MAU69 Il mio parere è che la nostra democrazia, quella italiana ancor di più, è una finta democrazia. Se dopo migliaia di anni siamo ancora ad inseguire giustizia, equità, benessere vuol dire che tanto funzionale non è a meno che parlino due che hanno un bel conto in banca.
Ciao Maurizio… mi parli della democrazia…
Io non ti parlerò della guerra in Ucraina, né del Medio Oriente, né delle elezioni americane o delle piazze europee. Non perché siano irrilevanti, ma perché discutere solo degli effetti rischia di farci ignorare le cause. Come quando scriviamo che Colombo è il problema del Genoa di quest’anno.
Accapigliarsi sui sintomi è il modo migliore per non vedere la malattia. E la malattia è sistemica.
È la crisi della democrazia liberale, che non nasce oggi e non finirà domani. È il logoramento di un modello che ha smesso di interrogarsi, di evolvere, di sedurre. Un modello che ha vinto la guerra fredda e poi ha gettato la maschera. Che ha confuso il trionfo con la fine della storia, e ora scopre che la storia è tornata. Più feroce, più rapida, più adattiva.
E la democrazia, lenta e stanca, non riesce più a starle dietro. Dopo il 1989, il capitalismo globale ha accelerato, la democrazia ha rallentato. La finanza ha sostituito il lavoro, la politica ha smesso di decidere e ha iniziato a gestire. Spazi sempre più limitati come le risorse disponibili da quando hanno lasciato fallire gli Stati come fossero piccole aziende decotte… senza rendersi conto di cosa rappresentava la cosa nella testa e nella pancia delle persone. La fine della narrazione del benessere.
Il potere appartiene a chi ha la forza e sa raccontare una storia convincente, ma la democrazia ha perso il filo del racconto. La crisi del 2008 ha mostrato che il sistema non è né equo né stabile, ma invece di cambiare rotta la democrazia liberale ha scelto la continuità, ha salvato le banche, non le persone, ha difeso il sistema, non il patto. Ha difeso i diritti civili ma ignorato la giustizia sociale, ha celebrato la diversità ma accettato la precarietà, ha lasciato campo libero alla destra identitaria.
Il populismo non è un errore, è una funzione. Non nasce dal nulla, nasce dal vuoto lasciato dalla democrazia. Non è ignoranza, è una metafisica come scrive Ronchi - con il quale non concordi del tutto ma ha proposto un’analisi lucidissima sulle basi teoriche del populismo che viene venduto come becero e inconcludente ma si ripropone dopo nemmeno un secolo. Non si nutre di verità ma di volontà. Il “vero” è sostituito dal “mi piace”, e se ti dimostro che quello che ti piace è una cazzata, ti sto fregando, non ti sto convincendo.
I nuovi media non informano, attivano. Parlano agli istinti e stimolano il cervello come diceva benissimo il Taliban. Creano bolle, non comunità. La democrazia liberale, fondata sul pensiero critico, viene aggirata. Il ritorno del fanatismo religioso da cui siamo partiti, contesta l’illuminismo e ci stupiamo del negazionismo di chi parla di vaccini o di cambiamento climatico con la terza elementare. I premi Nobel messi in discussione dai commenti social e il presidente degli Stati Uniti che cita i versetti della Bibbia. Divorziati e puttanieri, con il rosario in mano, che ambiscono a entrare a casa tua e guardare sotto le coperte o in clinica a decidere della tua vita.
Il capitalismo democratico è finito. Resta il capitalismo, ma senza democrazia. E il futuro sarà fatto di regimi post-democratici, dove il voto resta ma il potere si dissolve. Le autocrazie non hanno solo stivali e manganelli, ma hanno anche app, influencer, soft power. Con i gestori degli algoritmi, capaci insieme di fatturare più dell’Europa intera, schierati in prima fila a celebrare il discorso di insediamento… ma non erano woke?
Conservano le forme democratiche ma ne cancellano la sostanza. Promettono ordine, identità, protezione. E lo fanno meglio. La democrazia non si salva con nostalgia, serve una nuova visione, servirebbe un sistema che decida senza tradirsi.
Altrimenti le autocrazie non vinceranno perché sono più forti, vinceranno perché la democrazia avrà smesso di provarci. E nessuno combatterà per qualcosa che non sa più perché esiste. Molti pensano che il periodo più florido per le democrazie sia stato il secondo dopoguerra, quando l’Occidente ha conosciuto crescita, benessere, stabilità.
Ma quella stagione non fu il trionfo della democrazia: fu il compromesso tra democrazia e capitalismo, sotto l’ombrello della guerra fredda e dell’esercito americano. Fu l’eccezione, non la regola. La democrazia non prosperò perché il capitalismo era giusto, ma perché era regolato, contenuto, costretto a negoziare. Quando quel compromesso è saltato, la democrazia ha perso il suo alleato e ha scoperto che il capitalismo, da solo, non la protegge. La crescita non basta. Il benessere non si diffonde più e la ricchezza si concentra.
Senza giustizia, senza visione, senza pensiero critico, la democrazia diventa una procedura vuota. E oggi, mentre il capitalismo si adatta - se ne fotte della democrazia e attende nuove garanzie altrove - e le autocrazie si rafforzano, la democrazia rischia di essere ricordata non per ciò che ha promesso, ma per ciò che ha smesso di difendere.
“Il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere. In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” — (Cit. Antonio Gramsci)