Tra le specie che popolano il nostro piccolo universo, una delle più curiose è l’anti-genoano atipico.
Non va confuso con l’avversario tradizionale, con quello occasionale o con chi del calcio semplicemente si disinteressa. Costoro stanno altrove e, tutto sommato, ci lasciano vivere.
L’anti-genoano atipico, invece, viene da noi.
Ha conosciuto la comunità di sentimento, ne ha condiviso i riti, imparato il linguaggio, frequentato i luoghi, persone, e, almeno per una parte della propria esistenza, provato ciò che proviamo noi.
Poi è successo qualcosa.
Una retrocessione, uno dei tanti abbandoni, una proprietà, qualche disgrazia sportiva. Oppure una delusione personale, un conflitto familiare o, più frequentemente, la semplice incapacità di sopportare ancora il peso di un’appartenenza.
Perché appartenere è faticoso. Non garantisce vittorie, non rimborsa le umiliazioni e non rilascia certificati di superiorità morale. È un investimento sentimentale privo di tutela del capitale.
La causa varia, l’effetto è sempre riconoscibile.
Il soggetto comincia a separarsi dalla comunità genoana e a osservarla dall’esterno.
Il problema è che non riesce mai ad andarsene davvero.
L’indifferente autentico passa oltre. Smette di guardare le partite, perde interesse per il mercato, non frequenta i luoghi genoani — fisici o virtuali — e soprattutto non sente il bisogno di spiegare ai genoani quanto sia stupido continuare a esserlo.
L’apostata rimane nei dintorni.
Prima dentro la chiesa, poi sulla soglia, infine sul sagrato. Sempre abbastanza vicino da sentire le campane e potersi lamentare del rumore.
La patologia, del resto, raramente esordisce con un abbandono netto. È preceduta da una lunga fase di transizione, durante la quale il futuro anti-genoano si considera ancora formalmente dei nostri e predica da dentro.
Usa il “noi”, frequenta lo stadio o il Muretto, discute di mercato e rivendica una genoanità più autentica di quella altrui. Solo che quel “noi” ha già smesso di indicare un’appartenenza. È diventato un atto d’accusa.
Noi genoani ci accontentiamo, ci facciamo prendere per il culo, viviamo di ricordi, ma soprattutto tolleriamo: riempiamo lo stadio e premiamo la mediocrità.
Noi genoani siamo il problema del Genoa. Non per un comportamento preciso, naturalmente: per il semplice fatto di esserlo. Tutti vittime, senza distinzione, della stessa perversione controproducente.
Nella fase ancora incompiuta, naturalmente, ne siamo anche le vittime.
Il “noi” resta, ma è già diventato un bisturi.
Il soggetto non contesta più soltanto una proprietà, un allenatore, un centravanti o una campagna acquisti. Comincia a contestare il modo stesso in cui gli altri vivono il Genoa.
La fede diventa un alibi, la memoria una coperta, l’orgoglio una forma di provincialismo e l’attaccamento alla maglia il principale ostacolo all’evoluzione della specie.
Rivanga personaggi della nostra storia, manco avessimo trascorso l’ultimo secolo a vincere scudetti e coppe, per dimostrare che allora era ragionevole appartenere, mentre oggi amare il Genoa significherebbe soltanto fargli del male.
È una curiosa teoria: il Genoa andrebbe salvato dai genoani, possibilmente affidandolo a persone che non lo sopportano.
Il tifoso critico si incazza perché vuole un Genoa migliore. L’apostata in formazione comincia invece a irritarsi perché gli altri continuano ad amarlo quando lui non riesce più a farlo.
La differenza è sottile, ma decisiva.
Prima di uscire dalla chiesa sale sul pulpito. Spiega ai fedeli che pregano male, che i santi sono sopravvalutati, che la processione intralcia il traffico e che l’attaccamento alla parrocchia impedisce alla religione di diventare adulta.
Quando si accorge che nessuno lo segue, attraversa il portone e si sistema sul sagrato.
Da lì comincerà a spiegare che dentro sono rimasti soltanto i fanatici e gli stolti.
La gravità della patologia non si misura dal numero delle partite disertate, ma dall’intensità con cui il soggetto avverte il bisogno di convincere gli altri a disertarle.
In natura sono state osservate diverse forme.
Forma lieve: l’agnostico antisistema
Il soggetto dichiara di essersi emancipato dal calcio moderno, dalle proprietà, dai procuratori, dalle televisioni e, più in generale, da qualsiasi passione che rischi di provocargli un’emozione non preventivamente autorizzata.
