Gruscenko
Ho ripensato allo scazzo di ieri e credo che la cosa più interessante non sia stabilire chi avesse ragione su De Rossi.
Mi interessa di più quello che è successo intorno.
Quando un gruppo discute per anni finisce inevitabilmente per costruirsi uno spartito. Nessuno lo scrive, nessuno lo vota e soprattutto nessuno decide di imporlo. Alcune idee convincono, vengono ripetute, trovano conferme, si incastrano con altre e lentamente diventano talmente familiari che smettiamo persino di accorgerci che sono opinioni.
Diventano il paesaggio.
Sarà già successo altre volte su QdM senza che ce ne accorgessimo. Ci saranno stati altri spartiti che abbiamo suonato per anni e poi abbandonato, e sicuramente ne costruiremo altri. Quello di oggi, però, mi pare abbastanza riconoscibile.
Le ambizioni del Genoa e quelle della proprietà non coincidono. La società è quindi inadeguata, povera, oppure incapace, a seconda delle sensibilità. Essendo inadeguata arriva tardi sul mercato; arrivando tardi prende giocatori che non sono pronti, hanno avuto problemi, devono recuperare condizione. L’allenatore riceve quindi una squadra incompleta e deve aspettare per assemblarla. Se la squadra fatica, la difficoltà diventa l’ultimo anello di una catena la cui causa abbiamo già collocato molto più a monte.
Il problema non è che questa ricostruzione sia falsa. Può essere vera. Anche tutta.
Il problema comincia quando ogni pezzo diventa contemporaneamente causa e prova dell’altro. La società è inadeguata perché il mercato è tardivo e il mercato è tardivo perché la società è inadeguata. Il giocatore rende poco perché è arrivato tardi e il fatto che renda poco dimostra quanto fosse grave averlo preso tardi. La squadra gioca male perché l’allenatore non ha avuto i giocatori e il fatto che giochi male dimostra quanto sia stato penalizzato.
A quel punto abbiamo costruito un meccanismo perfetto: qualsiasi cosa succeda, avevamo già ragione.
Credo che lo scazzo di ieri abbia qualcosa a che fare anche con questo. Edo ha toccato De Rossi e apparentemente stavamo discutendo di centrocampo, Baldanzi, fase offensiva e gioco. In realtà ha messo in discussione, magari senza volerlo, un pezzo di quella concatenazione. Perché se una parte di ciò che non funziona fosse responsabilità dell’allenatore, il disegno diventerebbe un po’ meno lineare.
Non significa che Edo abbia ragione. Io stesso penso abbia esagerato nel caso specifico. Significa però che deve poter avere ragione senza sentirsi a disagio.
Sul tema della società questo meccanismo lo conosco abbastanza bene, perché sono due anni che provo a sostenere una cosa che continuo a trovare di una banalità quasi offensiva: una cosa funzionale all’interesse del Genoa CFC non diventa sbagliata perché non corrisponde alle mie ambizioni.
E invece questo spazio si è progressivamente ristretto. Se sostieni che ridurre il debito sia un bene, rischi di somministrare bromuro alle ambizioni. Se riconosci una logica economica a un’operazione, diventi commercialista. Se una scelta della società ti sembra giusta, diventi aziendalista e, soprattutto, ti viene attribuita anche la convinzione che quel bene rappresenti il Genoa che desideri.
Ma sono due cose completamente diverse.
Posso ritenere positivo che il Genoa sistemi i conti e desiderare una proprietà capace di investire molto di più. Posso considerare intelligente un acquisto da cinque milioni e volerne uno da trenta. Posso riconoscere che una scelta sia utile al Genoa di oggi senza avere nessuna intenzione di considerare il Genoa di oggi il punto d’arrivo.
Il bene del Genoa e la misura delle mie ambizioni non sono la stessa cosa.
Altrimenti arriviamo al paradosso per cui, per dimostrare quanto siamo ambiziosi, dobbiamo sperare che tutto sia sbagliato. E personalmente non intendo farmi misurare l’ambizione dal numero di disgrazie che riesco ad attribuire alla società.
C’è poi un aspetto più delicato e, proprio perché lo è, sarebbe ipocrita evitarlo: il ruolo dell’admin.
