IL BAN
Il divieto di ingresso imposto dagli Stati Uniti a Thierry Breton e ad altri europei è molto più di un atto diplomatico. Il gesto si allinea alla logica comunicativa che le destre hanno imposto nel dibattito pubblico: trasformare la regolazione in censura, la competenza in arroganza, la complessità in minaccia. È lo stesso dispositivo che si ripete quotidianamente da quindici anni in tutto il mondo occidentale: la politica ridotta a simbolo, il consenso costruito sulla paura, l’argomentazione svuotata e sostituita da slogan.
Le destre hanno affinato l’arte di evocare immagini elementari – il confine, la sicurezza, la famiglia, il crocifisso e il presepe – e di caricarle di paure. Non serve spiegare, basta agitare. “Porti chiusi”, “prima gli italiani”, “difendere i confini” “difendere l’identità”: formule che prescindono dal contenuto, ma che funzionano come sacramenti di appartenenza. La paura diventa collante, la semplificazione diventa arma, la dignità imposta a pozioni becere che, invece di essere riconosciute come tossiche, vengono elevate a verità rispettabili. Protettive.
Il successo è clamoroso: Brexit, Cambridge Analytica, Trump, Vox, FDI, AFD, FPÖ…
Il tutto è - anche - figlio del fenomeno internet, con le sue tecniche commerciali che hanno trasformato la manipolazione in routine quotidiana pronta per essere esportata in politica. Non si tratta solo di propaganda, ma di architettura digitale: interfacce progettate per orientare le scelte, percorsi che rendono facile accettare e difficile rifiutare, pulsanti che seducono e opzioni che si nascondono. I dark pattern sono la grammatica invisibile di questa manipolazione: la conferma forzata, l’opt-out nascosto, la scarsità artificiale, il consenso estorto. Tecniche nate per massimizzare il profitto delle piattaforme diventano strumenti politici quando vengono applicate alla costruzione del consenso. Così come l’utente clicca “accetta” senza pensarci, il cittadino aderisce allo slogan senza interrogarsi. La logica commerciale diventa logica politica: ridurre la decisione a gesto, trasformare la deliberazione in automatismo, sostituire l’argomentazione con l’intenzione.
Il ban americano agli esponenti europei, contestando proprio la regolazione dei dark pattern, mostra quanto la battaglia sia culturale prima che normativa. L’Europa prova a vietare la manipolazione invisibile, gli Stati Uniti la difendono come libertà di parola e di impresa. In mezzo, la politica che ha imparato a usare la stessa estetica: slogan come pulsanti, paure come pop-up, appartenenza come interfaccia.
A rendere questa onda ancora più potente è l’incapacità della sinistra di opporsi. Non perché manchi di strumenti, ma perché appare come traditrice del popolo: difende un “capitalismo buono” che non esiste, un compromesso che il capitale non riconosce. Il capitale difende in automatico chi ne tutela gli interessi, e la sinistra che prova a legittimarsi come garante di un capitalismo temperato finisce per sembrare complice. Così perde la forza di contrastare la semplificazione becera, e viene percepita come élite distante, incapace di incarnare un’alternativa.
Tutelare le minoranze e i diritti – senza negare gli eccessi e l’arroganza di alcune posizioni – viene così percepito come più violento rispetto a chi vuole trasformare in legge i precetti religiosi. Compresa l’onta di vederli imporre da chi, per primo, non li rispetta. Divorziati o puttanieri diventano simboli di fondamentalismo antiabortista, oppure impongono cure palliative a chi vorrebbe andarsene in pace. Se un omosessuale reclama il diritto di lasciare l’appartamento al suo compagno o di averlo accanto in ospedale, viene dipinto come aggressivo contro i “buoni” che glielo vorrebbero impedire.
Sembra che reclamare un diritto sia diventato un atto di violenza, mentre imporre le proprie convinzioni agli altri viene celebrato come coraggio civile. E intanto folle scomposte reagiscono come se ogni richiesta di tutela fosse un assalto alla loro stessa esistenza. Presepi e crocifissi branditi come clave… la nostra identità. In un paese che ha impiegato 1.115 anni (755 d.C. – 1870 d.C.) a far rientrare il Papa imperatore nei suoi confini attuali. Senza parlare dell’influenza su leggi e decisioni, con le leggi morali a lasciare le ragazzine in mano agli orchi per negare il meretricio. Con un Presidente del Consiglio che affitta un palazzo intero per le “olgettine”, con gli organizzatori in Parlamento.
Il risultato è il brodo sub‑culturale che stiamo vivendo: la destra che mobilita paure e simboli, la sinistra che si smarrisce nella difesa di un capitalismo inesistente - quello “buono” come se non fosse stato un merito spaventarlo e farlo scendere a compromessi- e il popolo che si ritrova trascinato da slogan vuoti ma potenti.
La difesa della stupidità come autenticità, la negazione della competenza come vicinanza al popolo, il rifiuto della complessità come garanzia di compattezza, la dignità imposta alle pozioni becere come estetica del consenso, l’uso politico delle tecniche digitali come manipolazione invisibile, e l’incapacità della sinistra di opporsi: tutti tasselli di un mosaico che spiega perché il ban agli europei non è un episodio isolato, ma il riflesso di una frattura culturale che attraversa l’Atlantico e si radica nelle nostre piazze.
Mala tempora currunt.