Dieci minuti fa, a cena, parlavo con mio figlio di motori. Non guardo la F1 da decenni e - dopo la “torta” tra Marquez e Lorenzo - ho mollato anche la MotoGP. In realtà la fiamma si spense quando vidi per la prima volta le quattro tempi, anni prima. Il freno motore… ma che ti freni…
Ho iniziato a fantasticare di motori, velocità e uomini. E a un certo punto mi sono accorto che non gli stavo raccontando uno sport, ma un mondo perduto.
Un mondo in cui il motorsport dei prototipi era davvero il luogo dove correvano le macchine e le moto più feroci del pianeta. Prototipi veri, i più veloci al mondo. Affidati a pazzi scatenati che avevano in testa una cosa sola: dare gas.
Stasera Giancarlino mi diceva che quest’anno frenano in rettilineo per caricare le batterie. Frenanoooo??? Ancora… cazzo ti freni con una F1? Dai gaaaasss!!!!
Allora invece era sangue, istinto, manico, follia, coraggio e un rapporto quasi animalesco con il mezzo.
Gli ho raccontato di Gilles Villeneuve. Di quella storia meravigliosa quando Arnoux gli chiede se una curva a Watkins Glen - una pista degli States di cui non sento parlare da mezzo secolo - si possa fare in pieno. Gilles gli dice che non lo sa ancora, ma che nel pomeriggio proverà. Capite? Proverà.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi si schianta. Ferrari distrutta. Arnoux va da lui e gli chiede: allora, si può fare in pieno?
E Gilles, dopo essersi praticamente demolito, gli risponde sereno: no. Verifica effettuata.
Ma che belin di uomini erano? Che razza di epoca era quella in cui il modo di capire dov’era il limite era andarlo a cercare contro il muro?
E poi Digione. Villeneuve e Arnoux: una rissa sublime a 250 all’ora. Sportellate, staccate assassine, ruote contro ruote, due uomini che si buttano dentro sapendo che basta niente per finire in cielo.
Poi siamo finiti sulle 500 due tempi, e lì davvero viene il magone. Moto come bestie imbizzarrite che volevano sempre ricordarti che il comando non ce l’avevi tu.
Kevin Schwantz le portava di traverso come se il concetto di paura fosse un problema degli altri: derapate, staccate, il posteriore di traverso, il davanti che chiude, il motore che ti spara via come una pedata.
E tu lì a guardare pensando: questi non sono normali. E infatti il punto era proprio quello: erano fuori dal normale. Era gente che usciva dal box pensando non “vediamo come hanno impostato la centralina”, con le mappe che regolano il gas curva per curva, ma “vediamo se questa cosa si può fare”. E se non si poteva, spesso lo scoprivano nel modo peggiore possibile.
Penso a Eddie Lawson, che si schianta perché il meccanico si dimentica di stringere la pinza del freno. Una roba da ammazzarsi. Oggi scatterebbero processi, scaricabarile, piazzate. Lui, invece, diede la risposta più incredibile: non cambierò il meccanico, perché uno che ha fatto un errore così non se lo dimenticherà più.
Un mondo durissimo, spietato, spesso anche ingiusto. Però tremendamente vero.
Non mi manca solo il rumore, anche se quel rumore manca da morire. Non mi manca solo l’odore, anche se l’odore di miscela, olio, benzina e freni manca da morire.
Non mi mancano solo le derapate e i traversi. Mi manca proprio l’idea di competizione che c’era lì dentro.
Mi manca quella sensazione di pericolo vero, di grandezza vera, di coraggio senza filtro. Mi manca quando i piloti non sembravano professionisti perfetti, ma belinoni con un talento fuori misura e una voglia disperata di arrivare prima.
Si aveva davvero la sensazione che là fuori ci fossero i prototipi più veloci del mondo, guidati da uomini che non volevano dimostrare di essere intelligenti, equilibrati, strategici o sostenibili.
Rendy Mamola che salaccava o impennava o vinceva.
E mentre ne parlavo con mio figlio mi sono reso conto che la nostalgia, in fondo, è tutta lì. In un’epoca in cui quelle beline entravano in curva, prendevano in mano il loro mostro e andavano a vedere, molto semplicemente, chi tra l’uomo e la macchina avrebbe ceduto per primo.