Zatopek "Al dì la'di ogni possibile scenario,la materia dei sogni di chi ci controlla è sempre la stessa: polarizzarci in un tifo in base alle nostre convinzioni o meglio in base a ciò che vogliamo sentirci dire.Si creano le regole,le si trasmettono,dopo di ché,in base al momento storico,si inseriscono varianti da parte di chi distribuisce le carte che le contraddicono, creando appunto polarizzazione e cortocircuito.Il banco osserva e vince sempre.."
Ciao Michele. Rispondo qui, riferendomi al tuo post ma soprattutto alla discussione sul nerissimo.
Il “ritorno del nero” nel senso più banale non sarebbe nemmeno il problema, fosse quello delle camicie stirate male e delle nostalgie da dopolavoro.
Il punto è il modo in cui il nero prova – e spesso riesce – a rientrare nel discorso pubblico.
Non entra dalla porta principale dicendo: sono fascismo, sono Repubblica Sociale, sono collaborazionismo, sono guerra civile dalla parte sbagliata.
Entra di lato.
Prende una parola, un simbolo, una storia vera. La svuota, la lucida dove conviene, la sporca dove serve, la svilisce e poi aspetta la reazione indignata per poter dire: vedete? Non si può più parlare di storia.
La Xª MAS è l’esempio perfetto.
Perché dentro quel nome ci sono cose diversissime, e proprio per questo usarlo come ammiccamento elettorale è una porcheria.
C’è la storia straordinaria degli incursori della Regia Marina: Tesei, Durand de la Penne, lo Scirè, Alessandria, Suda, Gibilterra. Uomini che entrarono nei porti nemici seduti su un siluro, con un coraggio militare che non ha bisogno di essere riabilitato da nessun comiziante. Detto da uno che, pur di non fare business militare è emigrato a 600 km da Genova.
Poi c’è l’8 settembre. E lì la storia si spezza.
Una parte segue il Regno del Sud e diventa Mariassalto. Un’altra conserva il nome Decima, si schiera con la Repubblica Sociale e combatte dentro l’apparato militare dell’Italia fascista occupata dai tedeschi.
Da quel momento il nome glorioso degli incursori viene trascinato dentro un’altra storia: rastrellamenti, repressione antipartigiana, collaborazione con i nazisti, guerra civile.
E attenzione: la storia va raccontata tutta, anche quando disturba noi. Chi mi conosce sa come la penso: nella mia famiglia ci furono tre campi di concentramento e un comandante partigiano in montagna. Mia bisnonna - sua madre - tirò via dal muro due militari della Wermacht che con i bastardi delle SS (nel frattempo scappati) centravano nulla... i pronipoti ci scrivono ancora oggi.
Nel Nord-Est uomini della Decima combatterono anche contro le forze titine e contro un progetto annessionistico jugoslavo che era reale, non inventato. A Tarnova ci furono combattimenti durissimi e caduti che meritano rispetto militare. Ci furono anche fratture, rifiuti e scelte individuali che non stanno comode in nessuna ricostruzione da tifoseria.
Ma questo non cambia il giudizio storico e non cancella la vergogna. Si poteva avere ragione contro Tito senza per questo avere ragione nella guerra. Si poteva difendere l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia senza servire Salò e senza operare sotto l’ombrello dell’occupante nazista. Lo fecero anche antifascisti italiani, il CLN giuliano, gli osovani, uomini che rifiutavano sia il fascismo sia l’annessionismo jugoslavo.
Ecco perché mischiare tutto è il vero sacrilegio.
Sacrilegio verso gli incursori, perché il loro valore viene ridotto a una X sulla scheda.
Sacrilegio verso la storia, perché gli ultimi due anni della guerra vengono trasformati in una zona grigia dove tutto dovrebbe equivalere: partigiani e repubblichini, occupanti e liberatori, rastrellatori e rastrellati, chi combatteva per liberare l’Italia e chi combatteva accanto ai nazisti.
La complessità delle biografie esiste. La tragedia individuale esiste. Gli errori, le contraddizioni, le zone d’ombra esistono.
Ma la Repubblica italiana non nasce da un pareggio morale.
Nasce dalla sconfitta del fascismo e dalla Liberazione.
Per questo il gioco non è innocente. Chi oggi evoca la Decima in campagna elettorale sa benissimo che cosa sta facendo. Sa che può rifugiarsi dietro Alessandria quando viene contestato, ma sa anche che quel nome parla a chi vuole sentire altro: Salò, la nostalgia, l’ordine, il rancore, la solita voglia di riscrivere la parte sbagliata della storia.
Allora Michele, “il banco vince sempre”.
Il banco vince quando accettiamo che tutto diventi polarizzazione indistinta. Quando chi provoca e chi reagisce finiscono nello stesso calderone. Quando la storia viene smontata a pezzi, ripulita, rivenduta e usata per raccattare voti.
Ho preso a esempio la Xª MAS che andrebbe studiata tutta: gli eroi, l’8 settembre, Mariassalto fedele al Regno del Sud e alla Regia Marina, Borghese, la RSI, i rastrellamenti, Tarnova, Tito, il confine orientale, la Liberazione.
Tutta.
Ma proprio perché andrebbe studiata tutta – e perché di studiare e capire non frega più un belino a nessuno, ai tempi dei tweet e di chi legge un editoriale pensando di avere capito in base a chi lo firma – non può essere trasformata in un ammiccamento da comizio.
Quella non è memoria.
È sciacallaggio elettorale sulle ferite della storia. Vivo vicino a Basovizza e non mi capacito perchè nessuno a sinistra è andato a denunciare l'oblio di certe storie perpetuato a sinistra e che ha regalato Trieste ai missini. Nemmeno dopo ottant'anni!
È merda. E i primi a rispedirgliela in faccia dovrebbero essere proprio quelli del reggimento, a quella rumenta.