layos Il mondo evolve, i reazionari annaspano, anche se vincono le elezioni. Ma l'unico modo che hanno per vincere le elezioni è gidare "dagli al negro".
Ciao Layos, sono d’accordo. Voto a sinistra. Ma dovrei stargli sui coglioni.
Ho studiato, guadagno bene, sono sulla la mezza età… e mezzo. Vivo in una città dove si può parlare di diritti civili senza dover lottare per il pane. Voto a sinistra, da sempre.
E la (cosiddetta) sinistra, da un po’, vota me.
Mi tiene stretto. Mi rassicura. Mi parla con parole che conosco: inclusione, autodeterminazione, transizione ecologica, Europa. Mi offre un linguaggio che mi è familiare, una visione del mondo che non mi costringe a cambiare troppo. Mi permette di essere progressista senza rischiare. Di essere impegnato senza compromettere. Di essere dalla parte giusta senza sporcarmi.
E intanto ha perso la gente che vorrebbe cambiare davvero. Quella che non ha tempo per i seminari, né pazienza per i blog e le lezioni degli editoriali forbiti. Quella che non può permettersi di difendere i diritti civili perché non ha ancora ottenuto quelli sociali. Quella che non chiede riconoscimento, ma reddito. Non inclusione, ma giustizia. Non rappresentanza, ma riscatto.
La sinistra si tiene me. E ha smesso di parlare a loro.
Non è una questione di colpa. È una questione di struttura. La sinistra ha smesso di nominare il lavoro, il salario, la casa, la scuola pubblica, la sanità universale. Ha smesso di dire “noi” e ha cominciato a dire “voi”. Ha sostituito la lotta di classe con la lotta per l’identità. Ha trasformato il conflitto sociale in una narrazione morale. E io, che posso permettermi di ascoltarla, mi ci ritrovo.
Ma chi non può permetterselo, dovrebbe avermi sui coglioni.
Perché io posso difendere i diritti civili senza pagare il prezzo. Posso indignarmi con eleganza, scrivere con misura, firmare appelli senza perdere il lavoro. Posso essere progressista senza essere precario. Posso essere inclusivo senza essere escluso. Posso essere dalla parte giusta senza essere dalla parte debole.
E loro, che sono dalla parte debole, ci guardano. Ci giudicano. Ci ignorano. Votano altrove. O non votano affatto.
La sinistra, intanto, si consola con noi. Con quelli che hanno paura delle destre, ma non della bolletta. Con quelli che difendono i diritti, ma non la redistribuzione. Con quelli che parlano di futuro, ma vivono già in un presente accettabile.
E noi, per rassicurarci, pensiamo ciclicamente “è il momento di Monti, Draghi, Cottarelli”. Sobrietà istituzionale, competenza da manuale, benvoluti dai mercati che custodiscono il nostro gruzzoletto. Rassicuranti, certo. Ma solo per chi ha da perdere. Per chi ha ancora tutto da guadagnare, sono l’equivalente politico di una dieta ferrea ma indigesta. Da sputare in faccia a chi la propina con aria di superiorità. Perché non è cibo, è punizione travestita da responsabilità.
E io, che vado a oltranza per nostalgia, mi rifugio nel ricordo degli anni ’70 e ’80. Quando la sinistra parlava di lavoro, di fabbriche, di operai, di scuola, di casa, di riscatto. Quando Berlinguer poteva dire che l’austerità era una scelta etica e politica, e non sembrava un alieno. Quando Gramsci ci insegnava che l’egemonia si costruisce parlando al popolo, non solo alle élite culturali. Quando Marx non era una citazione ironica, ma una chiave per leggere il mondo.
Oggi, quella sinistra non c’è più. Quella posticcia la voto, ma parla solo a me. E io, se voglio davvero essere di sinistra, dovrei accettare di non essere al centro. Di non essere il destinatario. Di non essere il metro.
Riconquistare le classi lavoratrici non significa rinunciare ai diritti civili. Significa radicarli nella giustizia sociale. Significa dire che il diritto all’identità è inseparabile dal diritto al reddito, alla casa, alla dignità. Significa tornare a essere forza di trasformazione, non solo di testimonianza. Significa riconoscerle queste benedette classi lavoratrici, se nelle fabbriche gli italiani sono ormai cinquantenni, accompagnati da operai stranieri che sono l’ultima speranza di aver pagata la pensione e invece collettano voti per le destre. Votate dagli ultimi operai rimasti.
La sinistra non ci ha perso. Ci ha scelto. Ma se vuole tornare a essere sinistra, deve smettere di rassicurare chi ha qualcosa da perdere. E tornare a rappresentare chi non ha niente da difendere.