C’era qualcuno, qui sopra, in cerca di identità. A un certo punto lesse il post di un ragazzo appena assunto nella pubblica amministrazione, e si autodefinì “2%”.
I proletari, per un uomo colto e sensibile che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia, sono il “2%”.
Questa autodefinizione è, a mio avviso, la prova della perdita di identità dell’uomo di sinistra. Per colpa della sinistra che, da almeno trent’anni, ha smarrito il suo referente storico: perdendo la classe sociale, gli operai — categoria esistente ma frammentata e popolata da fantasmi, perché l’operaio non lo vuole fare più nessuno — ma anche gli impiegati, non rappresenta più i “lavoratori”.
Extracomunitari, studenti in cerca di identità, valanghe di diplomati senza un mestiere e senza che qualcuno sia interessato a insegnarlo, perché vogliono la laurea in ingegneria per fare la segretaria. Cuochi, camerieri, bagnini, assistenti di laboratorio, praticanti, commesse, impiegati pubblici e privati, mantenuti: tutti “98%”.
Non più classe, ma “cittadini”. Nel tentativo di parlare a tutti, la sinistra ha finito per perdere gli interlocutori.
Il lavoro, che un tempo era il perno della giustizia sociale, oggi è frammentato, precario, disintermediato. Ma invece di ricostruirne la forma, la sinistra ha scelto (?) di inseguire il “popolo” — un concetto ambiguo, instabile, semanticamente fertile per le destre.
Lo intuiva quarant’anni fa Bettino Craxi, con tutti i difetti un gigante — se parliamo di politica — e un uomo di sinistra se confrontato ai Renzi, Calenda, Boschi, Franceschini, etc. etc. etc. che ci propinano attualmente. Scriveva:
“La sinistra parla di popolo, ma non lo incontra. La gente, invece, è lì, e non la vede.”
Per lui, la sinistra aveva sostituito la rappresentanza con la narrazione, la mediazione con la retorica. Smesso di ascoltare la gente e ha iniziato a evocare il popolo. Ma il popolo, se non è radicato nella realtà sociale, diventa una maschera: può essere usato da chiunque, anche dalla destra, per giustificare qualsiasi progetto.
Nel rincorrere il popolo, la sinistra ha abbandonato il terreno del lavoro e si è spostata su quello dell’identità, dove la destra è più rapida, più aggressiva, più efficace. Non solo intercetta il rancore, ma lo trasforma in narrazione. Non solo promette protezione, ma ruba le parole della sinistra e le rovescia: sicurezza diventa ordine, inclusione diventa gerarchia, lavoro diventa appartenenza.
La sinistra, che voleva includere, si ritrova esclusa. Non perché le sue proposte siano sbagliate, ma perché non ha più il soggetto a cui rivolgerle. Ha smesso di costruire alleanze e ha iniziato a distribuire slogan. Ha smesso di rappresentare il lavoro e ha iniziato a gestire il disagio. Ha smesso di essere una visione e ha iniziato a essere una funzione. E quando la politica smette di essere conflitto, la democrazia smette di essere viva.
La destra non sta vincendo perché è più forte, ma perché la sinistra ha lasciato il campo. Ha ceduto il linguaggio, ha ceduto il radicamento, ha ceduto il soggetto. E ora, nel vuoto che si è creato, non resta che una sinistra che vorrebbe parlare a tutti, ma non rappresenta nessuno.