Siamo nel pieno di quella stagione ibrida in cui il mercato italiano aspetta, come d’uso da lustri, che Albione e l’Europa di secondo e terzo livello decidano quali scarti lasciare alla provincia. Forse vale la pena occuparci del Genoa senza mettere per forza al centro il terzino di riserva.
La domanda sulla natura della collaborazione tra Blazquez e Sucu sarebbe una domanda che un ambiente normale, uno in cui le considerazioni più interessanti sul Genoa non arrivassero dal buon Sasà Soviero, dovrebbe avere interesse a chiarire.
Blazquez è semplicemente un dirigente rimasto al suo posto perché conosce la macchina, i debiti, i contratti, i cadaveri negli armadi e le curve del piano di risanamento? Benissimo.
Oppure è qualcosa di più: l’uomo che ha costruito il ponte tra il fallimento di 777 e il nuovo corso Sucu, vendendo all’imprenditore rumeno una versione rivisitata del vecchio progetto? Non più la galassia multiproprietaria dei fenomeni di Miami, ma una cosa più semplice: comprare un club storico in difficoltà, ripulirlo, ristrutturarlo, valorizzarlo e, domani, magari rivenderlo meglio.
Il calcio moderno è pieno di investitori che comprano asset depressi, li sistemano e poi valutano l’uscita. Il punto non è scandalizzarsi perché qualcuno potrebbe voler guadagnare dal Genoa. Il punto è sapere se il Genoa viene gestito per costruire valore sportivo durevole o solo valore di rivendita.
Sono due strade che possono coincidere per un po’. Poi, prima o dopo, divergono.
Perché se costruisci davvero, investi su infrastrutture, stadio, settore giovanile, ricavi ricorrenti, area tecnica, identità sportiva, continuità. Se invece prepari solo la rivendita, sistemi i numeri, abbassi il rischio, comprimi i costi, vendi bene i pezzi buoni e rendi il pacchetto più presentabile al prossimo giro. Non è la stessa cosa.
E allora sarebbe utile capire che ruolo abbia Blazquez in tutto questo. Dipendente? Manager? Regista operativo? Socio di fatto? Garante della continuità? Uomo necessario perché conosce la palude da cui si sta uscendo?
La risposta può essere tranquillissima, ma se non la dai, la gente se la inventa. Magari non è nemmeno un grande problema, purtroppo, in un ambiente anestetizzato che per quindici anni ha assistito quasi silente, e spesso pure gaudente, alla demolizione della propria identità. Quindici anni infiniti in cui suonavano quasi solo menestrelli e baciaculi, con pochissimi echi stonati, alcolizzati e livorosi.
Comunque, nonostante tutto, anche qui la gente la risposta se la inventa. E di solito non sceglie quella più benevola.
Perché Sucu è un imprenditore certamente solido, credibile nel suo mondo, ma non esattamente il fondo sovrano del Qatar, non il magnate americano da copertina, non il gruppo industriale da miliardi liquidi pronti sul tavolo.
La risposta possibile è persino banale: perché il Genoa, in quel momento, non era un gioiello in vetrina. Era un club storico, sì, ma dentro una situazione complicatissima, con debiti ancora enormi, contenziosi, vincoli, necessità di capitale, A-CAP sullo sfondo, 777 in macerie, un piano di risanamento da tenere in piedi e un equilibrio sportivo da non far saltare.
Il grande investitore “più forte”, quello che piace evocare al bar, magari davanti a un dossier del genere si alza e dice: grazie, richiamatemi quando avete finito di litigare.
Sucu invece è entrato.
Ma proprio perché è entrato in una situazione così, dovrebbe spiegare meglio cosa vuole farne. Non con le frasi da comunicato: stabilità, ambizione, storia, tifosi, futuro. Grazie, quelle le sappiamo scrivere tutti, anche dopo due spritz Campari.
Servirebbe capire il “progetto”… e Dio solo sa quanto odio questa parola.