Non tifa più. Non guarda più le partite. O almeno così dichiara. Non gli interessa più nulla.
Conosce però il risultato, la formazione iniziale, le dichiarazioni dell’allenatore, il costo del terzino destro e l’esatta consistenza dell’infortunio muscolare della riserva del mediano.
Interviene regolarmente nelle discussioni genoane, ma soltanto per precisare che lui non segue più il Genoa e che i genoani sono una banda di caproni.
Chi non si interessa di una cosa, com’è noto, passa buona parte della giornata a parlarne.
È una forma relativamente benigna. Il soggetto conserva sotto la cenere una quota importante di genoanità latente.
Gli basterebbero due stagioni fuori scala, una squadra vera e qualche domenica con Marassi acceso per risentire il richiamo della foresta.
Ricomparirebbe con una vecchia sciarpa recuperata casualmente da un armadio, spiegando di non essersene mai davvero andato.
Negli anni precedenti avrebbe semplicemente mantenuto una posizione critica, sofferta, responsabile e naturalmente più lucida di quella degli altri.
La prognosi rimane favorevole.
Forma intermedia: il pedagogo del disincanto
Più complessa è la condizione del pedagogo.
Non gli basta aver preso le distanze. Deve trasformare il proprio distacco in una teoria generale e, possibilmente, in un percorso educativo destinato a chi non ha ancora raggiunto il suo superiore livello di consapevolezza.
Ti spiegherà che la nostra fede è vacua e insulsa, che l’orgoglio per la storia è una consolazione per perdenti, che riempire lo stadio significa premiare la mediocrità e che il nostro modo di vivere il Genoa è, in ultima analisi, controproducente per il Genoa stesso.
Il paradosso non sembra turbarlo. I paradossi, del resto, disturbano soltanto chi conserva una certa familiarità con la logica.
Secondo questa dottrina, per amare davvero il Genoa bisognerebbe smettere di amarlo nel modo in cui lo amano i genoani.
Frequentarlo meno, sostenerlo con prudenza, vergognarsi delle sconfitte, ridimensionare la storia e subordinare ogni forma di appartenenza alla preventiva presentazione di un piano industriale, una rosa competitiva e una ragionevole probabilità di qualificazione europea.
La società è per definizione inadeguata. Contestazione durissima anche in Serie A. Champions o morte.
La sua missione non è convincerci che il Genoa non meriti di essere amato. È convincere sé stesso di aver fatto bene a smettere.
Per questo torna continuamente sull’argomento.
L’indifferenza vera non ha bisogno di dimostrazioni. Il pedagogo del disincanto necessita invece di adepti. Ogni genoano che continua ad andare allo stadio, a portarci il figlio, a bestemmiare per una partita e a tornarci la domenica successiva è una confutazione ambulante della sua teoria.
Va quindi corretto, compatito o classificato come parte del problema.
Il pedagogo ama molto la libertà di pensiero, purché gli altri arrivino alle sue conclusioni.
Forma grave: l’anti-genoano viscerale
Nello stadio più avanzato il distacco diventa identità.
Il soggetto non si limita più a negare valore al Genoa, ma sviluppa un’avversione manifesta verso chiunque continui a tifarlo. Disprezza chi sostiene una squadra non vincente, considera l’appartenenza territoriale una minorazione culturale e guarda con commiserazione chi attribuisce ancora valore a una maglia, a uno stadio o a una storia condivisa.
Si proclama anti-genoano viscerale.
La definizione è interessante, perché implica che il Genoa, ufficialmente espulso dalla sua vita, continui in realtà ad abitarne le viscere.
Non risulta infatti che abbia trasferito la stessa intensità emotiva verso il Real Madrid, il Bayern Monaco o qualche altra organizzazione capace di garantirgli le vittorie che considera indispensabili alla dignità del tifo.
Si limita a simpatizzare per loro e a far presente agli stolti quanto finalmente si diverta a vederle giocare e vincere.
Ha risolto il problema della sofferenza scegliendo le squadre dopo aver letto il risultato.
Continua però a occuparsi prevalentemente del Genoa e, ancora più volentieri, dei genoani.
Perché non disprezza genericamente le squadre che perdono. Disprezza ciò che conosce, ciò a cui è appartenuto e che continua a ricordargli una parte di sé dalla quale non è mai riuscito a separarsi.
Può sembrare contraddittorio dedicare tanto rancore a una società che, senza voler mancare di rispetto alla nostra gloriosa storia, non è esattamente il Real Madrid.
È invece proprio questa sproporzione a rivelare la patologia.
