La cessione di Jeff Ekhator ha fatto saltare il tappo. La frustrazione è parte integrante della nostra identità: quelli secondo cui Sucu non avrebbe una lira, i nostalgici di Preziosi, gli allergici a Blázquez, i commercialisti della domenica e soprattutto quelli che il Genoa lo hanno in freezer da anni, non gliene frega più un cazzo, ma tornano puntualissimi appena c’è da spiegare agli altri la bontà della scelta.
Quale migliore occasione della cessione un ragazzo cresciuto a Pegli – il secondo – e quanta potenza nel reel col coretto. Mannaggia o Patriarca.
Provare a separare il Genoa CFC dall’amministratore di turno, costituisce esercizio improbo in un ambiente nel quale ogni discussione finisce per trasformarsi in un referendum sulla simpatia del proprietario. Non dobbiamo decidere se amare Sucu o rimpiangere Preziosi: dobbiamo (dovremmo ahimè) capire se la cessione di Ekhator sia stata utile al Genoa.
Non è la stessa cosa.
Chi lo sostiene che siamo tornati a Preziosi non gestisce l’emotività o non ricorda, oppure non ha mai compreso, il sistema economico e finanziario dentro il quale si muoveva allora il mercataro.
Il problema non era vendere calciatori. Ogni società delle dimensioni del Genoa fa player trading. Il problema era aver costruito un meccanismo nel quale il mercato, invece di ridurre lo squilibrio, finiva per alimentarlo.
Il Genoa produceva un disavanzo strutturale, non veniva ricapitalizzato in misura sufficiente e faceva cassa attraverso il debito, l’anticipazione dei crediti, il rinvio dei pagamenti e l’accumulazione di esposizioni verso banche, Erario, fornitori, procuratori e altre società calcistiche. Si acquistava a pagamento differito, si vendeva contabilizzando immediatamente la plusvalenza, si anticipava il credito futuro per ottenere liquidità e si lasciavano agli esercizi successivi le rate degli acquisti, gli ammortamenti, gli stipendi e le commissioni.
Poi si tornava sul mercato per pagare gli effetti del mercato precedente.
Una ruota per criceti, solo che il criceto aveva il procuratore.
Ogni cessione richiedeva una sostituzione, ogni sostituzione creava nuove obbligazioni e ogni nuova scadenza rendeva necessaria un’altra operazione. Il mercato non serviva principalmente ad aumentare il valore della società, ma a mantenere in movimento una macchina che non poteva permettersi di fermarsi.
Alla fine rimasero circa 270 milioni di debito nominale iscritto in bilancio e un perimetro potenziale di impegni che, considerando anche obbligazioni e contratti futuri, poteva avvicinarsi ai 390 milioni. Cifra che avremmo toccato non fosse stato per il contribuente, attraverso il diritto fallimentare.
Non sono lo stesso numero. Il primo rappresentava il debito contabilizzato; il secondo il peso economico complessivo dal quale bisognava realmente ripartire.
E il Genoa non si poteva risanare come un mobilificio, chiudendo un capannone e vendendo i muletti. Retrocedette con un carico di ingaggi da Europa League e doveva contemporaneamente pagare il passato, ricapitalizzarsi e conservare un valore sportivo sufficiente per tornare subito in Serie A, perché una permanenza prolungata in B avrebbe ridotto i ricavi e reso il risanamento ancora più difficile.
Il Genoa andava salvato senza essere smontato.
777 mise una quantità rilevante di denaro, ristrutturò il debito fiscale e finanziò la promozione immediata. Poi sappiamo com’è finita a livello di gruppo, ma negare quel lavoro perché nel frattempo è arrivato un altro proprietario significherebbe riscrivere la storia per comodità. Cosa che – per ignoranza o malafede – accade puntualmente nel mondo Genoa, dove esultano le vergini sverginate e inopinatamente si leggono anche qui sopra toni compatibili.
Sucu ha successivamente sottoscritto un aumento di capitale da 40 milioni, rafforzato il patrimonio e proseguito il percorso di riduzione del debito. Quindi no, la situazione attuale non è quella della gestione Preziosi.