Prima di tutto una cosa che dovrebbe essere scontata ma è meglio scrivere: chi tiene in piedi questo posto dedica tempo, pazienza e si sobbarca una quantità di rotture di coglioni che noi possiamo tranquillamente limitarci a produrre. Senza quel lavoro QdM semplicemente non esisterebbe, e di questo credo dovremmo essere tutti grati.
Proprio quella posizione, però, porta inevitabilmente con sé un peso maggiore nella discussione. E anche una tentazione umanissima. Quando una lettura che condividi diventa progressivamente quella prevalente nello spazio che amministri, può essere gratificante. L’ego ce l’abbiamo tutti e non vedo perché un admin dovrebbe riceverne uno in versione monastica.
Il rischio è che si finisca, senza alcun disegno e magari senza rendersene conto, per presidiare quella lettura. Un’obiezione chiama una risposta, la risposta una controreplica, poi un’altra ancora. E chi dissente non si confronta più soltanto con un’opinione, ma con una voce che per ruolo, presenza e frequenza pesa inevitabilmente più delle altre.
Questo non significa che l’admin debba parlare meno, avere opinioni tiepide o diventare il notaio del forum. Sarebbe assurdo. Significa soltanto ricordare che la stessa opinione, ripetuta venti volte da chi amministra lo spazio, non ha lo stesso peso ambientale di quella scritta una volta da uno di noi.
Forse il difficile sta tutto lì: amministrare lo spazio senza sentire il bisogno di amministrare anche la discussione. E, dall’altra parte, ricordarci che dietro la scritta admin c’è uno di noi, con lo stesso diritto di avere convinzioni forti, incazzarsi e perfino esagerare.
Perché lo spartito non lo scrive nessuno, ma inevitabilmente non tutti suoniamo allo stesso volume.
E attenzione, perché sarebbe molto facile trasformare tutto questo nell’ennesima divisione tra illuminati e conformisti. Il meccanismo riguarda anche chi il pensiero dominante lo combatte. Me compreso.
Se passo abbastanza tempo a contrastare una conclusione precostituita, rischio di cominciare a costruire le mie opinioni in funzione di quella. Se tutti accusano la società, posso finire per difenderla perché mi sono rotto i coglioni dell’accusa. Se tutti assolvono De Rossi, posso cominciare ad avere bisogno che De Rossi abbia delle colpe per dimostrare che gli altri sbagliano.
E a quel punto non sarei diventato più libero.
Avrei soltanto cambiato conformismo.
La cosa difficile è lasciare che le responsabilità se ne vadano in giro da sole, senza obbligarle a presentarsi in comitiva. La società può aver fatto un mercato insufficiente e contemporaneamente una buona operazione. Può avere consegnato tardi un giocatore a De Rossi e De Rossi può averlo utilizzato male. DDR può avere mille attenuanti e sbagliare completamente un tempo. Un giocatore può essere stato comprato bene e giocare di merda. Persino uno che ci sta sui coglioni può avere ragione, eventualità sgradevole ma prevista dalle leggi della natura.
Questo non significa stare nel mezzo. Il punto medio tra due cazzate rimane una cazzata. Non propongo il pareggio universale nel quale abbiamo tutti un po’ ragione e alla fine ci abbracciamo.
Propongo quasi il contrario: recuperare il diritto di avere completamente ragione o completamente torto su una cosa alla volta.
Perché il pensiero collettivo non è una congiura. È molto più normale e proprio per questo più difficile da vedere: lo costruiamo insieme mentre discutiamo, lentamente, fino al giorno in cui qualcuno suona una nota diversa e ci sembra stonata prima ancora di esserci chiesti se sia giusta.
Ieri qualche parola di troppo è volata. Succede. Ci conosciamo da abbastanza tempo perché uno scazzo non debba diventare una secessione e perché nessuno debba sentirsi più a casa degli altri.
Anzi, forse dovremmo tenerci particolarmente stretti quelli che ogni tanto fanno casino con lo spartito.
Il dissenso, finché rimane dissenso e non diventa guerra di religione, non rompe una comunità. Le impedisce di diventare un coro.
E di cori, per quanto mi riguarda, impazzisco solo per quelli allo stadio. ❤️💙