzie inesistenti o utilizzate più volte, gli estratti conto falsificati e i fondi ricevuti per finalità determinate e impiegati per tutt’altro sono ormai agli atti della sua ammissione di colpevolezza.
Fra quel “tutt’altro” c’era anche il Genoa di Blazquez.
E quindi il dubbio rimane.
Non perché dagli atti americani emerga una responsabilità di Blazquez. Non emerge. Non è accusato delle frodi di Wander e, per quello che oggi è pubblico, non abbiamo alcun elemento che ci consenta di attribuirgliene una parte.
Vale la pena ricordarlo soprattutto perché il confine fra una domanda legittima e un’accusa formulata senza prove è molto meno sottile di quanto qualche volta sembri.
Resta però una contraddizione che mi ha sempre incuriosito.
Nel giugno del 2024, con 777 ormai in piena implosione, Blazquez spiegava di essere un dipendente del Genoa e non di 777 e raccontava che quanto accadeva “sopra la nostra testa” talvolta lo apprendevano soprattutto dalla stampa.
Può essere perfettamente vero.
Ma proprio perché tre anni prima era arrivato da Operating Partner di 777, e non come direttore amministrativo assunto a Pegli, credo sia altrettanto legittimo domandarsi quando e quanto si sia progressivamente allontanato dalla casa madre, cosa conoscesse prima e soprattutto quando abbia capito che quella storia stava finendo male.
Non conosco la risposta.
E non ho intenzione di inventarmela.
C’è però una seconda domanda alla quale, per molto tempo, ho fatto ancora più fatica a dare una risposta.
Perché Blazquez è rimasto al Genoa?
Il punto di vista di Șucu è abbastanza semplice da capire.
Arrivi in una società che ha attraversato retrocessione, promozione, ristrutturazione finanziaria, transazione fiscale, una proprietà in dissoluzione e un complicatissimo passaggio di controllo. Trovi un amministratore delegato che conosce ogni debito, contratto, banca, creditore, interlocutore istituzionale e probabilmente ogni scheletro custodito negli armadi di Villa Rostan. Se pensi che abbia lavorato bene, cambiarlo proprio in quel momento sarebbe una decisione quantomeno singolare.
È l’altra metà del rapporto che trovo più interessante.
Blazquez ha un curriculum finanziario di livello internazionale. Ha lavorato in investment banking, private equity, investimenti. Non conosco il suo stipendio al Genoa e quindi non mi interessa esercitarmi nell’antica disciplina della contabilità praticata senza avere i conti.
Ma non credo sia particolarmente avventato pensare che un uomo con quel profilo avrebbe potuto trovare altrove posizioni professionalmente ed economicamente molto interessanti.
E invece è rimasto.
È qui che ho cominciato a pensare che fra il Genoa e Blazquez si sia progressivamente celebrato un formidabile matrimonio d’interesse.
Non nel senso deteriore del termine. Esattamente il contrario.
Il Genoa aveva bisogno di Blazquez per completare il proprio turnaround.
Ma probabilmente Blazquez aveva - almeno - altrettanto bisogno del Genoa perché quel turnaround diventasse la sua storia professionale.
Perché ci sono due modi molto diversi nei quali il suo passaggio da Genova potrà essere ricordato. E nei quali, domani, potrà essere letto il suo curriculum.
Il primo è quello dell’Operating Partner di 777 che arriva in Italia all’interno del grande progetto calcistico di Wander e rimane coinvolto, almeno dal punto di vista della propria biografia professionale, nel più clamoroso disastro del gruppo.
Il secondo racconta tutt’altra storia.
È quella del manager che arriva in un Genoa economicamente devastato, attraversa una retrocessione, lo riporta in Serie A, ne ridisegna la struttura economica, affronta un debito enorme e una transazione fiscale, valorizza giocatori, riduce progressivamente la dipendenza dalla proprietà e, quando la proprietà stessa implode, riesce soprattutto a evitare che il Genoa imploda con lei.
Poi arriva Șucu.
Ed è proprio qui che la storia cambia completamente significato.