Ma proprio perché non è più quella, Preziosi non può diventare il buco nero nel quale infilare ogni discussione per i prossimi trent’anni.
Il risanamento doveva servire a restituire al Genoa la capacità di scegliere: chi vendere, quando venderlo e a quale prezzo. Se dopo la ristrutturazione del debito, le ricapitalizzazioni e le grandi plusvalenze continuiamo a dover monetizzare ogni giovane appena raggiunge una valutazione importante, la società sarà certamente più ordinata e più solida, ma non avrà ancora conquistato una vera autonomia industriale.
Arriviamo così a Ekhator.
Cresciuto nel vivaio, con un valore contabile presumibilmente prossimo allo zero e ceduto per 16 milioni fissi, rappresenta un’operazione contabilmente meravigliosa: plusvalenza quasi integrale, miglioramento del conto economico, rafforzamento del patrimonio, credito monetizzabile e beneficio sui ricavi rilevanti per il Costo del Lavoro Allargato.
Una roba da far venire l’acquolina in bocca a un kommercialista.
Il Genoa, del resto, chiudeva il bilancio al 30 giugno 2025 con una perdita di 33,3 milioni e un risultato prima del player trading (EBITDA) negativo per circa 25 milioni. Tradotto dal bilancese: prima di vendere calciatori, la gestione ordinaria continuava a perdere molto. Questo è il problema del Genoa, non di Sucu o di Preziosi o di Fracazzo da Velletri… è il nostro problema.
Le plusvalenze servono. Il punto è capire se servisse vendere proprio Ekhator.
Non era un esubero costoso, un trentenne a fine ciclo o un calciatore con il valore ormai pienamente espresso. Era un giovane formato internamente, con costi contenuti, un valore di mercato già significativo e prospettive ancora largamente da sviluppare. Essendo inoltre un Under 23 italiano, risultava particolarmente efficiente anche sul piano regolamentare.
Il Genoa non si è liberato di un costo. Ha monetizzato un valore.
La Juventus si è assunta il rischio che Ekhator non diventi il calciatore che immagina, ma si è presa anche l’intero beneficio nel caso in cui lo diventi. Il trade-off è tutto qui: da una parte una plusvalenza immediata, pulita e utilissima al bilancio; dall’altra il valore sportivo e commerciale futuro, la possibilità di una successiva cessione a cifre superiori e il costo necessario per sostituirlo.
Avevamo stimato che, per trattenerlo senza rinunciare agli effetti economici, patrimoniali, finanziari e regolamentari della vendita, sarebbe stato necessario un intervento della proprietà nell’ordine di 20-25 milioni.
Prima che inizi il campionato mondiale di travisamento, questo non significa che Ekhator valesse automaticamente 25 milioni.
Quella cifra misura il sostegno complessivo necessario per mantenerlo senza peggiorare gli equilibri societari. Il valore del giocatore dipende invece dalle probabilità di crescita, dal rendimento sportivo, dal rischio che non mantenga le promesse, dalla durata del contratto, dal costo della sostituzione e dalla qualità del possibile reinvestimento.
Non ha quindi senso sostenere che sotto i 25 milioni non si dovesse vendere. Ha invece perfettamente senso affermare che, se un intervento di quell’ordine di grandezza avrebbe consentito di conservarlo, una cessione a 16 milioni richiede una giustificazione industriale forte.
Il Genoa deve aver ritenuto che il prezzo incorporasse già una parte consistente del valore futuro del ragazzo, oppure che il suo potenziale fosse inferiore a quello riconosciuto dal mercato, oppure ancora che le risorse ottenute possano essere reinvestite con un rendimento superiore.
Perché l’altra possibilità è meno nobile: che si sia venduto per ridurre il capitale richiesto all’azionista.
Ed è qui che bisogna smettere di fare il tifo per gli amministratori.
L’interesse di chi gestisce è limitare l’esposizione, ridurre il rischio e presentare un bilancio decoroso. L’interesse del Genoa CFC è massimizzare nel tempo il proprio valore economico, patrimoniale e sportivo. Spesso i due interessi coincidono, ma non è una legge di natura.