Per odiare così ostinatamente qualcosa che non garantisce vittorie, prestigio internazionale o trofei da esibire al bar, bisogna avergli consegnato qualcosa di molto più serio dei risultati.
La forma terminale dell’apostata rossoblù non è l’indifferenza. È l’incapacità di tollerare che altri continuino a credere in ciò in cui lui non riesce più a credere.
Non entra più in chiesa, ma resta stabilmente sul sagrato. Controlla chi arriva, conta i presenti e spiega a ciascuno quanto sia stupido oltrepassare quel portone.
È uscito dalla comunità.
Ma la comunità non è mai uscita da lui.
Il mistero dei colori maggicci
Non è dato sapere se sia mai esistito, in natura, un apostata rossoblù convertitosi stabilmente ai colori maggicci.
Qualche caso sarà certamente esistito. La statistica, l’alcol e le traversie familiari consentono praticamente qualsiasi aberrazione.
Eppure il passaggio diretto appare raro. Probabilmente perché, per cambiare davvero fede, bisogna prima liberarsi di quella precedente, mentre l’anti-genoano atipico trascorre l’intera esistenza a combatterla.
Può dichiararsi neutrale, cittadino del mondo, semplice estimatore del bel calcio oppure sostenere di non seguire più nulla. Può affermare di giudicare le squadre esclusivamente sulla base del progetto, della qualità del gioco e della solidità patrimoniale.
Ma difficilmente riuscirà a indossare quei colori senza sentire, da qualche parte, il rumore di un sacrilegio.
Più frequente è invece l’effetto intergenerazionale.
In passato, il distacco dal Genoa ha probabilmente prodotto migliaia di babucchioni. Non necessariamente attraverso una conversione personale e consapevole, ma per un meccanismo più sottile: il nonno che rinnega, il padre che eredita e trasmette il risentimento, il figlio che, trovandosi davanti un vuoto, raccoglie la prima identità calcistica disponibile nei dintorni.
Una deviazione genealogica prima ancora che sportiva.
Il fenomeno produce tuttavia un effetto apparentemente contraddittorio. La Sampdoria non è esattamente il Barcellona e, negli ultimi anni, ha lavorato con notevole impegno per dissipare l’equivoco.
La fede sostitutiva, privata della novità, del successo riflesso e del racconto familiare che l’aveva generata, tende a perdere forza.
Ed è lì che il fiume carsico ricompare.
La genoanità può scomparire sottoterra per una o due generazioni. Può perdersi tra il risentimento di un nonno, l’indifferenza di un padre e qualche discutibile deviazione cromatica. Può scorrere invisibile per decenni, mentre in superficie si racconta che tutto sia stato rimosso, superato e finalmente risolto.
Poi riemerge.
Magari nel nipote che nessuno aveva istruito, ma che entra a Marassi e sente qualcosa che non gli era mai stato spiegato.
Oppure nel figlio del babucchione che, dopo anni di pedagogia domestica, scopre che quella comunità così derisa possiede esattamente ciò che gli era mancato: una storia, un linguaggio, un luogo e il sospetto di appartenervi da prima ancora di saperlo.
Non serve evocare il sangue o altre sciocchezze da allevamento. La genoanità non si trasmette per diritto ereditario e non garantisce immunità dalle scelte sbagliate.
Ma le comunità di sentimento lasciano tracce più profonde delle mode, delle convenienze e perfino dei rancori familiari.
L’apostata pensava di averne interrotto il corso.
Aveva soltanto mandato l’acqua sotto terra.
La diagnosi, a questo punto, è semplice.
Il tifoso disilluso può allontanarsi. Il tifoso critico può contestare tutto. L’indifferente può smettere di interessarsi. Nessuno dei tre ha bisogno di trasformare i genoani nel proprio oggetto di studio, di disprezzo o di rieducazione.
L’anti-genoano atipico sì.
Ha bisogno che la nostra fede sia insulsa perché non riesce più a sostenerla. Ha bisogno che il nostro modo di vivere il Genoa sia controproducente perché non sopporta che continui a produrre gioia, dolore, amicizia e appartenenza anche senza il conforto delle vittorie.
Ha bisogno di definire stupido chi resta, perché ogni persona che resta rende meno eroica la sua fuga.
Sostiene di essersi liberato, ma continua a frequentare i nostri luoghi. Dice di non credere, ma conosce ancora la liturgia. Disprezza le campane, però non si allontana abbastanza da non sentirle.
E soprattutto non sopporta che la chiesa continui a riempirsi senza di lui.
L’anti-genoano atipico non ha lasciato il Genoa.
Ha soltanto scelto di viverci contro.