Palloni. Mugugni, lamenti e amnesie: date subito a Conte il “Piagnone d’Oro”
Non esiste ma bisognerebbe inventarlo. Un nuovo premio. Dopo il “Pallone d’Oro, il “Piagnone d’Oro”. Con tanto di statuetta – che so: un salice piangente – da consegnare alla carriera, per meriti acquisiti, ad Antonio Conte, il tecnico del Napoli campione d’Italia in carica. Che come allenatore è un unicum: qualunque club alleni, in qualunque campionato si trovi, qualunque risultato ottenga, dopo ogni partita si presenta ai microfoni delle tv gemendo, frignando e singhiozzando.
Come ieri al fischio finale di Bologna-Napoli 2-0. “Non c’è più voglia di combattere. Non si possono fare trapianti di cuore, ma non mi va di accompagnare un morto: è giusto che il club lo sappia”, ha piagnucolato Conte scaricando la colpa degli ultimi flop sui giocatori. Se Freud fosse ancora tra noi, tra i suoi casi clinici dopo l’uomo dei topi e l’uomo dei lupi troverebbe spazio anche per l’uomo dei coccodrilli, anzi delle lacrime di coccodrillo: il caso di Antonio Conte da Lecce. L’uomo che brontola sempre, che si lamenta sempre, che geme sempre, che piange sempre.
Chissà, forse l’errore di Conte è stato quello di scegliere, una volta appese le scarpe al chiodo, la carriera di allenatore: che per lui è al contempo croce e delizia. Il debutto avviene ad Arezzo nel 2007 e sono subito pianti. Pianti conditi da accuse, e da accuse infamanti. L’Arezzo retrocede infatti in C all’ultima giornata dopo che la Juventus, in B per lo scandalo di Calciopoli, si fa battere 3-2 dallo Spezia (che si salva) a Torino. Conte è una furia, lancia accuse nemmeno velate, adombra sospetti di combine. Col muso lungo si trasferisce a Bari: dove arriverà addirittura a prendersela con se stesso (“Sono un coglione” ripeterà ai magistrati che lo interrogano nell’inchiesta sullo scandalo del calcio-scommesse) per non essersi accorto che i giocatori gli vendevano, perdendole, la partite sotto il naso a cominciare dal suo uomo di fiducia Stellini. Dall’ingrata Bari Conte si trasferisce a Bergamo, ma l’empatia coi dirigenti dell’Atalanta non scatta: al punto che in un’intercettazione di un’inchiesta sugli ultrà malavitosi viene sorpreso a solidarizzare col capo curva Galimberti detto Bocia, pregiudicato, “sputtandando la società” (il virgolettato è degli inquirenti).
Finito a piatti in faccia anche il matrimonio con l’Atalanta, Conte ripara a Siena dove non solo si scontra coi giornalisti troppo critici (“Se andiamo in A nessuno salga su quel cazzo di carro”), ma s’imbatte in una squadra che ancora una volta gli vende le partite sotto il naso senza che lui, poverino, si accorga di nulla. A dire il vero i magistrati pensano che lui sapesse tutto: tant’è che lo squalificano per 10 mesi poi ridotti a 4. “È agghiaggiande!” urla disperato Conte in una memorabile conferenza-stampa che gli varrà un’imitazione di Crozza. Al suo fianco c’è Andrea Agnelli che nel frattempo lo ha portato alla Juventus da cui Conte divorzierà con una piazzata passata alla storia: “Con 10 euro non si mangia in un ristorante da 100 euro”, urla sbattendo la porta critico verso il mercato al risparmio di Madama. Va al Chelsea e finisce portando in tribunale Roman Abramovich. Viene all’Inter e se ne va schifato chiedendo e ottenendo una buonuscita da Marotta. Va al Tottenham e gioca la parte del grande incompreso. Viene al Napoli e riesce nell’impresa di andare a piangere in tv perchè la società gli ha acquistato “troppi giocatori”, addirittura 9, creandogli gravi problemi di lavoro. L’anno prima piangeva perchè la rosa era troppo risicata.
France Football inventò il “Pallone d’Oro”. Chi si fa avanti per il “Piagnone d’Oro”?
Paolo Ziliani Fq.
ps: Finalmente uno che la vede come me da anni.
Aspetto l'esonero o l'ennesima risoluzione del contratto.
Via sto buffone da Napoli!
Ianna