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Ricordo bene caro kommercialisten. Fare lo slam presuppone strapotere tecnico, mentale e fisico oltre a una pianificazione specifica dell’annata che rendono l’impresa al limite del sovraumano.
Al tramonto dei rivali storici, Nole ha provato andando vicinissimo ma arrivò stremato a quella finale di NY, incontrando un Medvedev al suo massimo, sulla sua superficie, e perdette sostanzialmente per un crollo nervoso. Ricordo bene le lacrime in un cambio campo del terzo set con il pubblico yankee, storicamente difficile per Nole, che lo incitava.
Al Flushing Meadows Park, gli spettatori interagiscono e pretendono un ruolo. Posto complicato per giocare a tennis, figurarsi per un serbo scorbutico che si infiamma, zittisce e si inalbera col pubblico. Pubblico che ha storicamente eletto Roger a beniamino, tifando apertamente contro Nole nelle finali disputate contro allo svizzero e pure contro Nadal. In quel terzo set stavano finalmente con lui, in balia dello sgraziato e antipaticissimo russo. La macchina da guerra cedette.
L’anno scorso - per dire cosa sta facendo il carota - un belin di rovescio fuori di cinque centimetri sul 15-40 a Parigi ha impedito a Sinner di arrivare a New York con gli altri tre Slam in saccoccia. Anche nel caso, sarebbe stato asfaltato da Alcatraz (ciao Edo) in stato di grazia a fine anno.
Nel 1969, quando Rod Lever centrò lo Slam nell’era Open si giocava un altro sport in un’altra epoca. Attualmente ci vuole un super campione ma, nello specifico, accompagnato da una congiunzione astrale favorevole (leggasi una grandissima botta di culo).