Guardando i report CIES - molto interessanti e da monitorare nel tempo - non si può trarre da soli un giudizio sulla nuova società. Il cambio tra la gestione precedente e la nuova - la frattura tra i fondi e le esigenze conseguenti - è chiaro confrontando il mercato 2024/25 e quello del 2025/26.
Nella stagione 2024/25 il Genoa registra circa 45,45 milioni di entrate, 34,90 milioni di uscite e quindi un saldo di +10,55 milioni.
Nella stagione 2025/26 il profilo stagionale consultato mostra un saldo p pesantissimo, pari a +51,50 milioni.
Aggregando le due annate, il bilancio del biennio supera quindi i 50 milioni positivi. Da considerare, per il vero, Østigard e Colombo poi riscattati in detrazione.
Le due stagioni consecutive in attivo sul mercato testimoniano l’enorme lavoro e gli investimenti fatti quando si è investito. E nonostante la necessità di sopravvivenza - e la scarsa disponibilità a immettere cifre importanti da parte di Suçu - le cose sono state fatte con criterio.
Questo saldo non nasce da operazioni sparse e casuali, ma da linee di valore molto leggibili. Nel 2024/25 il peso delle entrate viene soprattutto da Retegui, Josep Martínez e dal prestito oneroso di Gudmundsson; nel 2025/26 il grosso arriva da De Winter, Ahanor e ancora Gudmundsson.
Il Genoa ha generato cassa attraverso tre canali distinti e intelligenti — valorizzazione di un acquisto, monetizzazione di un top asset esploso tecnicamente, e valorizzazione di un prodotto interno. Questo è il contrario della gestione casuale.
Ma testimonia purtroppo la necessità di disinvestire e sostenersi depauperando il patrimonio tecnico invece di costruirlo rapidamente come era stato fatto nei due anni precedenti (ricordiamo anche Dragusin).
Nel report sull’utilizzo degli Under 21, il Genoa figura con 14 U21 impiegati, ma con appena il 3,9% dei minuti di campionato affidati a quella fascia d’età. Questo dato dice una cosa precisa: oggi il modello Genoa non si fonda ancora su un utilizzo massiccio e strutturale dei giovanissimi in prima squadra.
Ma sarebbe sbagliato trasformare questo numero in una bocciatura del vivaio. Anzi, qui bisogna correggere il tiro. Perché una cosa è il minutaggio U21, un’altra è la produzione interna. E gli esempi recenti dicono che la filiera interna del Genoa esiste eccome: Masini, Marcandalli, Ekhator, Ahanor, Venturino, Fini non sono suggestioni, ma segnali concreti di una pipeline che ha già prodotto presenze in Serie A, convocazioni nelle nazionali giovanili e almeno un caso di monetizzazione rilevante come Ahanor. Inoltre, il Genoa ha rivendicato ufficialmente di essere stato, nelle prime 12 giornate della Serie A 2024/25, il club con più giocatori cresciuti nel proprio vivaio impiegati in campionato.
Quindi la lettura corretta non è che il Genoa abbia un vivaio credibile.
Il Genoa sta ricostruendo una filiera interna credibile, ma non l’ha ancora trasformata in un pilastro quantitativamente dominante del modello sportivo. C’è una differenza enorme tra non produrre nulla e produrre giovani che però, per ora, non assorbono ancora una quota alta e strutturale di minuti, responsabilità e peso economico nel sistema.
La società sta lavorando meglio di quelle che l’hanno preceduta, tanto più considerando il fallimento assorbito da parte dei fondi. Questo è fuori discussione, simpatico o meno il CEO.
La vera domanda è se riuscirà a compiere l’ultimo salto: trasformare una buona gestione del portafoglio-calciatori in un modello più strutturale, in cui scouting, valorizzazione e vivaio diventino un unico sistema e non tre compartimenti separati. Perché vendere bene è una qualità.
Costruire un metodo che ti renda meno dipendente dalle cessioni pesanti è un’altra cosa. Ed è lì che si misura davvero la maturità di un club.
Il punto non è più capire se sa creare valore. Il punto è capire se saprà trasformare quel valore in un modello meno dipendente dal sacrificio periodico dei pezzi migliori.