«A Carlo cantavo le canzoni di lotta e dei partigiani»
Haidi Gaggio, madre di Carlo Giuliani, ha sempre lottato. Si è iscritta al Pci per poi uscirne a metà degli anni Ottanta, ma diversamente a tanti altri del suo tempo Haidi Gaggio non ha mai smesso di spendersi per le cause in cui crede. I suoi figli, Carlo ed Elena, non sono cresciuti diversamente. «La sera leggevo loro le favole di Gianni Rodari, che avevo conosciuto quando insegnavo a Milano nella prima scuola a tempo pieno della città, in un quartiere dormitorio. O l’Odissea in prosa curata da Calzecchi Onesti. Cantavo loro canzoni: avevo un ricco repertorio di canti dialettali di lavoro, di protesta, partigiani, anarchici, comunisti. Finché un giorno Carlo ha portato le musicassette dei 99 Posse e dei gruppi hard rock e ho capito che quello era il tempo dei figli, la loro musica». Quando Carlo, a 23 anni, è stato ammazzato dalle forze dell’ordine a piazza Alimonda è cominciata un’altra fase della sua vita politica, che si intreccia con la memoria del figlio e di quanti come lui sono morti nelle mani dello stato o per mano dello stato: Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Franco Mastrogiovanni, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Giulio Regeni.
De Gregori diceva che a volte «si fanno monumenti per dimenticare un po’ più in fretta». Ha mai avvertito questo rischio per la figura di Carlo?
Con mia figlia e con il comitato Piazza Carlo Giuliani abbiamo usato la memoria come denuncia. Carlo è diventato un simbolo mio malgrado, come nemmeno lui, ne sono sicura, avrebbe voluto. Non ho mai voluto fare di mio figlio un monumento ma avevo solo lui per denunciare le violenze degli apparati dello stato e la caduta democratica. Ho parlato della sua uccisione, rimasta senza un processo, per parlare dei pericoli a cui potevano andare incontro molti giovani. Come infatti si è verificato tante altre volte in seguito. Con la sua canottiera bianca è una figura fragile, tuttavia non ha paura e si ribella alla prepotenza. Tenta di disarmare la mano che lo minaccia con la pistola. Capisco che tanti giovani si possano essere immedesimati.
Questo però non è un paese per giovani. Non lo è stato per la generazione di Carlo condannata a una lunga precarietà. E non lo è per quella di oggi, perlopiù criminalizzata.
Questa condizione non è solo colpa della destra. Sembra che ci sia un accanimento nei confronti dei ragazzi. Scuole a pezzi, libri di testo che costano sempre di più con l’obbligo di acquistarne sempre di nuovi, per l’università occorre cambiare città ma gli alloggi non ci sono. Dopo la laurea non c’è un lavoro decente e tocca emigrare. Viene esercitata una violenza economica e chi protesta viene fermato o riceve un foglio di via
Dal 2001 si è sviluppata una narrativa che distingue tra manifestanti “violenti” e pacifici. Con i decreti sicurezza è peggio.
Se prendi le botte e stai zitto sei buono, se ti difendi sei cattivo. Peccato che, impegnate a prendere le distanze da quelli che sporcano i muri, rompono una vetrina o ci intossicano con i fumogeni, molte persone dimenticano quelli in divisa che picchiano gente inerme, spaccano ossa, avvelenano con i gas lacrimogeni. La differenza è enorme, come diversa è la gravità del gesto e responsabilità di chi lo compie. E che si ponesse anche il problema di chi è tanto arrabbiato e non sa come gestire altrimenti la sua rabbia. Cadere nella trappola dei buoni e dei cattivi è un errore enorme.
Il 2001 sarà anche ricordato perché con lo Torri Gemelle e il G8 si è manifestato uno scontro tra fake news e controinformazione. La ricostruzione mediatica dei fatti di Genova ha contribuito a insabbiare quanto successo in piazza e le torture di Bolzaneto, deformando le ragioni della protesta.
Molti giornali e trasmissioni tv hanno fatto a gara per spostare l’attenzione dalle violenze delle forze dell’ordine alle azioni di una parte dei manifestanti. Sembrava che tutto fosse successo per colpa del black bloc, indicando con questa definizione sia i casseurs veri e propri che i giovani che hanno raccolto i sassi e improvvisato barricate per difendersi dalle cariche. Anche Carlo è stato attribuito al blocco nero, nonostante il suo passamontagna fosse blu e la tuta grigia. D’altra parte, abbiamo visto che cosa sanno fare i soliti esperti della manipolazione mediatica rispetto alle stragi che Israele compie in Palestina. Sembra che a Gaza fossero tutti terroristi, anche i bambini. Non ci si indigna neanche quando vengono torturati i membri della Flotilla o quando viene caricato un picchetto di operai, per non parlare delle morti in mare. È diventato normale tornare a casa dopo una giornata di legittima protesta con la testa sanguinante.
Due anni fa la polizia ha caricato a Roma un centinaio di 15enni in corteo. Una madre ha affermato di essere orgogliosa che il figlio non fosse uno “sdraiato” ma che, a differenza dei suoi anni si fosse perso il passaggio di consegne per imparare a stare in piazza. Genova è stata l’ultima volta in cui c’è stato questo passaggio?
Ho conosciuto molte donne fantastiche, come le Madri per Roma città aperta e a Torino le Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È vero che negli anni di un relativo “benessere” è mancata la trasmissione di esperienze dai genitori ai figli. Non abbiamo più avuto i nonni a raccontare la guerra e la Resistenza. I giovani che oggi si impegnano fanno esperienza sulla loro pelle. Ma nel 2001 essere preparati non è servito perché non era possibile: non era pensabile una simile caduta di democrazia. Per anni ho incontrato persone che non riuscivano a superare lo shock per ciò che avevano vissuto, tante mi hanno confidato di non riuscire a parlarne per paura di non essere credute.
Tuttavia l’eredità dei movimenti di Genova è stata un fiume carsico, ha resistito.
Per il 25esimo anniversario del G8 non parleremo solo di repressione, le iniziative riguardano soprattutto i temi che il movimento aveva portato nel 2001 e che oggi hanno raggiunto livelli drammatici: crisi climatica, migrazioni, guerre, genocidio. Focus anche sul lavoro, dalle fabbriche alle lotte dei braccianti al nuovo precariato tra algoritmi e new economy, crisi dei salari, sicurezza sul lavoro.
Il Manifesto
Ianna