Bortolazzi Maurizio, non è una questione di mettere in dubbio il tifo per il Genoa. Ma di quanto un certo tipo di atteggiamento sia utile al Genoa.
Mister_No Nel Genoa oggi abbiamo un signore che con 40 mln in comode rate invece e' venuto qui per un suo legittimo ritorno economico ( e sicuramente qualcuno gli avra' anche illustrato la possibilita' di come farlo) visto che nessuno di noi penso sia tanto ingenuo da pensare sia venuto perche' innamorato del Genoa
Secondo me state dicendo due cose entrambe vere, guardando però il problema da due lati differenti.
Borto fotografa perfettamente il mugugnone professionista: quattro cose funzionano e silenzio di tomba; alla prima che va storta parte la requisitoria, accompagnata dal coro dei compagni di merende. Non è più critica: una sentenza già scritta che aspetta soltanto un fatto qualsiasi da utilizzare come prova.
E, come sempre accade, a una patologia ne corrisponde subito un’altra uguale e contraria: il difensore d’ufficio. Quello del “metticeli tu i soldi”, della squadra giovane quando è incompleta, del mercato sostenibile quando è povero e del progetto invisibile perché noi, poveri coglioni, non abbiamo ancora imparato ad avere pazienza.
Uno condanna tutto. L’altro assolve tutto. Nessuno dei due giudica più i fatti.
L’esempio delle vacanze, però, ha il limite indicato da Marco. L’amico che si sbatte, organizza il viaggio, prenota gli alberghi e magari si prende pure gli insulti perché piove durante il whale watching lo fa gratuitamente, per il piacere del gruppo. Se qualcosa va storto, gli si offre da bere e si sta zitti.
Il proprietario del Genoa svolge un mestiere diverso. Ha effettuato un investimento cercando, legittimamente, un ritorno economico. Non è arrivato a Genova folgorato sulla via di Pegli e non gli dobbiamo riconoscenza preventiva.
Del resto, come ricordo sempre, la gratitudine è una malattia del cane che non si trasmette all’uomo (cit).
Questo non significa però raccontarci che quaranta milioni siano noccioline perché il Genoa aveva circa duecentocinquanta milioni di debiti, senza parlare delle diatribe. Non ha pagato quaranta una cosa che ne valeva duecentocinquanta. Ha acquisito il controllo di una società assumendosi un’esposizione enorme, sia pure in corso di risanamento, insieme ai relativi rischi.
Quaranta milioni non sono pochi di per se, pur essendo insufficienti per sviluppare la società nell’ottica dell’investitore stesso.
Il punto vero, infatti, non è soltanto comprare il Genoa o tenerlo in vita. È consolidarne il risanamento. E il risanamento di una società di calcio non si completa soltanto tagliando costi, sistemando scadenze e vendendo calciatori. Il motore del business resta il risultato sportivo.
I risultati valorizzano la rosa, aumentano i ricavi, attraggono sponsor, riempiono lo stadio e rendono possibile programmare. Se sistemi i conti indebolendo continuamente la squadra, puoi anche migliorare il bilancio per qualche esercizio, ma nel frattempo stai smontando il motore che dovrebbe rendere sostenibile quel miglioramento.
Per me il criterio rimane quindi uno solo: l’interesse del Genoa CFC.
Che non coincide necessariamente con quello della proprietà, ma non è nemmeno automaticamente in conflitto con esso. Da alcune posizioni, che non condivido, sembra che l’unico prototipo che si ha presente sia quello del ricco abbelinato in cerca di visibilità e potere politico garantito dalla popolarità. È un modello morto e sepolto, che tra l’altro al Genoa ha portato Spinelli come miglior esponente… me cojoni!
L’interesse del CFC bisogna verificarlo nei fatti, operazione dopo operazione, mercato dopo mercato, bilancio dopo bilancio.
Nessuna gratitudine obbligatoria, dunque. La gratitudine, come detto, non esiste.
Ma nemmeno condanne preventive, processi alle intenzioni e fregature nascoste sotto ogni tappeto.
Oggi la situazione non richiede né peana né sentenze definitive. Richiede attenzione. Grande attenzione. Bisogna riconoscere ciò che funziona, segnalare ciò che non convince e cambiare giudizio quando cambiano i fatti. Sembra banale, ma nel dibattito genoano è quasi rivoluzionario.
Quindi mugugno sì. Perché il mugugno impedisce alla fedeltà di trasformarsi in servilismo.
Ma mugugno con raziocinio. Altrimenti non è più vigilanza: è isteria. E l’isteria, a differenza della gratitudine, si trasmette benissimo. Tanto più in una comunità- lo dico forte e lo rivendico perché da genoano penso di potermelo permettere - che unisce grande orgoglio a grande frustrazione per quello che potrebbe essere e non è mai stato. Di questo Suçu non ha colpa.
DAGGHE ZENA!