Il Genoa è un investimento industriale di medio periodo? Un turnaround? Una piattaforma sportiva tra Italia e Romania? Un club da risanare e rivendere? Una società da portare stabilmente nella parte sinistra della classifica? Un asset da rendere appetibile a un soggetto più forte?
Non sono dettagli.
E poi c’è A-CAP.
Qui bisogna essere onesti: finora, nei passaggi giudiziari più rilevanti, il Genoa ha incassato decisioni favorevoli. I ricorsi contro l’aumento di capitale non hanno ribaltato l’operazione. La società ha retto. Blazquez, sul fronte penale, ha incassato un’archiviazione. Avete vinto… e allora?
Se la società si sente così forte, perché non chiudere definitivamente il tema anche sul piano societario? Perché non procedere con un nuovo aumento di capitale, diluire ulteriormente A-CAP e consolidare ancora di più il piano di risanamento?
La risposta può essere tecnica. Può essere prudenziale. Può essere legale. Può essere negoziale. Può essere che non convenga aprire un altro fronte mentre il merito civile non è ancora completamente chiuso. Può essere che non serva, perché il controllo è già saldamente in mano a Sucu. Può essere che prima si voglia completare ciò che è già stato deliberato e versato. Può essere che non si voglia trasformare ogni delibera in un nuovo Vietnam giudiziario.
Tutto comprensibile. Ma anche qui: ditelo. E ai sedicenti giornalisti: chiedetelo, invece di menare il belino con Blessin e con i dibattiti su Leali buon secondo portiere, o sul fatto che fosse meglio dare tre milioni netti a Pinamonti invece di ottocentomila a Colombo. Lo capiamo da soli, porca di quella stramaledetta troia. A quelle ci pensiamo con Acarino.
Non nei dettagli riservati, non svelando la strategia processuale, non facendo il tutorial di diritto societario agli avvocati di controparte. Basta una linea: “la società ritiene oggi adeguato l’attuale assetto patrimoniale”, oppure “ulteriori interventi saranno valutati in funzione del piano”, oppure “non intendiamo alimentare contenziosi non necessari”, oppure “il socio conferma la disponibilità a supportare il club quando e se sarà utile”.
Una frase seria.
Perché il punto è sempre lo stesso: il Genoa non deve raccontare tutto, ma deve smettere di lasciare che tutto rimanga nel limbo.
Sul mercato possiamo anche aspettare. Siamo in Italia, provincia remota di Albione: prima comprano gli inglesi, poi scelgono gli altri ricchi, poi si muovono i club europei, poi arrivano gli italiani con le formule creative, i prestiti, i riscatti, gli obblighi mascherati, i pagherò, le contropartite e il santino del procuratore.
Il nostro mercato arriverà quando arriverà. E sarà inevitabilmente figlio dei vincoli, delle cessioni, delle occasioni e degli incastri. Ma la stagione del Genoa non può ridursi all’attesa dello scarto giusto, perché oggi le domande vere sono altre: chi esercita davvero il potere interno, perché Blazquez è ancora così centrale, che rapporto c’è tra lui e Sucu, se Sucu sia il proprietario che costruisce o quello che sistema, quanto vuole durare questo ciclo e perché A-CAP, pur sconfitta più volte sul piano giudiziario, resti ancora una presenza societaria non irrilevante.
Allo stesso modo, il Genoa dovrebbe chiarire se il piano di risanamento sia una strada verso la crescita o soltanto una preparazione alla vendita. Poi, naturalmente, ognuno si farà la propria idea. Ma almeno ce la faremo su elementi veri, non sui vuoti.
Perché il silenzio, in una fase normale, può anche essere stile. In una fase come questa rischia di sembrare paura. E il Genoa, dopo tutto quello che ha passato, non ha bisogno di paura: ha bisogno di chiarezza. Anche scomoda. Soprattutto scomoda.
Perché non meritiamo di dover investigare le vostre strategie nella nota integrativa del bilancio. Anche perché, di prendermi botte di kommercialisten, mi sarei pure rotto il belino.