Per questo non mi interessa stabilire se Sucu sia ricco, povero, buono, cattivo, splendido splendente o vestito da Ikea rumena. Mi interessa capire se, dopo la cessione, il Genoa varrà di più o di meno.
La plusvalenza da sola non basta a rispondere, perché non misura il valore futuro ceduto, il contributo sportivo perso, il costo della sostituzione, la qualità del reinvestimento e soprattutto non dice se la squadra sia diventata più forte.
Il Genoa non deve necessariamente spendere 16 milioni per dimostrare di aver reinvestito Ekhator. Può comprare meglio, distribuire il rischio su più calciatori e aumentare il valore complessivo della rosa. Ma dovremo vederlo, perché vendere un ragazzo a 16 e comprarne uno a 6 non significa automaticamente aver guadagnato 10. Significa aver sostituito un asset con un altro, ciascuno con il proprio rischio, il proprio costo e la propria prospettiva.
Il risultato si giudica dopo.
E il giudizio deve inserirsi dentro un target preciso, perché “crescita sostenibile”, “valorizzazione dei giovani” e “consolidamento in Serie A” sono formule buone per tutte le stagioni e per tutti i comunicati.
Il Genoa parte da ricavi strutturali nell’ordine di 65 milioni e da un risultato prima del player trading (EBITDA) negativo per circa 25. Non può pensare di coprire indefinitamente quel disavanzo vendendo ogni estate uno o due dei propri migliori calciatori.
Il target realistico per il prossimo triennio è portare i ricavi strutturali verso 80-85 milioni, aumentando matchday, sponsorizzazioni, attività commerciali, hospitality, merchandising e rendimento sportivo. Abbiamo oltre 28.000 abbonati e uno stadio pieno: la domanda esiste, bisognerebbe smettere di celebrarla e cominciare a monetizzarla.
Parallelamente, il risultato prima del player trading (EBITDA) deve avvicinarsi al pareggio. Non significa smettere di vendere; significa smettere di dover vendere per pagare la gestione ordinaria.
Il player trading deve finanziare la crescita, non fare da bombola d’ossigeno.
Con ricavi strutturali tra 80 e 85 milioni, costi normalizzati e la capacità di trattenere più a lungo i giovani migliori, il target sportivo ragionevole è un Genoa stabilmente tra l’ottavo e il dodicesimo posto, capace periodicamente di competere per l’Europa.
Non la Champions come diritto divino, ma neppure il quindicesimo posto venduto come confine estremo dell’esperienza umana.
A mercato aperto, il giudizio deve necessariamente restare sospeso. Oggi sappiamo che la cessione di Ekhator è contabilmente eccellente, che riduce il fabbisogno della proprietà e che sacrifica un valore prospettico importante. Non sappiamo ancora se produrrà più valore di quello ceduto.
Lo vedremo alla fine del mercato, guardando la qualità della rosa, il valore dei nuovi investimenti e il livello della squadra consegnata all’allenatore.
Se il Genoa sarà più forte, più ricco di asset e meno dipendente dalle prossime cessioni, Ekhator sarà stato venduto per crescere. Se la plusvalenza verrà assorbita dalla gestione corrente e la squadra non farà un passo avanti, avremo semplicemente anticipato al presente una parte del nostro futuro.
E allora non serviranno né quelli che godono soltanto quando possono dire «ve l’avevo detto», né quelli che il Genoa lo hanno già sepolto ma ogni tanto tornano al funerale per controllare che sia ancora morto.
Servirà guardare i fatti: non quanto sia stata bella la plusvalenza, ma quanto sia diventato più forte il Genoa CFC.
Perché siamo tifosi del Genoa, non della nota integrativa e neppure dell’amministratore di turno.
E di prendermi le botte di kommercialisten mentre cerco di rappresentare i fatti, con l’umiltà di chi non ritiene di avere verità in tasca ma solo amore per il Genoa, mi ha stufato. Quindi un sonoro VAFFANCULO a tutti quelli che alludono senza averci capito un belino. Cordialmente.