Perché se quel percorso si completa – se il Genoa chiude davvero il risanamento, si stabilizza finanziariamente e riesce finalmente a passare dal consolidamento alla crescita – Blazquez può smettere di essere ricordato come “il partner di 777 al Genoa” e diventare “l’uomo del risanamento del Genoa”.
La differenza, dal punto di vista professionale, è enorme.
E forse spiega anche perché, quando il mondo dal quale era arrivato si è dissolto, lui abbia scelto di non andarsene.
Lasciare Genova proprio allora avrebbe significato lasciare ad altri il risultato di quattro anni di lavoro e portarsi dietro soprattutto l’etichetta più ingombrante: 777 Partners.
Restare significava invece avere la possibilità di dimostrare che il Genoa che stava lentamente tornando in equilibrio non era un prodotto della finanza spericolata di Wander, ma il risultato di un lavoro manageriale capace addirittura di sopravvivere al proprio azionista.
E qui, almeno ai miei occhi, gli interessi diventano perfettamente coincidenti.
Il Genoa ha bisogno che Blazquez completi il turnaround.
Blazquez ha bisogno che il turnaround del Genoa completi la sua storia.
Da qui in avanti, però, torniamo alle domande.
Perché l’ammissione di colpevolezza di Wander ne rende alcune inevitabili.
Quanto conosceva Blazquez del modo in cui 777 finanziava la propria espansione calcistica?
Quando ha capito che la situazione della casa madre era diventata irreversibile?
E, soprattutto, cosa è successo dopo?
Perché c’è un altro passaggio sul quale negli ultimi mesi si sono costruite parecchie narrazioni. Blazquez è stato accusato anche qui di avere lavorato nel torbido, di avere in qualche modo ostacolato il lavoro di Moelis e perfino impedito all’advisor di trovare soluzioni proprietarie migliori di quella rappresentata da Dan Șucu.
Io, nei documenti e nelle dichiarazioni pubbliche che conosco, questa storia non la trovo.
Trovo invece Zangrillo che nell’autunno del 2024 parla di Moelis come advisor incaricato di cercare una soluzione e descrive sé stesso e Blazquez impegnati insieme a traghettare il Genoa fuori da quella situazione.
Trovo poi l’aumento di capitale, l’arrivo di Șucu e il tentativo di A-Cap di contestare quell’operazione.
E trovo infine che, quando quelle contestazioni nei confronti di Blazquez sono arrivate davanti alla magistratura italiana, il procedimento è stato archiviato.
Questo non risponde alla domanda su cosa sapesse di Wander.
Ma dovrebbe almeno suggerirci una certa cautela prima di trasformare qualsiasi cosa non conosciamo in una prova di ciò che abbiamo già deciso di pensare.
Io continuerò quindi a tenere insieme due convinzioni che non trovo affatto incompatibili.
La prima è che Blazquez debba spiegare, prima o poi, quale fosse realmente il suo livello di conoscenza del sistema 777. Dopo ciò che Wander ha ammesso, non sarebbe una domanda maliziosa: sarebbe semplicemente una domanda dovuta.
E ne aggiungerei una a Șucu: quale due diligence sia stata effettuata su Andrés Blazquez prima di decidere di confermarlo alla guida del Genoa e quale grado di sicurezza avesse la nuova proprietà che il suo precedente ruolo in 777 non potesse rappresentare un problema, reputazionale o giudiziario, per il Club.
La seconda è che il giudizio sul lavoro svolto da Blazquez al Genoa debba essere costruito su quello che è successo al Genoa.
E lì, almeno fino a oggi, continuo a vedere un manager arrivato insieme a 777 che, quando 777 è precipitata, non ha lasciato che precipitasse anche il Genoa.
Forse per senso di responsabilità. Certamente anche per ambizione personale.
Probabilmente per entrambe le cose, ma soprattutto perché il Genoa rappresentava la possibilità concreta di emancipare la propria storia professionale da quella di 777.
D’altronde i matrimoni funzionano davvero quando l’interesse è reciproco.