layos Mi farebbe un po' meno schifo se poi il denaro incassato venisse reinvestito nella squadra invece che inghiottito dal buco nero del bilancio, come invece succede.
Il mercato non è una somma algebrica di cartellini. Il valore della squadra dipende da come vengono impiegate le risorse liberate, dalla qualità dei sostituti, dall’equilibrio della rosa, dall’allenatore, dagli infortuni e da una quantità di altre variabili che rendono ridicola qualsiasi sentenza definitiva a mercato aperto. A volte persino a campionato aperto.
Possiamo però giudicare il modello.
E qui, secondo me, le caramelle a forma di uccello perdono lo zucchero: il tentativo di risanare e contemporaneamente crescere esiste. Il problema è che, in un regime di autofinanziamento totale, non può funzionare nel modo in cui lo intendiamo noi tifosi.
Il risanamento assorbe valore, mentre la crescita richiede capitale.
Se pretendi che la squadra si autosostenga integralmente, sei costretto a estrarre risorse proprio dall’asset sportivo. Vendi i giocatori che hanno mercato per coprire perdite, debiti, gestione corrente e ricostruzione della rosa.
Puoi farlo bene. Puoi perfino migliorare temporaneamente la squadra.
Ma devi indovinare tutto. In termini meno tecnici: deve andarti di culo.
Vendere al massimo, comprare al minimo, sostituire ogni uscita, evitare gli infortuni, scegliere l’allenatore giusto, far crescere immediatamente i giovani e possibilmente azzeccare anche il centravanti che segna quindici gol senza costare un cazzo.
Ci vuole Mandrake.
Perché il cerchio, da solo, non si chiude.
Se vuoi che la squadra si autosostenga, devi investire sul patrimonio infrastrutturale e sui ricavi strutturali: stadio, centro sportivo, commerciale, hospitality, sponsorizzazioni. In questo modo riduci progressivamente la quota di fabbisogno che deve essere finanziata vendendo calciatori.
Se invece vuoi che siano il club e la squadra a generare le risorse necessarie per sostenere le infrastrutture, devi investire prima sulla squadra.
Perché nel calcio il motore del business resta il risultato sportivo.
Il risultato valorizza la rosa, aumenta i ricavi, difende la categoria, attira sponsor, riempie lo stadio e consente di vendere un giocatore senza dover ogni volta smontare mezza squadra.
Non puoi pretendere contemporaneamente che la rosa finanzi il risanamento, che il risanamento finanzi le infrastrutture, che le infrastrutture aumentino i ricavi e che la rosa diventi più forte senza nuovo capitale.
Questa non è programmazione e rischia di trasformarsi nel gioco delle tre carte.
Per questo non dico che il progetto non esista. Come noto, contesto che il bilancio possa essere considerato semplicemente un buco nero: se le risorse rimangono nel Genoa e ne rafforzano la struttura economica e patrimoniale, nel medio periodo il Genoa sarà più forte.
Dico che il progetto rischia di essere sottocapitalizzato rispetto agli obiettivi.
Può bastare per sopravvivere, ridurre progressivamente il debito e mantenere la categoria.
La vera domanda, quindi, non è se la singola cessione sia giusta o sbagliata.
È quanta parte del risanamento debba ancora essere pagata dalla rosa e quanta, invece, verrà sostenuta dalla proprietà attraverso capitale e investimenti strutturali.
Fino a quando non avremo una risposta visibile nei fatti, le operazioni si potranno valutare una per una. Il giudizio sul progetto dovrà invece restare sospeso, vigile e privo sia di isterismi sia di cambiali in bianco.
L’autofinanziamento deve essere il punto di arrivo.
Pretendere autofinanziamento totale, risanamento e crescita contemporaneamente è invece un numero da circo.
Più che Mandrake, servirebbe che Mandrake giocasse centravanti, il mago Silvan facesse il direttore sportivo e, nel tempo libero, progettassero insieme pure il nuovo stadio.