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Amedspor, la sfida curda al calcio turco sbarca in serie A
Süper Lig Storica prima promozione in Süper Lig per il club di Diyarbakir. Vittoria anche politica, per chi si vede negata la propria identità:
Il triplice fischio dell’arbitro Bülent Demirlek, udito in quel piccolo stadio nella città di Igdir, è stato l’inizio di una nuova epoca. La squadra dell’Amedspor, per la prima volta nella sua storia, è stata promossa nella massima serie del calcio in Turchia. La partita, giocata in casa dell’Igdir FK e conclusasi 3-3, ha dato il via alla grande festa di una nazione intera.
LA PROMOZIONE dell’Amedspor in Süper Lig non è solo un traguardo sportivo. È un atto politico, una vittoria simbolica per buona parte delle persone curdofone che vivono in Turchia, e non solo. Si tratta di un segnale che anche nelle maglie strette dell’autoritarismo, lo sport può diventare uno spazio di rivendicazione identitaria. In un paese dove il nome “Amed”, il nome curdo di Diyarbakır, è stato a lungo vietato, vedere in serie A la squadra che si chiama così è una conferma che la resistenza, anche quella calcistica, paga.
L’Amedspor non è una squadra qualsiasi. Fondata nel 1972, ha sempre rappresentato la voce di una città che ha subito diverse ondate di repressione. Il nome stesso, “Amed”, è un affronto per chi ha tentato di cancellare la lingua curda. La promozione in Süper Lig arriva dopo anni di lotte, anche burocratiche: nel 2016, la squadra fu costretta a cambiare nome in “Diyarbakırspor” per evitare sanzioni, ma i tifosi hanno sempre continuato a chiamarla con il suo vero nome.
La storia dell’Amedspor è segnata da una serie ininterrotta di episodi di violenza e razzismo. Già nel 2016, durante una partita contro l’Ankaragücü, i giocatori subirono insulti razzisti e al termine della gara alcuni dirigenti furono aggrediti con spranghe e scaraventati giù dalla tribuna. Questa tendenza è proseguita negli anni successivi: nel 2023, dopo il derby contro il Diyarbakır BB, i tifosi dell’Amedspor vennero bloccati allo stadio per ore con la scusa di «controlli di sicurezza», una ritorsione esplicita per i cori intonati in curdo. E mentre sui social fioccavano minacce di morte ai giocatori, la Federazione calcio turca (Tff) si limitava a multare il club per «comportamento anti-sportivo».
GLI ATTI DI INTIMIDAZIONE sono continuati anche in trasferta: nel 2025, a Bodrum, il pullman della squadra fu preso di mira con pietre e bottiglie. E nel 2026, a Balıkesir, i dirigenti furono bersaglio di insulti razzisti, mentre dalle casse dello stadio vennero diffuse canzoni nazionaliste turche come Kurtlar Vadisi, in un clima di aperta ostilità. Nonostante tutto, l’Amedspor ha chiuso la stagione 2025-26 con una promozione storica: dopo l’esonero dell’allenatore Mesut Bakkal, sostituito da Sertaç Küçükbayrak, la squadra ha ottenuto le vittorie decisiva che l’hanno portata nella massima serie.
L’Amedspor non indossa solo una maglia: i suoi colori, verde, giallo e rosso, sono quelli della bandiera del Kurdistan, un tabù in Turchia. Negli anni ’90, a Diyarbakır, addirittura i semafori furono modificati per evitare che i tre colori apparissero insieme, anche se solo per pochi secondi.
LA PARANOIA verso questi simboli emerse in modo particolare nel 2008, quando la bandiera del Senegal (gialla, rossa e verde) fu issata ad Ankara durante una visita ufficiale. La polizia, scambiandola per quella del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), fece scattare l’allarme, finché non si chiarì l’equivoco. Analogo incidente è avvenuto dopo la partita di Igdir: l’attaccante e bomber della squadra, Mbaye Diagne, voleva farsi fotografare dai giornalisti con la bandiera del suo Senegal. Subito tre poliziotti sono intervenuti sul campo con gli scudi, accerchiando il calciatore, impedendo le foto e togliendo la bandiera perché pensavano che fosse, di nuovo, quella del Pkk.
Oggi, vedere l’Amedspor in campo con quei colori è un atto di sfida politica e una vittoria su decenni di repressione. La promozione arriva in un momento delicato per il calcio turco, segnato da scandali economici, scommesse e opacità. In un campionato dominato da club storici come Galatasaray, Fenerbahçe e Besiktas, l’Amedspor – con il suo modello comunitario non basato su investimenti esteri – potrebbe portare una ventata di novità. Ma la Süper Lig è un ambiente ostile per una squadra con radici politiche così forti. Già nel 2020, la federazione aveva minacciato sanzioni per l’uso di simboli curdi, come la bandiera con il sole alato. Ora il club dovrà destreggiarsi tra regole stringenti e le aspettative di una tifoseria che vede in ogni partita un’occasione di affermazione identitaria.
IN TURCHIA, IL CALCIO non è mai solo sport, riflette tensioni sociali e politiche. L’Amedspor, prima squadra a rappresentare apertamente l’identità curda nella massima serie, è già sotto i riflettori del governo, nel timore che lo stadio diventi un palcoscenico di rivendicazioni. Ma la sua forza è proprio questa: non è solo una squadra, è un movimento. I tifosi, in maggioranza curdi, trasformano le partite in momenti politici, affrontando temi come femminicidi, scioperi, censura.
A Diyarbakır si festeggia: la sera del 2 maggio, le strade si sono riempite di bandiere verde-giallo-rosse e di canti in curdo. La vittoria ha unito i curdi in Turchia e in diaspora, dando voce a chi da anni subisce la negazione della propria lingua e identità. Per una volta, lo sport ha rotto il silenzio.
Ianna