Sentiamo proclami, leggiamo comunicati, vediamo un marketing sempre più roboante, superlativo, quasi trionfale. L’esaltazione dei tifosi, della passione, della media spettatori ancora in crescita, degli abbonamenti da record per il terzo anno consecutivo.
Tutto bellissimo. Tutto vero. Ma la società?
Cosa fa davvero la società Genoa? Me lo chiedo perché, al momento, resta un mistero. Tolta qualche apparizione nei Paesi arabi per promuovere il settore giovanile e poco altro, il progetto sportivo continua a essere avvolto nella nebbia.
Se l’obiettivo è davvero alzare l’asticella, passare dai 41 punti a una quota più ambiziosa, diciamo 50, allora servono investimenti veri. Non slogan. Non frasi da conferenza stampa. Servirebbero almeno 50 milioni tra mercato e gestione corrente, soprattutto per ridurre al minimo la necessità di vendere giocatori solo per fare cassa.
Perché l’andamento degli ultimi anni, diciamolo chiaramente, è pericoloso. Facciamo sempre meno punti, vendiamo tutto quello che può generare plusvalenza e prendiamo giocatori nella speranza che esplodano in fretta, possibilmente abbastanza in fretta da poterli rivendere subito. E spesso nemmeno a cifre alte. Il caso Retegui, da questo punto di vista, mi sembra abbastanza eloquente.
Se anche questo campionato dovesse trasformarsi nell’ennesima corsa a cedere tutti i cedibili, compresi magari i ragazzi della Primavera, per chiudere il mercato con un saldo positivo e poi provare a sfangarla con prestiti, scommesse e miracoli tecnici, allora non sarebbe cambiato nulla rispetto agli anni passati.
E il problema è che questa volta il rischio lo paga tutta la squadra. Perché scendere sotto quota 41 punti, in Serie A, significa entrare in una zona pericolosissima. Significa guardare la retrocessione non più come un incubo remoto, ma come una possibilità concreta.
E non voglio nemmeno aprire il capitolo prezzi. Biglietti cari, abbonamenti cari, per assistere spesso a partite povere di qualità, dentro uno stadio che avrebbe bisogno di interventi seri da anni.
Sabato parlavo con un amico. Mi diceva che già gli manca lo stadio. E lo capisco, perché manca anche a me. Però mi sono chiesto: che cosa mi manca davvero?
Mi mancano gli amici di gradinata. Il casino che facciamo. Le chiacchiere prima, durante e dopo la partita. Mi manca quel pezzo di vita che il Genoa rappresenta. Ma se parliamo di emozioni sportive, negli ultimi anni sono state poche. Le delusioni, invece, tante.
Io vivo tra Liguria e Toscana, a poche centinaia di metri dal confine. Per me salire a Genova è sempre una piccola trasferta. Solo lo spostamento mi costa circa 50 euro. Poi ci sono due abbonamenti, il mangiare, il tempo, la fatica. E credo che io, come tutti i trentamila che vanno allo stadio e quelli che seguono la squadra appena possono anche in trasferta, il nostro lo stiamo facendo. E lo stiamo facendo abbondantemente.
La domanda è: la società sta facendo altrettanto?
Perché il punto è questo. I tifosi ci sono. La passione c’è. Il popolo genoano continua a rispondere presente, anche quando il campo offre più amarezze che gioie.
Ma la società non parla. Non spiega. Non chiarisce. Non si assume fino in fondo il compito di raccontare dove vuole portare il Genoa.
Ed è questa, oggi, la parte più inquietante del magico mondo rossoblù: non la sofferenza, a quella siamo abituati. Ma il silenzio. Il vuoto. La sensazione che mentre i tifosi riempiono lo stadio, nessuno stia davvero spiegando quale sia la strada.